Vita da cooperanti / Il racconto di due giovani italiane: essere poveri a Betlemme? È esserlo il doppio

Il racconto di due giovani italiane, la milanese Miriam e la napoletana Monica. Hanno scoperto una realtà di profonda sofferenza materiale, psicologia e spirituale. “Essere volontari qui – raccontano – significa abbracciare questa realtà nella sua totalità, cercare di capirne la complessità senza pretendere di rivoluzionarla, ma sforzandosi di cambiarla a poco a poco”

“Vivere la quotidianità di tensione, emarginazione sociale e conflittualità che tutti, specialmente bambini e anziani, sperimentano qui e cercare di capire cosa significhi essere cristiani nel luogo in cui il cristianesimo è nato”. Miriam Rossi, milanese, 26 anni con “un’incurabile passione per il Medio Oriente” e Monica Contino, napoletana, 28 anni, laureata in lingue e appassionata di viaggi, spiegano così la loro presenza a betlemmeBetlemme. Le incontro in quella che, da qualche mese, è la loro casa e al tempo stesso una delle sedi del loro servizio, la Società Caritatevole Antoniana di Betlemme che ospita oltre 20 donne anziane sole e bisognose di cure. Due cooperanti che hanno scelto di svolgere il loro servizio all’interno dell’ong Ats, “Associazione di Terra Santa” (www.proterrasancta.org), che ha come scopo primario quello di sostenere le opere e le iniziative dei francescani della Custodia di Terra Santa.

“Vivere a Betlemme per un periodo piuttosto lungo era un sogno che coltivavo da tempo” racconta Miriam che qui può mettere a frutto anche la sua laurea in Scienze politiche per la Cooperazione e lo sviluppo conseguita all’università Cattolica di Milano. “Volevo vivere la quotidianità di tensione, emarginazione sociale e conflittualità che tutti, specialmente bambini e anziani, sperimentano andando oltre ciò che si studia sui libri per fare un lavoro di analisi e comprensione personale delle dinamiche sociali, politiche e culturali del posto e cercare di dar loro una mano in modo efficace”. La scelta di lavorare con una ong radicata sul territorio come Ats, è “il modo migliore per aiutare gli ultimi con progetti di carattere formativo, sociale e assistenziale organizzati e strutturati. Sono, infatti, davvero rare per i bambini le opportunità di vivere esperienza di vita sana ed equilibrata, cosi come per gli anziani i luoghi di aggregazione e di cura sono un’eccezione, ma grazie alle opere caritative dalla Custodia di Terra Santa si può ancora respirare profumo di speranza”. Dagli anziani ai bambini dei campi profughi, passando per le famiglie e per gli studenti delle scuole della Custodia di Terra Santa, le due ragazze sono impegnate in vari fronti, uno di questi è stato un progetto per mettere o sostituire le taniche di acqua poste sui tetti delle case del centro storico di Betlemme abitate da famiglie povere. “Un lavoro – dice Miriam – che mi permette di entrare nelle case delle persone, fermandomi ad ascoltare le storie di chi vive un’esistenza difficile ma che ha conservato la forza di andare avanti e sperare in un futuro migliore. Questo mi ha aperto gli occhi su ciò che avevo lasciato a casa, aiutandomi a rivalutare alcuni elementi che troppo spesso, nel nostro quotidiano, diamo per scontato: dall’acqua corrente, pulita e calda, al riscaldamento, dall’istruzione libera, agli spazi di gioco, dal diritto alla salute a quello della libertà di movimento”.

“A Betlemme ero stata qualche anno fa per il Natale e mi ero ripromessa di tornarci per un tempo più lungo – interviene Monica – non mi bastava toccare con mano il luogo in cui Gesù è venuto al mondo, io volevo vivere quel luogo, conoscere le persone che oggi lo abitano, capire cosa significhi essere cristiani nel luogo in cui il cristianesimo è nato. Il lavoro della Custodia e dell’Associazione pro Terra Sancta sono una testimonianza quotidiana di cosa significhi praticare il Vangelo. Non si tratta di ridurre tutto a questioni di fede o di religione ma di vivere valori universali come l’amore e l’accoglienza”. Tuttavia, sottolinea Monica, “Betlemme è terra di contraddizioni. È il luogo dell’accoglienza e della convivenza, ma è anche il luogo della diversità, dove il dialogo non è sempre facile. È anche un luogo di profonde sofferenze”. A Betlemme sofferenza fa rima con occupazione militare e con muro di separazione israeliano. “I betlemiti sono circondati da un muro che in alcuni punti penetra nella città stessa, quindi si sentono limitati fisicamente e devastati psicologicamente. Aumenta il senso di frustrazione soprattutto tra i giovani e la minoranza cristiana sperimenta un senso crescente di emarginazione”. “Essere volontari qui – racconta – significa abbracciare questa realtà nella sua totalità, cercare di capirne la complessità senza pretendere di rivoluzionarla, ma sforzandosi di cambiarla a poco a poco. In questi mesi a contatto con i francescani della Custodia ho imparato che la diversità è davvero una ricchezza, purché ci sia la volontà di riconoscere i valori universali di fratellanza e solidarietà”.

Miriam e Monica ripetono le parole del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: “Questa terra è amata e desiderata da tanti. Tutti noi siamo chiamati a custodirla, proteggerla e sentirla nostra. È all’origine della nostra cultura, storia, religione”. Infine un invito: “Tutti nella vita dovrebbero dedicare del tempo ad una esperienza di questo tipo. Donare speranza ai bambini e agli anziani aiuta a sconfiggere gli stereotipi più radicati nella nostra cultura e ampliano orizzonti di pensiero sciogliendo dubbi e paure legate al Paese in cui ci si viene a trovare”.

dall’inviato Sir a Betlemme, Daniele Rocchi

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Posted by on 5 febbraio 2015. Filed under Chiesa,Cronaca,In evidenza,Società,Solidarietà. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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