Calcio / Intervista a Cristoforo Filetti, preparatore atletico da Acireale alla vittoria Champions con il PSG

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Cristoforo Filetti

C’era anche un po’ di Acireale nell’impressionante PSG che ha stravinto un mese e mezzo fa la Champions League, travolgendo l’Inter nella finale di Monaco di Baviera il 31 maggio e, la scorsa notte, pur sconfitta in finale, ha chiuso come seconda il primo Mondiale per club FIFA. Tra i protagonisti dietro le quinte c’è infatti Cristoforo Filetti, preparatore atletico originario di Acireale, già noto agli esperti del settore. Da sempre appassionato di calcio, Filetti lavora dal 2020 con il Paris Saint-Germain, occupandosi del recupero degli infortunati. Un vero “globetrotter” del calcio che, nonostante il successo internazionale, è rimasto umile e profondamente legato alle sue radici acesi. Lo ha dimostrato anche accettando con grande disponibilità, mentre era impegnato con la squadra negli USA, l’intervista esclusiva alla Voce dell’Jonio.

Ci ha raccontato il suo percorso sportivo e condiviso alcune riflessioni sul calcio moderno, fiero delle sue origini rispetto alle quali costituisce oggi un modello di riferimento per la crescita professionale di molti ragazzi appassionati di sport. La prima considerazione in premessa è che Cristoforo Filetti, ad oggi preparatore atletico nel PSG, si occupa del recupero individuale. Da notare la differenza, innanzitutto, fra le figure di preparatore atletico e fisioterapista: se quest’ultimo si occupa di un giocatore che esce da un infortunio, fino alla guarigione funzionale, il preparatore atletico cerca invece di “rimetterlo in sesto” per essere pronto a ricominciare a lavorare con la squadra.

Cristoforo, comè iniziata la tua carriera?

Ho studiato alla triennale di Scienze Motorie all’Università di Roma Tor Vergata, per poi intraprendere il percorso di specialistica in Scienze e Tecniche dello Sport. Successivamente hosvolto il dottorato sempre a Roma. Ho poi ho iniziato a lavorare con squadre di serie D, quindi ho fatto esperienza nel settore giovanile della Roma, grazie all’amicizia con Emanuele Marra, con cui avevo condiviso il percorso di studi. Marra era il preparatore di Vincenzo Montella, allenatore della Roma all’epoca. E’ stato di fatto Emanuele a chiamarmi per sostituirlo nel settore giovanile.Cristoforo Filetti PSG preparatore recupero infortunati

Come si è aperta l’opportunità in Qatar?

Ho colto l’opportunità di lavorare in Qatar grazie al professore Valter Di Salvo, per ricoprire la figura di capo della performance di un centro calcistico molto importante. Ho potuto vivere un’esperienza formativa di 4 anni, dal 2013 al 2017, che mi ha portato a occuparmi non tanto di preparazione atletica, in quanto non esiste la figura di preparatore atletico, bensì della performance analysis. Lavoravo con la società Al-Sailiya Sports Club: tutti i performance analysis lavoravano in un centro insieme ad altre squadre. Sono stato senza dubbio fortunato ad aver incontrato le persone giuste che mi hanno messo alla prova e aperto le strade per una crescita professionale.

Dopo il Qatar?

Nel 2017 sono stato chiamato da Alberto Bollini, allenatore di under 20 in Italia, per lavorare nella Salernitana, dove sono rimasto per 3 anni, in serie B. Anni difficilissimi, ammetto, ma Salerno è una piazza importante da cui imparare molto. Nel 2020, un altro incontro con il professor Bisciotti, già conosciuto in Qatar, che aveva bisogno di un preparatore atletico al Paris Saint Germain, mi ha aperto la strada per Parigi, proprio poco dopo l’inizio della pandemia di COVID-19.

Com’è stato il primo impatto a Parigi e quali differenze hai notato, rispetto all’Italia?

