Mondo / In Ucraina vince Zelenskij, tutti gli scenari sono aperti

Lo scorso 21 aprile, in Ucraina, si è tenuto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, della cui importanza avevamo parlato circa un mese fa.

A vincere, anzi a trionfare, è stato Volodymyr Zelenskij, attore comico che ha prevalso per il 73% dei voti sul suo sfidante, il presidente uscente Petro Poroshenko. Il giovane neopresidente ha raccolto la fiducia degli elettori in quasi tutte le circoscrizioni del Paese, una chiara segnalazione della volontà popolare di un radicale cambio di passo.

Il mandato di Zelenskij sarà scandito dalle promesse del suo programma. Su tutte, l’impegno nella lotta alla corruzione che sradichi il malcostume (per chiamarlo con un eufemismo) dilagante nell’ex repubblica sovietica. Poi ci sono le sfide strategiche. La guerra nel Donbass, ormai a bassa intensità ma mai davvero conclusa, si trova in una fase di stallo che forse conviene a Mosca, ma certamente non a Kiev. Davanti al neopresidente si profila un dilemma: l’accettazione dello status quo sancito dal separatismo delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, oppure una guerra permanente che di fatto non può essere vinta. Anche perché intanto da Occidente non arrivano segnali che incoraggino il prosieguo delle ostilità. E a dirla tutta, nemmeno dal popolo ucraino.

L’elezione di Zelenskij è stata vista infatti da più parti come un segnale dal basso dal chiaro contenuto (geo)politico: gli ucraini non sono stanchi solo della corruzione ma anche della guerra. Per chiuderne il terribile capitolo, sono forse disposti in gran parte a perdere per la seconda volta l’integrità territoriale, con un’amputazione di fatto del Donbass, e a rinunciare a qualsiasi ipotesi (già di per sé irrealistica) di una restituzione della Crimea da parte della Russia.

Le cose, tuttavia, non sono così semplici. A impedire un simile epilogo vi saranno sia le forze nazionaliste ucraine, sia gli attori internazionali interessati a non chiudere i conti con Mosca. O almeno, non in modo così svantaggioso. In questo senso sono già in molti a gridare, se non al complotto putiniano, al rischio di un presidente troppo morbido nei confronti dei russi. Per inesperienza o connivenza, poco importa.

Eppure i timori di uno Zelenskij “tappetino” nei confronti di Mosca non sembrano realistici. Di certo Putin non amava Poroshenko, ma almeno in un certo senso era un suo “simile”, speculare, che sapeva come fronteggiare. Entrambi i leader hanno saputo tenere alta la tensione, e quindi l’attenzione, sui territori contesi – provando a far dimenticare le magagne interne.

Con Zelenskij la musica cambia. Putin potrebbe addirittura temerlo: il suo profilo, politicamente parlando, ricorda più quello di uno dei suoi dissidenti (come Navalny) che il proprio. Giovane, simbolo della lotta alla corruzione, senza esperienza pregressa, pronto a sovvertire il sistema. Tutte caratteristiche diametralmente opposte alla figura del presidente russo. Tra i due si potrebbe trovare un’intesa, oppure un conflitto asimmetrico e senza precedenti: tutte le possibilità sono ancora aperte.

Per il momento, comunque, Zelenskij manterrà un certo status quo. Deve ancora consolidare il suo potere, reso incerto dall’assenza di maggioranza in parlamento (fino a nuove elezioni). E deve anche rassicurare gli alleati occidentali, Stati Uniti in primis, sulle sue intenzioni. Passeranno ancora molti mesi prima di far scoprire al mondo cosa vuole veramente.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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