Un matrimonio felice? Nulla di più scandaloso

 

“Come posso non pensare a te come a mia moglie?”. È la risposta di un marito alla compagna della sua vita che lo sta facendo posare – lei, Nina, è una pittrice – per un nudo. Gli chiede di essere naturale, di non pensare a lei come alla propria moglie. Lui risponde con quella frase, mica tanto scontata oggi, nel nuovo romanzo di Lily Tuck “E ti ho sposato” (Bollati Boringhieri, 199 pagine) che ci impone una serie di riflessioni a partire da quell’abile sottotitolo “Nulla è più scandaloso di un matrimonio felice”.

Operazioni di marketing editoriale, si dirà, e però anche proposizione “scandalosa” di un messaggio inattuale: la felicità nel matrimonio c’è, e non è una questione di estrazione sociale: non bisogna essere incolti e poveri in ispirito per apprezzare la bellezza del legame duraturo. Anche gli intellettuali possono essere felici nella fedeltà d’una vita passata insieme, perché lui, Philip, appartiene alla schiera dei docenti universitari e per di più è un matematico, il che vuol dire – l’attualità mediatica insegna – una delle componenti più radicalmente tese allo scetticismo. Di teorie matematiche e fisiche, soprattutto quantistiche, è impregnata la narrazione, perché Philip si diverte a punzecchiare la moglie con paradossi e astrusi ragionamenti statistici, ma il tutto avviene in una sapiente mescolanza di piani e dialoghi, in modo che teorie e vita di tutti i giorni siano saldamente collegate tra loro. Si parla, si scherza, si mangia e si ama, mescolando brani della propria conoscenza con pezzi di vita e con i sentimenti.

Ora, in una dimensione editoriale in cui l’unica possibilità d’amore sembra consistere nel rinnovare il partner al primo segno di stanchezza o noia, a prescindere dalla presenza di figli, il fatto che un’affermata scrittrice ci metta la faccia nell’affermare la bellezza della coppia fedele nel matrimonio non può che stupire, e, appunto, scandalizzare.

Che ne sarebbe, se tutte le narratrici fossero come la Tuck, di tutto quel mondo – non solo editoriale – che si poggia sulla “necessità” di rifare la coppia attraverso inserzioni, club, riviste, blog e vere e proprie multinazionali del rinnovamento, del cambiamento e del godimento? Per di più mentre l’artista è all’inizio scettica sulla possibilità di un Dio, lui, il disincantato intellettuale, docente e per sovrapprezzo matematico (qualsiasi riferimento a persone reali in Italia non è casuale) mostra sorprendenti segni di scetticismo in senso contrario: lui è scettico sul fatto che si possa essere atei. Ovviamente per Philip è una questione di probabilità matematiche, ma quel suo citare costantemente Pascal getta un’ombra lunga su quel disincantato giocare con le possibilità. Non è un caso che sia una visione angelica – un sogno? – a chiudere il romanzo, che con un procedimento di racconto all’indietro, recupera tutta la storia dopo l’improvvisa morte di lui: “L’angelo sorride, e scuote la testa. Deve essere un sogno. Non ha importanza. Non c’è traccia di paura in lei, né di sorpresa”.

Più di duecento anni di romanticismo malinteso vengono con questo romanzo (e non è il solo in questo periodo: è cominciata una controtendenza?) attaccati e ridiscussi, perché la Tuck rimette in piedi la questione della fedeltà, della saldezza, della monogamia, tutte cose che sembravano tramontate in Occidente (qualcuno sospetta per permettere una più larga diffusione di nuove economie “individuali” anche nella vita di tutti i giorni). Lo fa rispondendo alla questione posta da tanti anni di celebrazioni della fuga dal matrimonio, dalla noia della fedeltà: può affascinare la vita in due per sempre? Può essere oggetto d’arte – e perciò anche di narrazione – il reciproco darsi di due persone che vivono assieme per decine di anni, affrontando stanchezza e noia non con la negazione, il tradimento o la fuga, ma con la fantasia, la gratitudine, la voglia di fare felice l’altro, in una parola sola con l’amore?

A leggere “E ti ho sposato” sembrerebbe proprio di sì, perché riemerge, senza paura di essere additati come tradizionalisti dai fautori dell’avventura a tutti i costi, quella frase tante volte detta alla fine di un’avventura fatta di fedeltà e d’affetto profondo: “Non riesce a immaginare una vita senza Philip. E nemmeno lo vuole”.

Marco Testi

 

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Posted by on 4 aprile 2012. Filed under Interviste. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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