Società / Francesco Pira: donare come resistenza al disimpegno

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Ospitiamo la riflessione intitolata “Donare è resistere: costruire umanità nell’epoca del disimpegno”, del professore Francesco Pira, che invita a riflettere sul significato profondo del dono come atto di resistenza morale.

In un tempo segnato da disimpegno, isolamento e connessione pervasiva, donare diventa una scelta rivoluzionaria. Favorire una cultura del dono, scrive Pira, significa scommettere su una società più giusta e solidale, dove empatia, gentilezza e impegno tornino a essere i pilastri del vivere comune.

Donare come gesto rivoluzionario

In un’epoca in cui la società sembra disgregarsi sotto il peso della velocità digitale, dell’anonimato delle piattaforme e della diffusione di notizie distorte, parlare di donazione può apparire anacronistico.
Eppure, proprio oggi, in una contemporaneità segnata da frammentazione e sfiducia, il dono si riafferma come gesto etico e simbolico, capace di contrastare l’individualismo imperante. Non si tratta soltanto di offrire denaro o beni materiali: donare significa ascoltare, partecipare, prendersi cura, rompere l’isolamento e riattivare i legami. In una parola: amare.

Ma in una società liquida e iperconnessa, cosa vuol dire realmente donare? Qual è il ruolo dell’informazione – e delle sue manipolazioni – nella costruzione o nella demolizione della fiducia? E come possono le piccole realtà associative e le comunità locali restituire senso, appartenenza e speranza? La transizione all’era digitale, definita da Derrick de Kerckhove come un “cambio di era geologica”, ha rivoluzionato in profondità le dinamiche sociali. Manuel Castells distingue tra “interagenti” e “interagiti”: da un lato individui capaci di orientarsi consapevolmente nel flusso comunicativo, dall’altro soggetti che ne subiscono le logiche, spesso invisibili e guidate da algoritmi opachi.

Pira, donare come resistenza al disimpegno: le disuguaglianze della comunicazione

Questa frattura produce nuove disparità cognitive. La disintermediazione non ha necessariamente favorito una partecipazione democratica più ampia, ma ha spesso legittimato nuove forme di potere. Le istituzioni tradizionali – come scuola, scienza, giornalismo e religione – attraversano una profonda crisi di legittimità. E in questo vuoto si insinuano la post-verità, il confirmation bias, le false notizie. Nel nuovo ecosistema informativo non prevale più l’attendibilità dei fatti, ma la forza delle narrazioni. Le emozioni diventano strumento e l’informazione un mezzo di controllo. La disinformazione sfrutta la nostra inclinazione a cercare conferme, a chiuderci in bolle di opinioni affini alle nostre, polarizzando il dibattito collettivo.

David Bohm sottolineava che la comunicazione autentica è co-costruzione di significati. Oggi, invece, siamo immersi in forme di contro-comunicazione: alterazioni narrative, storytelling costruiti per dividere, non per unire.
In questa confusione, la capacità di immedesimazione si indebolisce, così come il senso di responsabilità verso gli altri.

In questo contesto, donare assume un significato rinnovato e profondamente simbolico.
Come ricorda Zygmunt Bauman nella sua analisi della società liquida, i legami sociali tendono a diventare sempre più fragili, temporanei e utilitaristici.
Le relazioni si fanno instabili, spesso ridotte a scambi funzionali e immediati, mentre le persone rischiano di diventare intercambiabili, consumabili, come beni da utilizzare e scartare. In un simile scenario, il dono rappresenta un atto di rottura: un gesto controcorrente che contrasta l’egoismo.

La centralità dell’altro

Donare, oggi, è affermare la centralità dell’altro: significa riconoscere nell’altro un volto, una storia, una dignità. È una forma concreta di resistenza morale, capace di ricucire i rapporti e di contrastare la progressiva deumanizzazione che accompagna molte dinamiche della contemporaneità, soprattutto nei contesti digitali.
Non è solo questione di beni: offrire tempo, attenzione, vicinanza, significa resistere alla logica del consumo, riscoprire prossimità e ricostruire relazioni vere. È un atto profondamente civile.

In questa resistenza quotidiana, le realtà associative di piccole dimensioni svolgono un ruolo essenziale. Spesso trascurate e poco visibili, operano nei margini del sistema, ma rappresentano punti vitali di connessione comunitaria, capaci di generare fiducia, coesione, reciprocità. Per poter esprimere appieno il loro potenziale, queste esperienze hanno bisogno di visibilità e luoghi sicuri, sia fisici che digitali.
I social media possono essere strumenti efficaci, a condizione che siano utilizzati con consapevolezza, proponendo contenuti sinceri, utili e carichi di empatia.
Come sottolinea Paccagnella, la chiave è instaurare “relazioni di responsabilità”: legami duraturi tra chi comunica e chi riceve.

Pira, donare come resistenza al disimpegno: etica, tecnologia e responsabilità

L’innovazione tecnologica – dall’IA al Metaverso – solleva interrogativi morali sempre più pressanti. Se l’essere umano viene considerato come uno strumento e non come un fine, come ammoniva Kant, si rischia di perdere il senso della responsabilità e della dignità.
Albert Bandura parla di “disimpegno morale”: quei meccanismi mentali che giustificano l’indifferenza. Morcellini denuncia l’“analfabetismo emotivo”: la crescente incapacità di percepire l’altro. In questo scenario, la donazione si trasforma in un esercizio di rieducazione ai valori, un modo per risvegliare la coscienza, riscoprire la cura, rianimare il tessuto sociale.

Nonostante la crisi dei sentimenti e la crescente atomizzazione, ci sono ancora persone e comunità che ogni giorno intraprendono iniziative solidali, spesso lontano dai riflettori.
Offrono tempo, attenzione, supporto. Riaffermano la dignità dell’essere umano. Ricordano che la solidarietà non è un’opzione, ma un bisogno fondamentale per la convivenza.
Favorire una cultura del dono significa scommettere su una società più giusta e solidale, dove parole come empatia, gentilezza e impegno tornino a essere i pilastri del vivere comune.

Donare come nuova etica del vivere

In un tempo segnato dalla frenesia, dalla solitudine e da connessione pervasiva, donare è un gesto rivoluzionario. Significa scegliere il legame invece della distanza, la fiducia al posto della paura, la cura contro l’indifferenza. Vuol dire, in definitiva, credere ancora nell’altro. Per affrontare le difficoltà della contemporaneità non bastano tecnologie o regolamenti: occorre una nuova etica della comunicazione e delle relazioni umane.
E tutto può partire da un atto semplice ma potente: il dono.

 

Francesco Pira donare disimpegno

Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.