Venezia / Un Carnevale senza età nella città senza tempo

Un tuffo nel passato nella Repubblica Serenissima: “Buongiorno Siora maschera”. Era questo il saluto che si rivolgevano i personaggi in maschera che si incontravano in piazze, calli, campi, dove ancor oggi la tradizione rivive, in quegli scorci che non cessano di incantare. “Nella notte dei tempi, – ci racconta una maschera ultraottantenne –  sotto il ducato di Vitale Falier (1094), gli aristocratici permettevano anche ai ceti meno abbienti il travestimento con costumi e maschere e di prendersi burla di loro; un giocoso rito collettivo nel quale si scompigliava l’assetto delle classi sociali. Il Carnevale seguiva ritmi diversi da quello odierno in quanto esordiva la prima domenica di ottobre per raggiungere l’apice nei giorni precedenti la Quaresima. Il carnevale… un vera Circe! Tutto era in suo potere, tutto era lecito, persino alle menti più fervide trovar concretezza alle loro fantasie per lo più nell’anonimato”.

Questa era la Venezia fino al ‘700, il secolo che la rese il luogo di infinite fantasie. Era il mondo di Giacomo Casanova, un mondo elegante caratterizzato da superficialità, la terra dei pittori Boucher e Fragonard e di uno degli scrittori più conosciuti all’estero, Carlo Goldoni, che in una poesia esprime così il carnevale: Qui la moglie e là il marito / Ognuno va dove gli par / Ognun corre a qualche invito / Chi a giocar chi a ballar.  Ed ancora “bisognerà attendere la dominazione austro-francese (1797-1814) perché la maga fosse proiettata in una certa etica lontana da momenti di trasgressione e giochi proibiti”, ma non solo, soprattutto perché ci si spaventava di disordini popolari e ribellioni. Sarà negli anni ’80 del secolo scorso che il Carnevale veneziano tornerà al suo vecchio splendore grazie all’impegno di istituzioni prestigiose come la Biennale e il teatro La Fenice”.

Un ammaliante viaggio che ripercorre le usanze e i costumi che secoli fa regnavano nella città galleggiante con la laguna dall’aspetto paludoso e le sue brume. Vestita di turisti di giorno ed ancor più segreta e ammiccante alla sera, quando il sole va a dormire e sul sipario cambia lo scenario che dà l’idea di vivere in un mondo parallelo, con quelle timide lucine, poste in ogni dove, che in punta di piedi riflettono nei canali le gondole su screziature color prato, rese fluttuanti da qualche imbarcazione, palazzi istoriati e quanto vi sta attorno. Ci si immerge in una Venezia che muta la sua anima con i suoi colori e suoni magici. Un’atmosfera surreale, un dipinto… dove tutto nella sua calma apparente è vita! Nulla lascia pensare ad una sfilata di maschere per la naturalezza di chi sfoggia con tanto orgoglio i propri abiti e maschere, vanitosamente pronti alle foto.

Un Carnevale senza età nella città senza tempo, con un succedersi dei più svariati vestiti e maschere che passeggiano per tutta la città, da piazza San Marco sotto le Procuratie Vecchie, quasi come a riceve una benedizione dal poderoso campanile e dal leone alato (simbolo di Venezia) per continuare per Palazzo Ducale passando per il ponte dei Sospiri (meta infelice dei condannati che tiravano l’ultimo sospiro prima di essere rinchiusi nelle prigioni della Serenissima), continuando sul Ponte dell’Accademia, volgendo lo sguardo sul Canal Grande.

Tantissime e variegate le maschere che abbiamo visto a Venezia e che caratterizzano e ad un tempo fanno da cornice, come la Bauta: formata dal tabarro nero (mantello), un tricorno nero su di un volto bianco; travestimento adatto sia per gli uomini che per le donne, grazie alla forma particolare del largo e sporgente labbro superiore che consente loro di poter mangiare e bere senza togliere la maschera ed il naso stretto permette di rendere irriconoscibile anche la voce. Ed ancora, costumi d’epoca, di pirati, Pinocchio, il gatto e la volpe, costumi da donnina popolare, da commedia d’arte con Pantalone, Arlecchino, Colombina, il Capitano, il Dottore, dame, cicisbei, cavalieri che amano mostrarsi e farsi ammirare. Venezia, invasa, pervasa, sommersa di maschere senza tralasciar nessuna zona, come il Canareggio, il ghetto che, con le sue sinagoghe e gallerie d’arte diventa ancor più magico con le sembianze di una teatrale allegria e giocosità in una fotografia seducente fatta di balli, coriandoli, scherzi e romantici incontri!

Maria Pia Risa