Se a Salerno i giocatori erano più difficili da trattare perché meno aperti ai cambiamenti sul modo di lavorare, in Francia i giocatori sono apparsi da subito più dediti a nuovi approcci e innovazioni. Devo dire che ho potuto constatare molti limiti nel settore giovanile italiano, su cui credo dovremmo migliorare molto. Il fatto stesso di lavorare per vincere subito, nel settore giovanile, è a mio giudizio un approccio negativo perché si deve invece pensare a migliorare i giocatori cercando di farli uscire fuori dalla loro zona di comfort, anche a livello fisico. Dunque rischiando, sbagliando, crescendo.

Pensi possa essere anche un tratto educativo o disciplinare?

Avendo lavorato tanti anni sia in Italia che fuori, credo di potere affermare che c’è molta più predisposizione al lavoro fuori dall’Italia sia a livello fisico che tecnico. Alla Roma, ad esempio, dopo solo un’ora di allenamento notavo come i giocatori iniziassero a lamentare la stanchezza, mentre in Francia al PSG queste cose non esistono. Certo, i problemi ci sono ovunque, ma sono altri. In primis, credo si debba valutare ogni giocatore in modo singolare, secondo le sue predisposizioni. Prendiamo due ex giocatori molto conosciuti come Filippo Inzaghi e Radja Nainggolan.

L’allenatore dell’Atalanta, Emiliano Mondonico, diceva che Inzaghi non giocava bene se non dormiva il pomeriggio precedente alla partita. E così allora si adeguava. Nainggolan invece è stato molto conosciuto per il suo stile di vita spesso sregolato rispetto alle prassi di altri atleti, almeno secondo quanto lui stesso pubblicava sui social. Nonostante questo, però, anche lui come Inzaghi ha scritto pagine importanti in termini di risultati per le squadre in cui ha giocato. Bisogna capire che ogni giocatore è un universo a parte: si deve cercare di prendere il meglio da ognuno di loro.

Credi che in Italia ci si alleni poco o male, rispetto ad altri contesti internazionali di successo?

Credo in Italia ci si alleni molto meno rispetto ad esempio all’Inghilterra. Noi in Italia abbiamo una media di allenamenti con una distanza di 3 km e mezzo, mentre in Inghilterra la distanza è di più di 7 km: quasi quanto una vera partita di Champions, dove i chilometri percorsi in media sono circa 10 o 11. In Francia si lavora facendo 7 o 7,5 km circa.

I ragazzi che giocano in Francia nel settore giovanile sono pronti per giocare in League One?

Sulle squadre di medio livello, molti riescono. Molti giocatori iniziano a lavorare a 17 anni e sono di origini africane: sono perciò messi molto bene fisicamente. In Italia abbiamo delle differenze anche antropologiche, non perché la squadra non riesca a tirare fuori il talento, ma perché diversi giocatori vivono diversi contesti sociali. Questo ha delle conseguenze anche negli ambiti della disciplina e del rendimento: diciamo che tutto dipende dalla fame di successo. Inoltre molto importante è il supporto educativo, mentale ed economico della famiglia, che molto spesso trova lacune in qualcuno di questi aspetti.

Quando parli di sviluppo individuale di un ragazzo, a cosa pensi?

Come dicevo, posso portare l’esperienza per cui da qualche anno sperimentiamo un approccio in allenamento di tipo individuale, in cui non viene insegnata con insistenza una tattica predefinita ma viene impostato piuttosto un tipo di allenamento in cui ci si concentra sul singolo giocatore.

Cristoforo Filetti PSG preparatore atletico
Cristoforo Filetti in USA al Mondiale per club con il PSG

Questo tipo di allenamento, nei settori giovanili, non è ancora spesso compreso, purtroppo, soprattutto in Italia. Molti genitori non ne comprendono il valore e pretendono di avere presto dei risultati nei figli, senza però contribuire con il loro supporto nei confronti delle società e deiprofessionisti che se ne occupano. E i risultati, ahinoi, si vedono. Del resto, il mondo degli addetti alla riabilitazione del calciatore ad esempio non è un mondo che ottiene la giusta riconoscenza. In Italia si ha molta più fame di successo immediato e questo non aiuta: è ancora quasi impensabile che un giocatore che esce dal campionato primavera possa, poi, giocare in prima squadra. Credo sia necessario ancora un altro step di preparazione atletica a causa di forti differenze di intensità.

