Tempo di Quaresima – 2 / Andiamo incontro alla Pasqua vigilanti e aperti al dono della grazia

L’Inno del Mattutino del Tempo quaresimale è un invito a guardare alla gioia pasquale, attraverso un cammino austero dei quaranta giorni che la precedono, considerati come un tempo di grazia.

“Protesi alla gioia pasquale / sulle orme di Cristo Signore / seguiamo l’austero cammino / della santa Quaresima”, come fece Gesù, che “consacrò nel deserto / questo tempo di grazia”.
Perché la voce dello Spirito giunga a noi, siamo sollecitati a vivere con parsimonia e frugalità sia riguardo al cibo che alle emozioni del cuore: “Sia parca e frugale la mensa, sia sobria la lingua ed il cuore”.

Tale esercizio di vigilanza e di controllo sugli istinti e sui sentimenti non è fine a se stessa ma fortifica la volontà e la rende capace di resistere alle insidie del demonio, affinché possa ottenere quelle promesse di gloria, che il Risorto ha conquistato e vuole condividere con quanti ascoltano e accettano i suoi consigli.

”Ai servi fedeli è promessa la corona di gloria”

Queste, dunque, le vie da seguire: l’austerità di vita e la vigilanza, l’ascolto dello spirito e l’accoglienza della grazia.
Il popolo dei fedeli si pone davanti a Dio e Lo implora:“Non punirmi, Signore, confesso la mia colpa, pongo davanti a te ogni mio desiderio.  Non godano di me e non si vantino i miei nemici quando il mio piede vacilla. I miei nemici sono vivi e forti, troppi mi odiano senza motivo, mi pagano il bene col male, mi accusano perché cerco il bene” (Sl 37).

Il Signore non è sordo al grido del suo popolo e risponde invitandolo a fidarsi di Lui: “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete mia proprietà” (Es 19,5) “sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione santa, stirpe eletta, popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2,9). Sappiamo come Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù del Faraone, lo trasse fuori dall’Egitto e lo sfamò con la manna, perché capisse che non si vive solo di pane ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3).

A questo proposito, S. Ireneo commenta: “comandò l’amore verso Dio e suggerì la giustizia che si deve al prossimo perché l’uomo non fosse ingiusto e indegno di Dio. Così predisponeva, per mezzo del decalogo, l’uomo alla sua amicizia e alla concordia con il prossimo. Tutto questo giovava all’uomo stesso senza che di nulla Dio avesse bisogno da parte dell’uomo.[…] Quei precetti, invece, che sono insiti nella natura e convengono a uomini liberi sono comuni a tutti e furono sviluppati con il dono largo e generoso della conoscenza di Dio Padre, con la prerogativa dell’adozione a figli, con la concessione dell’amore perfetto e della sequela fedele al suo Verbo” (dal Trattato “Contro le eresie” di S. Ireneo).

Se Dio si rivolge all’uomo chiamandolo “mio popolo”, “mia proprietà”,

come può, l’uomo che ascolta, rimanere indifferente?

Se l’appartenere ad una famiglia, ad un popolo, fa sentire forte ogni membro e lo rende orgoglioso, se poter dire a chi si ama “tu sei mio/a”, o all’amico “è mio amico, è mia amica” è per ciascuno motivo di vanto e di orgoglio, come non ci riempie di gioia sapere di appartenere e di essere nel cuore di Dio?

L’invito si fa pedagogicamente rilevante, se accolto ci purifica e ci fa giungere alle feste pasquali con spirito nuovo.

L’Inno di Lodi ci fa chiedere il perdono e ci accosta al Padre con familiarità di figli:”Ricorda che ci plasmasti col soffio del tuo Spirito, siam tua vigna, tuo popolo e opera delle tue mani”, perciò, possiamo dirGli con fiducia: “Perdona i nostri errori, sana le nostre ferite, guidaci con la tua grazia alla vittoria pasquale”.

Teresa Scaravilli

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