Teatro / “Casa casa”, l’appiattimento emotivo di chi vuole conoscere poco per paura del mondo

Una psicosi collettiva che nasce e cova, distrattamente, attraverso un malo sentire che si è ormai annidato dentro molti di noi e che, non è da escludersi, potrebbe esplodere in maniera incontrollabile o addirittura violenta, come dimostrano oggi molti fatti di cronaca.
Una vicenda emblematica, dunque, ma allo stesso tempo una novità assoluta quella allestita dal regista e drammaturgo catanese Nino Romeo e prodotto dalla CTS e Gruppo Garba.
Casa Casa, una prova d’amore, questo il titolo della commedia che è andata in scena, in anteprima, mercoledì 16 scorso presso il Teatro sala Chaplin di Catania ed che ha già riscosso il suo primo successo come testimoniava il lungo applauso del pubblico ai due attori, denudati del peso dei loro personaggi e raggianti di soddisfazione. Solo due, infatti, i personaggi; due pensionati poco più che sessantenni, i protagonisti, che da tempo non escono di casa per un senso di panico fomentato da un sistema che semina odio e dal bombardamento mediatico che riesce, nel tempo, a sgretolare i più autentici sentimenti di umanità.

Il loro principio di vita “conoscere poco, di poche cose” li ha resi gretti ed ignoranti e, purtroppo, anche inopportunamente fieri di questa loro ignoranza al punto da disprezzare chi cerca invece la conoscenza e non si accontenta di “quel poco, ma sicuro” come hanno fatto loro; disprezzo che non ha risparmiato neanche i loro figli, i cui nomi di battesimo non vengono pronunciati perché non lo meritano. Un uomo e una donna – anch’essi senza nome, perché rappresentano chiunque di noi – che chiusi tra le mura della loro casa riescono a sentirsi fuori dal mondo che disapprovano ma che in realtà temono.

Una messa in scena dalla formula vincente grazie ad un’impostazione tecnica che avrebbe permesso agli attori di stare dentro l’azione scenica e, contemporaneamente, di potersi osservare e captare il peso, il disagio ma anche il disgusto di se stessi, palpabile nel trucco e nelle espressioni dei loro volti. Riuscire ad essere, in ogni momento, partecipi e non semplicemente interpreti, è così che Nicola Costa e Graziana Maniscalco, unici protagonisti sul palco, hanno saputo catturare e mantenere l’attenzione degli spettatori per tutta la durata dell’opera che riproduce lo svolgimento di una giornata tipica dei due pensionati i cui momenti caratteristici sono scanditi dalla musica accattivante e solenne del francese Jacques Brel e accompagnati da un accennato gioco di luci che, sotto la direzione tecnica di Giuseppe Ghisoli, indirizzano l’attenzione sui personaggi o sugli elementi scenografici senza alterare quell’atmosfera quasi monocromatica che rispecchia l’appiattimento emotivo dei protagonisti.

I gesti ed i movimenti di quest’ultimi, trascinati e rassegnati, rimangono coerenti all’espressioni del viso che non mutano mai. Solo le occasionali variazioni di tono nella voce di lei, simili ad esternazioni isteriche subito soffocate, lasciano presagire che qual malo sentire interiore vorrebbe emergere e detonare con violenza. E poiché ogni percettibile cambiamento della quotidianità viene vissuta come una congiura, come un attentato al loro apparente sentirsi realizzati ed appagati nella condizione di pensionati agiati, sentono continuamento il bisogno di cogliere una prova d’amore nell’unico ed inevitabile supporto l’uno dell’altro. Ogni loro certezza vacilla facilmente quando il sospetto e la paura prendono facilmente il sopravvento grazie ai messaggi dei loro unici strumenti di contatto col mondo esterno che sono la TV e il telefonino, con la connessione internet. Anche la fede, cattolica, viene rigorosamente praticata in casa disapprovando ogni forma di solidarietà nei confronti di chi è diverso.

Il cast è riuscito a trattenere la concentrazione del pubblico rivolgendo continuamente i volti fortemente espressivi verso il pubblico creando nello spettatore la sensazione di guardare se stesso allo specchio e magari ritrovarsi in diverse di quelle congetture o percezioni.

Nonostante la seria riflessione che ha suscitato la tematica attualissima, il copione è riuscito a strappare spesso un sorriso all’uditorio così come è riuscito a sorprenderlo con un finale che poteva essere preventivato ma che forse la coscienza umana che ritrova la sua consapevolezza preferisce escludere.

 Cristiana Zingarino