Liturgia / 2^ domenica d’avvento: vale la pensa aspettare?

C’è il rischio, ogni tanto, di crearsi aspettative che poi vengono disattese. Allora pensiamo che non ne è valsa la pena di aspettare; abbiamo sprecato tempo. E sempre di più questo tipo di pensiero ci prende, avvolti come siamo dal tutto e subito. Si fa difficoltà a leggere, a fermarsi un po’ a considerare i moti del cuore, a guardarsi con obbiettività quasi dall’esterno. Forse perché già avvertiamo, alla prima lettura di una pagina, che quel testo o quella sensazione ci potrà sorprendere e magari cambiare. Se è così, certo, non vale la pena intraprendere nessun cammino.

Ma questa non sarebbe vera attesa. Se aspetti davvero qualcosa, o qualcuno, hai già messo in conto la possibilità di trovarti dinanzi a qualcosa di nuovo. Questo rende l’attesa lieta.

La liturgia di questa domenica chiama a raccolta il popolo di Sion perché il Signore farà udire la sua voce maestosa (Antifona d’ingresso). Sarà disattesa l’aspettativa dei popoli, trovandosi poi dinanzi un Battista, vestito di peli di cammello e che si nutre di cavallette (Vangelo)? Non per chi ha in cuore solo di «ascoltare che cosa dice Dio, il Signore» (Salmo). Dovremmo sforzarci un po’ di più, alzarci dai nostri comodi divani e compiere il cammino verso il non ancora conosciuto, inoltrarsi nel deserto e nella steppa per preparare le strade nuove nelle quali il Signore possa camminare; e poi colmare i vuoti, eliminare quel che è di troppo (prima lettura).

Si sa, «gli inizi sono sempre difficili», scriveva Chaim Potok in un suo romanzo; molti impegni e occupazioni possono ostacolare il tempo dell’attesa (Colletta), facendo deviare sul tutto e subito. E saremo nuovamente affannati, pieni, confusi.

Ma anche oggi ci giunge una parola buona: «Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta»! Vale la pena aspettare?

don Raffaele Stagnitta
vicedirettore dell’Ufficio diocesano per la liturgia

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