Celebrazioni / Trent’anni dopo, l’Europa è più libera. Ma più divisa.

Trent’anni sono un anniversario importante. Non in quanto cifra tonda, ma perché costituiscono un salto generazionale. E permettono di osservare gli eventi con un certo distacco, in prospettiva storica.

Sulla caduta del Muro di Berlino si sono scritti fiumi di parole, in questi anni. Forse anche più di quanto si sia detto del Muro stesso, che nei suoi 28 anni di vita ha raffigurato perfettamente la Guerra fredda, in tutta la sua accezione negativa. Cosa meglio di un muro può rappresentare una divisione tra “blocchi”? E cosa, meglio della sua caduta, può descrivere l’inizio di una nuova èra, pacifica, unificatrice e di libertà?

La simbologia è importante, perché aiuta a mantenere in vita delle narrazioni altrimenti traballanti. Non che ci sia qualcosa di falso, né tantomeno di sbagliato, in quello che generalmente viene tramandato: l’unificazione europea ha avuto il suo vero avvio con la riunificazione tedesca; i regimi dell’Est e le loro privazioni di libertà si sono sciolti in pochi mesi; la scomparsa dell’Urss ha decretato la fine del bipolarismo mondiale.

Ma tutto ciò, a differenza di quanto spesso si faccia intendere, non ha lasciato il passo a un mondo complessivamente migliore. Gli equilibri precedenti, in quanto tali, permettevano una stabilità che si concretizzava in un numero relativamente limitato di conflitti. Dagli anni Novanta in poi, invece, questi si sono moltiplicati: sia nel mondo (dove la fine dei sussidi e delle protezioni incrociate ha fatto deflagrare diversi Paesi africani, senza contare tutto ciò che nel frattempo è accaduto in Medio Oriente), sia nella stessa Europa. Che si illudeva, in virtù della sua federalizzazione e dei vari allargamenti, di poter diventare un blocco coeso e pacifico. E invece ha dovuto affrontare – senza successo – i peggiori (anzi, i primi veri) conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale, appena al di fuori dei suoi confini, in Jugoslavia e poi in Ucraina.

Si è pensato, inizialmente, che l’instabilità fosse un passaggio obbligato nella difficile transizione post Ottantanove. Ma con il passare del tempo, le speranze in tal senso si sono affievolite. Anzi, dopo 30 anni, anziché trovare nuovi assetti, l’Europa e il mondo stanno incrementando le proprie turbolenze.

Tutto fa pensare che l’instabilità sia strutturale, in assenza di regole (non) scritte che frenino i processi disgregativi. Né sembrerebbe che il passaggio da un mondo unipolare a guida americana a uno multipolare senza alcuna guida stia migliorando le cose.

Al di là della cortina, la coesione all’interno dei due blocchi era molto più netta e meno retorica di quella che oggi vorrebbe mostrare l’Ue. Chi, come Andreotti (e molti altri, in Europa occidentale), asseriva di preferire due Germanie a una sola, lo faceva a ragion veduta. E non per semplice calcolo opportunistico o di potenza, ma nella previsione poi avverata che una Germania unita avrebbe potuto costituire un problema, per sé stessa e per gli altri.

Naturalmente, non si trattava di temere un espansionismo in salsa guglielmina o hitleriana, fantasmi storici difficilmente ripetibili. La paura era legata alla rottura degli equilibri, che tanto bene avevano retto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Così è stato, anche se non si è percepito immediatamente. Oggi tutti, anche gli europeisti più convinti, hanno compreso che qualcosa negli assetti non va. E se la soluzione non è certamente il disfacimento dell’Ue, né tantomeno la creazione di nuovi muri, il riconoscimento del problema è il primo passo per poter trovare la cura. E tornare a sperare nel futuro. Cosa che molti, senza volerlo, hanno dimenticato di saper fare.

Rispetto a 30 anni fa, il clima di oggi è profondamente diverso. Nessuno prima dell’Ottantanove prevedeva la caduta del Muro, ma lo spirito del tempo l’ha permesso: speranza e ottimismo univano le società europee. Oggi nelle élite del continente prevalgono il pessimismo, la ricerca di soluzioni semplici e già collaudate, la paura di rischiare misure impopolari.

In molti dicono che sia tornata oggi l’epoca dei muri. Ma la quantità (decisamente superiore) e soprattutto i motivi per i quali sono stati eretti suggeriscono che siamo in presenza di un fenomeno del tutto nuovo. Il muro di Berlino era stato eretto dalla DDR per impedire la fuga dei propri cittadini, quelli odierni servono generalmente a ostacolare l’ingresso di nuovi cittadini. Al di là della direzione dei flussi, la differenza più importante sta nel ribaltamento del paradigma: paura di spopolamento, perdita di fedeltà e di potenza ieri, paura di sovrappopolazione e incapacità gestionali oggi.

Dietro il Muro, c’era sempre qualcuno disposto ad accogliere, anche negli anni più duri della Guerra fredda. Oggi nemmeno le società più ricche sono disponibili alla condivisione.

Dunque non sono i muri in sé a costituire il problema. In casi estremi, anzi, possono essere addirittura la soluzione (Kennedy, a porte chiuse, affermò apertamente che il Muro di Berlino fosse “molto meglio di una guerra”). Il problema è dato dall’assenza (o secondo i più euroscettici, dalla totale impossibilità) di una reale condivisione del progetto europeo. E quindi dalla sua perdita di peso e di senso politico.

L’Est Europa, che prima a Occidente si era ansiosi di integrare, oggi raccoglie solo perplessità e diffidenza. Come qualsiasi altra periferia. Certo, gli orientamenti politici hanno fatto la loro parte – ungheresi e polacchi, accolti a braccia aperte durante la loro fuga dal comunismo, non sembrano oggi voler ricambiare con chi scappa da altri regimi. Ma la questione sta a monte e rientra nella mancanza di una storia realmente condivisa dalle due parti del continente.

Il cuore politico e culturale dell’Europa resta a Ovest, così come i maggiori complessi di superiorità. Naturale che secoli di distanza (e spesso ignoranza) non potessero finire in un’entusiasmante notte di novembre. Né con un allargamento (quello a Est dell’Ue, nel 2004) che adesso tutti giudicano precoce. Ma col senno del poi, è facile oggi dirlo. Più arduo, stabilire cosa sarà del domani: ovvero se l’integrazione miracolosamente ripartirà o se l’Europa dovrà affidarsi, ancora una volta, a una tutela esterna. Per continuare ad esistere entro una soglia accettabile di rivalità interne.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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