Le tasse? Una questione (anche) di etica

“Il timore e il sospetto che la classe dirigente possa abusare del proprio potere e utilizzare la politica fiscale in modo indebito, sono anch’essi una ragione per rendere più efficaci le istituzioni che controllano coloro che sono eletti alla nobile arte del governo”. È la riflessione di Flavio Felice, ordinario di dottrine economiche e politiche alla Pontificia Università Lateranense (Pul), intervistato dal SIR sulla relazione tra fisco, etica e cittadini alla luce della recente ricerca del Censis “Rapporto tra gli italiani e il fisco”  e del seminario “Etica e giustizia nella tassazione” che si è tenuto nei giorni scorsi alla Pul.

Il Censis racconta un’Italia che giudica troppo elevato il carico fiscale. Sembra persistere l’idea di uno Stato che “mette le mani nelle tasche dei cittadini…”

“La percezione che i cittadini hanno del modo in cui la classe dirigente svolge la propria funzione non è una mera allucinazione, ma tende a misurare la cifra dell’autentico rapporto tra ‘rappresentanti’ e ‘rappresentati’. La ricerca del Censis indica che esiste un problema e spetta ai rappresentanti politici rispondere ad esso, pena il rischio che i cittadini-elettori scelgano di ‘mandarli a casa’. Il giudizio rilevato dal Censis, per quanto aggregato e volubile, rappresenta un chiaro messaggio di disagio e di insoddisfazione dei governati nei confronti della classe dirigente che li governa. Il giudizio della maggioranza dei cittadini, se opportunamente veicolato e formalizzato nelle dovute sedi istituzionali, presenta i crismi della sovranità. Non dobbiamo mai dimenticare che la democrazia si nutre del continuo controllo dei rappresentati nei confronti dei rappresentanti: ‘pesi e contrappesi’”.

La percezione della qualità e quantità dei servizi ricevuti dallo Stato sono un elemento di valutazione importante per parlare di “giusta tassazione”?

“Una costituzione fiscale adeguata, ovvero ispirata al principio di sussidiarietà, deve tutelare e premiare chi risparmia, coloro che con le loro attività aumentano la produttività del lavoro, nonché chi, in forza di creatività e ‘prontezza imprenditoriale’, rischia innovando. Un’imposta è percepita eticamente adeguata non solo quando essa è democraticamente deliberata dalla maggioranza di un’assemblea parlamentare, ma anche quando risulta essere il prodotto trasparente di una procedura corretta la cui destinazione è condivisa e ritenuta opportuna. Di conseguenza, la quantità e la qualità della spesa finiscono per interessare direttamente i singoli, le famiglie e le imprese, i quali altro non sono che i terminali di quella spesa per la quale pagano le imposte. Si comprende, allora, come il disequilibrio tra spese e imposte, qualora fosse causato da spese improduttive, rappresenterebbe la prima ragione della mancata crescita economica e la fondamentale causa dell’impossibilità da parte dell’ente pubblico di offrire servizi adeguati rispetto al carico fiscale”.

Pagare le tasse è contribuire al bene comune? A quali condizioni?

“È un tema di scottante attualità politica e ricco di implicazioni teoriche. Si tratta di una questione che, a partire dal dato meramente economico, interessa la dimensione esistenziale più intima degli esseri umani, delle loro famiglie, del loro lavoro e delle loro imprese, finendo per interpellare le ragioni del loro essere e sentirsi liberalmente parte attiva e solidale all’interno di un qualsiasi raggruppamento sociale. Sulla scorta della dottrina della Chiesa e del recente intervento di Benedetto XVI a Westminster, si può ritenere che l’equivoco dal quale bisognerebbe fuoriuscire è quello di considerare il fisco una sorta di reificazione del bene comune: ‘Rendere a Cesare quel che è di Cesare, ma a Dio quel che è di Dio’, evitando di confondere oggetto e destinatario. Esso è piuttosto il meccanismo burocratico mediante il quale si concorda il prezzo che il cittadino paga per i beni che decide di produrre mediante l’operatore pubblico. In tale contesto teorico, due sarebbero i principi che regolano la politica fiscale: in primo luogo, l’uguaglianza e la generalità del dovere tributario; in secondo luogo, è necessario che l’imposta sia conforme al mercato”.

È possibile oggi superare un’etica individualistica e ad aprirsi ai doveri sociali?

“L’insegnamento di don Sturzo, maestro ancora inascoltato, ci ricorda che l’economia è naturaliter per la persona perché nell’ambito di ciò che riguarda gli affari sociali non esiste che la persona. Solo la persona agisce, solo la persona pensa, soffre, spera, gioisce, in definitiva, solo la persona sceglie; e l’economia è la scienza che tenta di risolvere i problemi relativi alle scelte allocative, in un mondo di risorse e di conoscenze scarse. Se si esclude la persona o se si assume come strumentale la sua presenza, se la si ignora fino a farla diventare marginale, le ragioni stesse della persona saranno sostituite dalle ragioni delle organizzazioni fino ad arrivare ad incarnare ‘le ragioni del Fisco’ mentre la persona reale sarà sempre più disarmata di fronte a chi vorrà sacrificarla sull’altare di ‘forze maggiori’”.

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