Stefano Argentino, l’assassino di Sara Campanella, è una delle 54 vittime di suicidio in carcere in Italia. Quello che colpisce, oltre la notizia stessa, è l’implicazione emotiva che è stata il risvolto della medaglia.
In Italia si parla di un 2024 in cui il numero di coloro che ricorrono al suicidio in carcere è stato vertiginoso, secondo quanto rilevato dalle statistiche ministeriali: sono 90 i casi appurati alla fine dell’anno, 6 in più del 2022.
Oltre la questione giudiziaria, oltre il giudizio morale, si affaccia una preoccupante deriva emozionale, in cui sembra che il suicidio di un ragazzo, colpevole di un atto efferrato e assolutamente condannabile, sia diventata la moneta di scambio. Una sorta di occhio per occhio che appaga lo spettatore e svuota di senso l’azione stessa.
Intanto da poche ore si è diffusa la notizia del suicidio a Catania, nel carcere di Piazza Lanza, di un detenuto di 34 anni. Nell’anno in corso sono già 55 i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane.
Il dato
Partiamo dai dati per condurre una riflessione che sia onesta ed informata.
Il Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale ha pubblicato un report, aggiornato al 20 dicembre del 2024, nel quale riporta numeri e dati sulle criticità rilevate nelle carceri italiane. Sono 83 i suicidi accertati nell’anno precedente, con un aumento in dieci anni di 603 casi, a cui si aggiungono 20 morti per cause ancora da accertare ma riconducibili. Il tasso di suicidi tra i carcerati è quindi del 46% e sul totale delle morti di persone che si trovano in custodia cautelare il 54% dei suicidi avviene nei primi sei mesi di detenzione. Gli istituti penali coinvolti in questi episodi sono ben 54, il 28% delle carceri italiane.

I numeri legati al connubio carcere-suicidi sono veramente imponenti. Nel report si evince come il più giovane dei suicidi aveva appena 20 anni, il più anziano 74 anni. Nella custodia chiusa avvengono più suicidi: ben il 77% dei casi avviene in questo regime detentivo. Ai suicidi riusciti si affiancano poi 2.035 tentati suicidi, 12.544 atti di autolesionismo, 5.532 atti di aggressione.
Il dettaglio italiano
Tra le regioni che in Italia detengono il primato del suicidio in carcere compaiono per prime Campania (11), Veneto (9), Lombardia (8), Toscana (8). Dei 54 istituti di detenzione in cui si sono verificati casi di suicidio, nella maggior parte dei casi per impiccagione, in ben 51 si registra un indice di sovraffollamento superiore a 100.
La correlazione tra le condizioni disagevoli dovute all’eccessivo numero di reclusi rispetto a spazi e disponibilità viene analizzata nel report che, a pagina 20 riporta: “un’ultima, breve, nota riguarda l’impatto del sovraffollamento sull’andamento degli eventi critici. Secondo l’analisi comparativa riportata nella tabella – relativa agli eventi critici di maggiore rilievo, è ipotizzabile che all’aumentare del sovraffollamento si possa associare un incremento degli stessi, in particolare di quegli eventi critici che, più di altri, sono espressione del disagio detentivo, quali atti di aggressione, autolesionismo, suicidi, tentativi di suicidio, omicidio, manifestazione di protesta collettiva, aggressioni fisiche al personale di Polizia Penitenziaria e al personale amministrativo“.

In una recente intervista a Libero, il ministro Carlo Nordio, ha però smentito questi dati, negando la correlazione. Nonostante la presa di posizione del ministro si ricorda che in Italia, nell’anno di studio del report, sono stati registrati 1.436 manifestazioni di protesta collettiva, 12.706 manifestazioni di protesta individuali e 7 rivolte.
I dati, infine, riportano che nei primi 222 giorni del 2025 sempre in Italia, si sono registrati 148 decessi in carcere: 48 casi di suicidio, 69 morti per “cause naturali”, 30 per cause ancora da accertare e una per incidente. In media, un morto ogni 36 ore.
Giù le mani da Caino
La storia di Caino e Abele accompagna ciascuno di noi fin dai primi anni. Credente o meno l’uomo si trova subito a fare i conti con questo racconto biblico. Caino incapace di gestire i propri sentimenti, di placare invidia e frustrazione nei confronti di Abele, uccide il fratello.
E’ la storia di una mancanza di comprensione, dell’accettazione assente del successo altrui. Caino, ucciso il fratello Abele, viene interpellato da Dio. La domanda che gli pone è semplice, non ammette altre repliche se non la verità: dov’è tuo fratello? Nella risposta di Caino tutta la storia che si riassume: “sono forse io il custode di mio fratello?”

