Perché l’uccisione di Bin Laden non chiude la partita

La notizia è pesante. L’uccisione di Osama Bin Laden non è un fatto irrilevante nel panorama internazionale. Ma il modo in cui è stata raccontata e commentata suscita un grave malessere. Non ci riferiamo ai sospetti avanzati da qualcuno sulla fretta con cui il corpo di Osama è stato sottratto a osservatori e fedeli. È del tutto comprensibile la preoccupazione Usa di evitare ogni possibile spunto per facilitare la trasformazione in martire di chi fu assassino. Le immagini della salma, così come un luogo fisico di sepoltura, potevano diventare simboli da usare e frequentare per dare ossigeno a chi è drogato dalla violenza. Per questo sono state negate le foto e il corpo è stato “sepolto” in mare, assicurando il rispetto dei riti funerari musulmani.
Consapevole che la vicenda Osama è soprattutto una questione di comunicazione, la presidenza Usa ha curato nei minimi dettagli – certamente da tempo – annuncio e gesti legati alla morte di Bin Laden. Abbiamo visto così un presidente misuratissimo, sobrio, che con parole quasi carezzevoli annunciava nel cuore della notte l’uccisione di Bin Laden. Obama ha raccontato come dopo le Twin Towers gli Usa si siano ritrovati solidali. Ha raccontato come il sacrificio di “uomini, donne e bambini” abbia unito il Paese anziché indebolirlo e di come l’uccisione di Osama in qualche modo chiude la ferita aperta l’11 settembre di dieci anni fa. In realtà la morte di Bin Laden non chiude la partita. Anzi, la rabbia e l’orgoglio – proprio il titolo del libro con cui Oriana Fallaci giustificava nel 2001 ogni reazione violenta contro i terroristi e il loro mondo – potrebbero alimentare ora reazioni incontrollate da parte di una struttura, Al Qaeda, che riconosceva in Bin Laden una leadership simbolica di grandissimo impatto comunicativo, ma si era in questi anni articolata in modo magmatico e orizzontale, con catene di comando cortissime e ampie autonomie locali.
“La Base” si è trasformata di fatto in un marchio che anche singoli attentatori possono usare per manifestare la propria adesione alla lotta globale contro l’Occidente. Un fenomeno in sé debole, soprattutto se si elimina l’ispirazione del leader simbolicamente più forte, ma difficilmente controllabile.
Ma non è la paura delle reazioni che ha suscitato malessere, né la prospettiva di ciò che sarà domani nelle alleanze e nei comportamenti degli attori principali del mondo orientale e mediorientale. La morte di Osama, infatti, potrebbe facilitare il lavoro del premier Zardari nell’isolare le frange filo-fondamentaliste del suo governo e dei servizi segreti pakistani. Toglierà spazio ad Assad in Siria e a quel poco che rimane di Sahled in Yemen, che non potranno più presentarsi come gli interlocutori affidabili in grado di evitare derive verso il fondamentalismo. Lo sconfitto da eroe diventa perdente. E i perdenti non hanno tifosi. Il che significa probabilmente che, a parte le reazioni dei singoli, il processo di aggregazione del terrorismo fondamentalista è stato effettivamente indebolito e difficilmente i leader che si sono permessi ogni abuso in casa, garantendosi il posto grazie al baluardo contro Al Qaeda, potranno proseguire a lungo come prima.
Tutto questo nella primavera araba di questi mesi potrebbe comportare qualche elemento di serenità in più, pur non riducendo davvero il rischio che dell’attuale instabilità nuovi poteri forti possano profittare.
Non preoccupa nemmeno l’assenza di parole sul futuro dell’Afganistan, la cui campagna militare era stata giustificata in origine da Bush con la scusa di catturare Osama. La situazione afgana è estremamente complicata e si può risolvere solo con gradualità. No, non sono queste le ragioni del malessere. Le ragioni stanno in una frase del discorso di Obama, che ha sì ottenuto il consenso degli esponenti del partito repubblicano, ma che ha suscitato i brividi in milioni di ascoltatori in tutto il mondo. Obama si staglia, per statura politica e morale, molto al di sopra degli altri attuali leader internazionali. Ma affermare che “giustizia è fatta” dopo aver ucciso un uomo non è accettabile.
Nessuno vuole proporre angelismi, è del tutto chiaro che la morte di Osama fosse nelle prospettive possibili dell’azione Usa. La violenza e la morte dell’altro fanno parte – purtroppo – della storia dell’uomo. Un padre non rimane inerme se stanno violentando sua figlia. Ma la giustizia è altra cosa. È creare e alimentare quotidianamente relazioni umanizzanti, che promuovono la vita, non la violano. I cittadini Usa che hanno manifestato in festa si compiacevano del dolore altrui, che non restituisce nulla, semmai alimenta nuovo rancore e nuove vendette. Ce lo hanno insegnato bene in Sud Africa, dove vittime e carnefici hanno confessato e pianto insieme il loro dolore. Quella è vera giustizia. Spiace che quella categoria, politicamente fondamentale, venga mistificata da chi sa che quando parla ha responsabilità mondiali. Non solo politiche, ma anche educative.

Riccardo Mori

SIR

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