L’autunno caldo del Sudamerica

Protesta a La Paz, Bolivia

Sono tanti i Paesi in subbuglio in questo ultimo quarto di 2019. Da Hong Kong all’Europa, passando per il Libano e la Bolivia le manifestazioni di piazza si susseguono con un’intensità che non si vedeva da anni.

Gli analisti, in questa fase, brancolano nel buio. Qualcuno si concentra (giustamente) sulle situazioni locali, ma coloro che invece provano a tracciare un dipinto generale della situazione, portando più in alto il livello dell’analisi, restano spesso paralizzati dall’eterogeneità del fenomeno. Cosa può accomunare quanto avviene in Medio Oriente con quanto avviene in Sudamerica?

Apparentemente nulla, ma può darsi che il quadro si schiarirà nei prossimi mesi. Lungi quindi dallo sbilanciarci in una lettura complessiva, proviamo almeno ad analizzare una situazione più localizzata e dai contorni comuni: quella del continente sudamericano. Il caso più eclatante è quello della Bolivia, dove la decennale presidenza di Morales è caduta in seguito alle pressioni provenienti da più parti. Ma forti movimenti si sono visti anche in Ecuador e in Cile. Vediamoli caso per caso.

In Bolivia le dimissioni di Morales resteranno negli annali, soprattutto per le loro modalità. Il presidente, al potere da quasi 14 anni, ha infatti lasciato il potere in seguito allo schieramento delle forze armate in favore dei manifestanti dell’opposizione. Tutto era cominciato con la forzatura costituzionale di Morales, che ha provato a restare in carica più di quanto gli fosse consentito dalla legge. La contestazione dei risultati elettorali del 20 ottobre scorso ha poi fatto il resto. I dubbi su brogli commissionati dal governo hanno dato spazio a un’opposizione indebolita, negli anni, dalle buone prestazioni economiche di uno degli ultimi governi di sinistra del continente. Ma che ora ha potuto rialzare la testa. Morales è fuggito in Messico e al suo posto è stata “eletta” la vicepresidente del Senato, Jeanine Añez. Ufficialmente per un mandato ad interim, ma i segnali sono di tutt’altro colore.

In Ecuador, le proteste contro il presidente Lenìn Moreno hanno indotto quest’ultimo a decretare lo stato di eccezione, già a inizio ottobre. E poi a spostare provvisoriamente la sede del governo dalla capitale Quito a Guayaquil. A pesare, nel giudizio popolare nei suoi confronti, è la virata politica che sconfessa l’operato del suo predecessore, Rafael Correa. Sia sul fronte economico, con la riduzione dei sussidi statali, sia su quello geopolitico, con l’allontanamento dal Venezuela, l’Ecuador si sta muovendo in direzione degli Stati Uniti. Per la maggioranza dei cittadini, che l’hanno votato sulla base della stessa piattaforma politica di Correa, una simile svolta è considerata un tradimento.

In Cile, l’esecutivo dovrebbe reggere. Ma le contestazioni al potere sono più forti che mai, e ricordano ben altre epoche. Le proteste sono state (e sono) tali da convincere il presidente Sebastián Piñera a schierare 9mila soldati nell’area della capitale Santiago, favorendo una repressione che ha portato una ventina di morti in meno di un mese. Tutto è partito da un dettaglio apparentemente insignificante come il prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago. Ma presto la contestazione si è estesa su altri temi, dal generale carovita all’annosa questione della corruzione. Fino al rigetto della posizione dei militari, che dai tempi di Pinochet godono di privilegi tanto consolidati quanto non accettati dalla popolazione. A crollare è il patto sociale di un Paese che in troppi ritenevano un’eccezione felice di stabilità nel panorama sudamericano.

Cosa lega dunque tutti questi movimenti? La deriva economica (spesso neoliberista) e politica (in Bolivia), la crescita delle disuguaglianze, ma soprattutto l’insofferenza generalizzata di un continente che dipende troppo da decisioni prese altrove. Cominciando dal prezzo delle materie prime, delle cui rendite vive, fino alla sudditanza geopolitica imposta dagli Stati Uniti. Sullo sfondo, resta la frattura continentale tra Paesi che su questi e altri temi non riescono a trovare sintonia. Basti pensare alle nuove tensioni ideologiche tra il Brasile di Bolsonaro e l’Argentina del neoeletto presidente Fernández.

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