C’è qualche esempio meritorio che puoi citare per l’Italia?

Qualche anno fa, una squadra che si era trovata prima in classifica del campionato primavera comeil Lecce doveva questi risultati a un dirigente come Pantaleo Corvino, che è andato a scovare tutti i talenti che avevano già raggiunto alti livelli di preparazione. I giocatori scelti da Corvino sonosolitamente dotati sia di talento che di forza fisica anche grazie agli allenamenti impeccabili di Coppitelli, altro lodevole professionista originario di Roma. Quest’ultimo aveva preso undici ottimigiocatori a costo quasi zero, ricordo.

A proposito di giovanissimi, perché stiamo perdendo creatività e tecnica individuale?

Penso che ci sia un problema alla base della crescita dei giovani calciatori. Già da bambini devono adattarsi alla tattica di gioco. Questo porta spesso ad allenamenti “situazionali” troppo ampi, come il 3 contro 1 o il 4 contro 3. Credo invece che si debba ridurre il lavoro situazionale. Bisognerebbe dare più spazio all’allenamento individuale, soprattutto nelle fasce d’età più piccole.

Meglio puntare su esercitazioni come 1 contro 1 o 2 contro 1. In questo modo si lascia più spazio alla fantasia, al tentativo e al divertimento creativo del bambino. Col tempo, i ragazzi imparano comunque a gestire le situazioni di gioco. Ma è importante che non perdano la capacità di attaccare e difendere nell’uno contro uno. È da lì che nasce la superiorità numerica.

La Champions League vinta, la prima storica, è un traguardo emblematico per il PSG: quale bilancio puoi dare dei tuoi anni in questa società di massimo livello, oggi?

Per me questa è un’esperienza straordinaria. Considerando il mio percorso e ciò che sono riuscito a gestire in un contesto certamente non semplice per molti aspetti, dove le qualità professionali non riguardano solo la stretta cerchia della performance in campo. Sto valutando adesso cosa potrebbe esserci come aspirazione all’interno del club.

E’ evidente che la società abbia espresso talenti eccezionali ultimamente: a cosa si deve, a tuo giudizio?

In generale una linea di scouting molto chiara, gestita da persone competenti capitanate dal direttore Luís Campos e dal mister Luis Enrique. Un connubio perfetto che ha portato ad una grande abilità nelle scelte di ogni pedina di uno scacchiere che deve tenere in considerazione tanti aspetti.

Come e dove ti vedi, tra 10 anni? L’Italia e la Sicilia sono nei tuoi programmi?

Certamente tra qualche anno vorrei tornare in Italia. E’ il progetto che abbiamo con la mia famiglia ma deve essere ben preparato. Con mia moglie ne parliamo spesso e speriamo si possa realizzare a breve. La Sicilia è sempre nel mio cuore, vedremo cosa si potrà fare.

Se tu potessi suggerire alle società del calcio siciliano alcuni passaggi, da partiresti?

Ricercare la competenza e certamente migliorare le strutture. E’ un percorso molto lungo e complesso, ma senza questi due aspetti è impossibile crescere e migliorare.

Cosa suggeriresti ad un bimbo che sogna il grande calcio, come tanti? E ad un giovane che invece vorrebbe intraprendere il tuo percorso professionale?

Il sogno dei bimbi é bellissimo. Va coltivato ma i bimbi devono giocare per divertirsi e cercare ambienti ben selezionati che gli permettano di capire i valori dello sport. Ad un giovane suggerirei di traiaccare un percorso che lo porti ad un specializzazione “unica”. Con il mio prof. storico (prof. Ruscello) diciamo sempre che per arrivare al top bisogna saper fare qualcosa che sanno fare in pochi.

Mario Agostino