Statue disunite d’America (e d’Europa)

La statua vandalizzata di Leopoldo II del Belgio, a Bruxelles


L’improvvisa furia iconoclasta degli ultimi giorni ha innalzato il dibattito sul significato della storia e dei suoi simboli. Una posizione univoca è impossibile, ma bisogna saper distinguere tra conoscenza e commemorazione.

La polarizzazione su un argomento relativamente nuovo (che poi è tutt’altro che nuovo, ma la memoria delle cose oggi dura al massimo qualche giorno) è normale: sembra che tutti per diritto/dovere costituzionale debbano dire la propria, e nella generale ignoranza storica conviene quindi prendere subito una posizione di principio, in un senso o nell’altro, e difenderla con le unghie e con i denti.

Dal conservatorismo più chiuso (“tutto deve rimanere com’è”) al revisionismo più estremo (“processiamo ogni personaggio storico”) sembrano esserci poche vie di mezzo, tra cui quella agnostica e simil-nichilista di chi non crede ai monumenti e trova surreale tutto questo accanimento sui simboli, pensando che basti parlare di economia e di problemi quotidiani per (il quieto) vivere.

Eppure basterebbe fare un attimo due conti per scoprire che una posizione assoluta, su questi argomenti, è assai scomoda o addirittura impossibile. La storia è storiografia, e non metterla mai in discussione (come vorrebbero i “conservatori”, chiamiamoli così) equivale a rifiutarla in toto, in modo quindi non dissimile da ciò che fanno i loro avversari più esaltati (chiamiamoli “rivoluzionari”).

Non esiste un punto di vista unico e oggettivo degli eventi, dibattiti come quello odierno palesano anzi l’assenza della cosiddetta memoria condivisa, cioè di un’opinione realmente comune sull’operato storico di determinati personaggi. La storia in quanto tale è un continuo divenire, e fa sorridere che questo da certuni venga accettato e addirittura inneggiato quando coinvolge Paesi lontani (l’abbattimento delle statue di Saddam Hussein, o la rimozione di quelle di Lenin) mentre sarebbe un sacrilegio a casa nostra. Come se tutto in fondo non fosse altro che uno spettacolo da osservare a distanza di sicurezza.

Dalla parte opposta, quella dei “rivoluzionari”, si vede una sorta di fastidiosa sufficienza nell’affrontare le contestualizzazioni: in una continua apologia del presente, ogni distinguo sarebbe un insulto a valori universali – e quindi l’accetta sarebbe già pronta per tutti, fino a Giulio Cesare o ancora oltre. Poco importano gli usi e le convinzioni di un tempo, il progresso non ammette ritardi (neanche in chi è vissuto nel passato e non può più dire la propria) e a nessuno deve essere concessa indulgenza. Probabilmente neanche a chi formula simili pensieri verrà accordata, tra qualche decennio.

Per inciso, va detto che non sempre le contestualizzazioni vanno a favore dei “conservatori”: si pensi al caso di Leopoldo II del Belgio, la cui statua è stata vandalizzata in questi giorni ad Anversa. Contestualizzarne il personaggio non significa affatto giustificarne le azioni, bensì al contrario prendere atto che nell’epoca in cui visse e regnò fu (fortunatamente) oggetto di vasto scandalo per le sue azioni*. Almeno da parte degli intellettuali e della stampa che avevano intuito, già all’inizio del XX secolo, la portata e le potenzialità politiche della propria voce. Difenderne oggi il monumento è un atto moralmente discutibile e storicamente inconsapevole, se non privo di senso.

Da questo punto di vista, il dibattito confuso e al tempo stesso infuocato che si sta svolgendo in questi giorni costituisce una grande opportunità: quella di approfondire, capire, persino scontrarsi ma a ragion veduta. A patto che si abbia la voglia di farlo veramente.

Se alla rimozione fisica delle statue non corrispondesse quella della memoria storica (e bisogna fare attenzione, perché l’ignoranza fa più danni della censura), non ci sarebbe nulla di male nel compierla in determinate circostanze. Ma resta qualche dubbio sulle condizioni per simili atti, ovvero sulla maturità storica generale per compierli. E nel dubbio, forse è meglio aggiungere alle statue qualche didascalia con le famose contestualizzazioni.


* Leopoldo II acquisì personalmente il dominio dello “Stato libero del Congo” (futuro Congo belga), facendone oggetto di sfruttamento efferato e spregiudicato. Le sue politiche portarono alla morte di un numero imprecisato di abitanti, dai 3 ai 20 milioni secondo gli storici.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

Tags: