Economia / Si fermano i flussi di merci e stock finanziari, si chiude l’era delle illusioni

Il crollo del prezzo del petrolio è forse il primo segnale a indicarci che questa non sarà una crisi come le altre. Per uscirne occorrerà cambiare paradigma, e stavolta non abbiamo più scuse.

Un disastro senza precedenti, per adesso limitato al campo dei “freddi numeri”, ma che presto investirà anche l’economia reale. Il crollo del prezzo del petrolio non riguarda di certo solo le economie che si basano sulla sua esportazione. Né è limitabile all’ambito dei Paesi del cartello OPEC+. Si ferma un intero mondo produttivo e distributivo, persino in ritardo rispetto agli inizi del lockdown globale. La quantità delle conseguenze non è facilmente calcolabile.

Parafrasando Ed Hutcheson (Humphrey Bogart), è la globalizzazione, bellezza. Alla moltiplicazione delle opportunità corrisponde quella dei rischi. Oggi le crisi sistemiche viaggiano su binari molto più rapidi di una volta, proprio grazie all’interconnessione di attori e dipendenze. Dimentichiamo la crisi del ’29: lì gli effetti si manifestarono pienamente su scala planetaria nel giro di anni.

Dimentichiamo anche la crisi del 2008, perché i suoi presupposti sono ben diversi. Stavolta non si tratta della Lehman Brothers o dei mutui subprime che innescano una serie di effetti a catena. La crisi sarà orizzontale e simmetrica, già insita nelle sue premesse nelle singole economie di tutti gli Stati nazionali. Non solo occidentali.

L’effetto rimbalzo, su cui molti sperano anche per riportare in ordine le previsioni sul PIL del 2021, potrebbe non arrivare. O almeno essere del tutto insufficiente. Per la sua natura odierna, il sistema economico capitalista non è preparato a resistere a simili “stress test”. La previsione – che oggi ormai fa sorridere per la sua ingenuità – di un flusso ininterrotto di merci e stock finanziari, alieni pure alla sola idea di una “forza maggiore” che potesse arrestarli, ha creato un modello tossico. Un sistema in cui le riserve hanno assunto un valore decrescente in favore del movimento (si pensi all’applicazione da parte delle banche centrali di tassi d’interesse prossimi allo zero, toppa inevitabile ma insostenibile nel lungo termine).

Ma la velocità della crescita è direttamente proporzionale a quella della caduta. Fa impressione oggi vedere certe immagini provenienti dagli Stati Uniti, in cui cittadini muniti di Suv chiedono di poter accedere alla distribuzione alimentare per sopravvivere. Abituiamoci all’idea di vedere più spesso simili situazioni. Forse non in Italia (o perlomeno non subito), grazie all’attitudine nostrana al risparmio privato, ma nel resto del continente sì. A partire dai Paesi anglosassoni.

Di fronte a simili scenari, l’utilizzo delle consuete categorie appare anacronistico. Al Consiglio Europeo di domani, c’è da starne certi, si continuerà a parlare di austerità e garanzie reciproche per l’erogazione di prestiti nazionali. Nessun cambio di paradigma rispetto alle trattative dell’inizio del decennio scorso, nonostante le loro ben note conseguenze sulla Grecia e soprattutto la diversità dell’attuale crisi.

Ma il punto stavolta non sarà la generosità dei Paesi “virtuosi” del Nord Europa protestante, Germania e Paesi Bassi in primis. La vera questione riguarda la sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e crescita indefinita, anzi indefinibile. Questione certamente non affrontabile in una singola riunione di capi di Stato e governo, ma neanche più differibile. Se non se ne terrà in alcun modo conto, sarà abbastanza inutile parlare di vittorie e sconfitte nazionali al termine del vertice.

Pietro Figuera

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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