Quando ci troviamo a parlare della situazione nelle carceri italiane dovremmo partire da questa domanda e arrivare all’unica risposta: si. Siamo custodi anche del fratello che ha commesso un errore assoluto e impossibile da accettare e perdonare.
Eravamo custodi anche di Argentino. Lo siamo di tutti i detenuti che hanno tentato il suicidio o che hanno lasciato che questo pensiero intrusivo si facesse spazio nelle proprie menti.
Educazione e reinserimento sociale
La funzione del carcere non è la detenzione fine a sè stessa, ma deve saper avviare un percorso di rieducazione e reinserimento sociale del carcerato. Lo scopo non è punire, ma trasformare il comportamento per favorire un ritorno costruttivo nella società.
Cosa fa gioire, quindi, nel suicidio di un giovane?
In un mondo in cui sempre più ci si allontana dai concetti della pace e della tolleranza sembra emergere il bisogno di una giustizia che sia risolutiva, nel senso più macabro della sua stessa definizione.
Quello stesso orrore di cui tanto ci scandalizziamo diventa in qualche modo la stessa sorte che auguriamo al “mostro”. Ma questa cosa non rende anche noi mostri?
Bisogna soffermarsi su questo concetto, se vogliamo confrontarci con le lacune della società moderna. Non possiamo, infatti, immaginare una società ripulita dall’orrore se il nostro stesso desiderio è quello del dente per dente.

Cosa ci rende diversi dal mostro, se ci auguriamo per lui la stessa fine della sua vittima? Non è quindi il singolo che ha bisogno di essere rieducato dopo aver commesso il fatto, ma l’intera società necessita di rivedere i propri atteggiamenti e le proprie emozioni affinchè il concetto di violenza sia ridotto fino a scomparire.
Per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti
E’ di una rivoluzione culturale che abbiamo bisogno, non solo di detenzione e punizione. E’ il ritornello della “canzone del maggio” di De Andrè che risuona ancora: “per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti“.
Siamo tutti coinvolti, perchè una vita non è il prezzo di un’altra vita. Nessuno ha il diritto di portare via la vita a qualcuno e nessuno ha il diritto di gioire per chi si toglie la propria.

In una società che si propone come culturalmente formata, come quella dell’Italia, in cui il suicidio in carcere viene accettato come riparatore di una colpa enorme e come giusta conclusione a tristi storie di povertà emotiva e culturale, non sta fallendo solo l’omicida ma stiamo fallendo tutti.
Nella morte non c’è giustizia, nella morte non c’è pace, nella morte non c’è rivoluzione, perchè quello che muove il mondo è il desiderio di vivere e la capacità di lasciare vivere l’altro.
Il suicidio del detenuto è il suicidio dell’intera società
E’ morta Sara, è morto Stefano, ma sono morte anche le loro famiglie in uno strazio eterno che non ha fine. Ed è morta tutta la società, che invece di chiudersi nel dolore del fallimento sociale ed educativo ha deciso di gioire per un ragazzo che è tornato al Creatore. Che non ha imparato dal suo errore e non ha insegnato agli altri uomini che quello che ha commesso lui non si commette.
Le morti in carcere sono un fallimento, perchè non lasciano nessun segno. Domani ce ne saremo dimenticati e qualcun altro si sentirà legittimato a ricommettere gli stessi errori.
Il carcere quindi non solo ha perso la sua funzione riabilitativa sul detenuto, ma ha anche perso la funzione educativa sulla società. Abbiamo invece bisogno di sapere che all’errore non si arriva, che è importante fermarsi prima. Servono leggi maggiormente al servizio del cittadino, punizioni concrete, ma anche tanto desiderio di insegnare ed educare alla legalità. E serve una coscienza sociale che non gioisca quando il reato viene pagato con la propria vita, ma che si formi sulla reciproca protezione.
Il suicidio in carcere, in Italia come nel resto del mondo, non è risolutivo di nulla. Poichè ciascuna donna può essere Sara e ciascun uomo può essere Stefano, sta a tutta la società riformarsi per non permettere che vinca la logica della violenza.
Chiara Costanzo
