Siate vento e non bandiera. Una delle esortazioni ritenute più edificanti, in una formula stereotipata.
In apparenza evocativa di sentimenti e moti dell’animo diretti, prorompenti e incoercibili. Sintesi di vocazione al cambiamento e al progresso tout court. Plastica rappresentazione del ripudio della stasi. Invito alla vita attiva e non incline a subire mode o peggio, i regimi, culturali e non solo, del momento. Opposta alla staticità della bandiera, al suo piegarsi a tutte le correnti, segno d’inanità e conformismo.
Ma siamo proprio certi che sia rappresentativa d’una effettiva contrapposizione. Sempre e comunque? E che come nei versi immaginifici di Bob Dylan, l’impeto del vento sia portatore di valori e di risposte che la bandiera non sa trattenere e che quindi scivolano su di essa senza immutarla, passando oltre?
Non sempre il vento porta cose positive
In verità il soffio dello Spirito si manifesta più come una brezza soffusa che come un vento impetuoso. Così compare Dio sul Carmelo: “Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. E dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: Che fai qui, Elia?” (1Re 19, 11-13).

Non certo travolgente come lo indica il Signore a Nicodemo: Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito (Gv. 3, 8).
D’altronde, ci insegnano i Padri, come il richiamo dell’Angelo Custode sia sempre sussurrato; e a cui rispondere con la stessa docilità di una bandiera che non si oppone ed anzi si volge nella sua direzione. Di contro alla veemenza del vento delle passioni, che turbina, e turba, e che promana dal Tentatore. Perciò un richiamo indistinto al vento, come simbolo di moti valoriali, può essere persino fuorviante. Non è sempre detto che essere vento sia habitus esistenziale migliore; almeno non per tutte le stagioni.
La bandiera vince con la sua stabilità
L’apparente staticità della bandiera, con la sua stabilità ne disvela invece alcune proprietà innegabili. La sua caleidoscopica attrattiva, pure a molta distanza, si deve proprio alla sua non fissità, ma docilità. La spinta del vento ne enfatizza infatti i colori in un drappeggio sempre diverso e mai uguale sé stesso.
A ben vedere, essa sembra subire le folate del vento; ma passata la corrente riacquista la sua postura. In fondo, nella tenzone a difesa della saldezza del suo radicamento, è la bandiera destinata a vincere.
E non si dica che un forte vento potrebbe sradicarla; chi si identificherebbe in un moto di forza bruta? Col riferimento a un’appartenenza identitaria è poi emblema di coerenza e di fedeltà, altro che inerzia. Non è forse vero che la nostra generazione ha di solito imparato a conoscere gli Stati, dalle bandiere? E tifare per la squadra di calcio scelta per il suo campione bandiera: Riva, Rivera, Mazzola, Anastasi. Sì che il suo richiamo cromatico e ideale è molto più dinamico di quanto poter cogliere a prima vista.
Per i credenti poi, la bandiera è il vessillo che invita l’umanità, al compimento dei tempi messianici. “In quel giorno il Signore stenderà di nuovo la mano per riscattare il resto del suo popolo dalla Siria… Egli alzerà una bandiera per le nazioni e raccoglierà gli espulsi di Israele, radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra… Si formerà una strada per il resto del suo popolo…” (Is. 11, 11-16). Faccio fatica a trovare visioni più consolatorie; retaggio di un’eredità a cui si è vocati da una bandiera.

Siate vento e non bandiera o siate bandiera e non vento?
Così quale esortazione più corretta? Siate vento e non bandiera o piuttosto siate bandiera e non vento?
In realtà lasciamo pure che ognuno coltivi e riproponga il motto di vita preferito e che più gli aggrada. Il senso di queste parole… al vento… è quello di una riflessione sulla banalità di molti luoghi comuni. Tormentoni che stralciati dall’ambito e dalle circostanze a cui ineriscono, peccano di banalizzazione. E concorrono a quella massificazione, prima del linguaggio e poi del pensiero, tarlo dei nostri tempi.
Se la diffusione di strumenti di comunicazione sociale autogestiti e a libero accesso nel web ne ha più o meno consapevolmente amplificato l’uso, in una reiterazione sempre più pervasiva, il rischio di un regresso verso un universo unidimensionale di pensiero e così di comportamenti, è ben più risalente. Rispondente a logiche di controllo e manipolazione attuate pure attraverso l’uniformità di linguaggio.
Ciò per un verso concorre a consolidare il trend sempre più oligopolista di molte tipologie di mercato, in cui la massificazione dei gusti e delle scelte agevola le economie di scala e il fatturato delle imprese; scandita dalle espressioni mutuate da slogan pubblicitari, di cui è ormai infarcito il lessico quotidiano. Per altro non dispiace neppure a consorterie di potere più o meno occulte, transfrontaliere, i cui oscuri interessi prevalgono persino su sistemi politici democratici, formalmente fondati sulla libertà di voto. Tanto è vero che si va sempre meno a votare, nel letale convincimento che sia ormai esercizio inutile.
Se la soluzione del grande rifiuto proposta da Herbert Marcuse nel fin troppo celebrato, se pur non privo di validi spunti, L’uomo a una dimensione, si perde nel nichilismo; essa va così ricercata altrove. E cioè nel ritorno alla personalizzazione del pensiero. Nel rifiuto del comodo rifugio delle frasi fatte. Nella fatica dell’introspezione dei concetti e di una loro elaborazione, prima della loro esternazione. Evitando pletore di locuzioni banali e pur ripetute. Il vostro dire sia si si, no no; il di più…(Mt. 5, 37).
Degli echi ridondanti recati dal vento impariamo a discernere quali cogliere e quali lasciare andare. In fondo, come chiosava il cantautore scozzese Donovan nella sua incisione di maggiore successo, Ah, but I may as well try and catch the wind… Ah, ma io potrei anche provare a catturare il vento…
Giuseppe Longo
