Libri / “La levatrice”, al centro il corpo femminile come luogo di sapere, sofferenza e resistenza

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sezione di Copertina la levatrice

Con La levatrice, Bibbiana Cau offre ai lettori un romanzo intenso, profondamente radicato nella terra e nella memoria, capace di intrecciare storia individuale e collettiva, dimensione femminile e trasformazioni sociali. L’opera si colloca nel solco della narrativa storica contemporanea, ma lo fa attraverso una voce personale, attenta ai dettagli della vita quotidiana. E, soprattutto, alla centralità del corpo femminile come luogo di sapere, sofferenza e resistenza.

La protagonista, Mallena, è una levatrice che esercita il suo mestiere in una comunità rurale segnata dalla povertà, dalle convenzioni e da un rapporto arcaico con la nascita e la morte. Fin dalle prime pagine, Cau chiarisce che il suo non è un semplice racconto d’ambientazione storica, bensì un’indagine sulle dinamiche di potere che attraversano l’esistenza delle donne. Cioè il controllo sulla maternità, il peso della religione e della superstizione, il confine sottile tra scienza empirica e magia popolare. La levatrice emerge così come una figura liminale, al tempo stesso rispettata e temuta, necessaria ma sospetta. Custode di un sapere antico che fatica a trovare riconoscimento in una società patriarcale.

Descrittiva la ricostruzione dell’ambienteCopertina la levatrice

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la ricostruzione dell’ambiente. Bibbiana Cau dimostra una notevole capacità descrittiva: i paesaggi, le case, gli odori delle cucine e delle stalle, il silenzio carico di attesa che accompagna i parti notturni sono restituiti attraverso una scrittura densa ma mai compiaciuta. Il contesto non funge da semplice sfondo, ma diventa parte integrante della narrazione, specchio delle condizioni materiali ed emotive dei personaggi. La natura, spesso aspra e indifferente, accompagna le vicende umane sottolineandone la precarietà.

Sul piano stilistico, La levatrice si distingue per un linguaggio sobrio e preciso, capace di alternare momenti di forte intensità emotiva a passaggi più riflessivi. Cau evita il melodramma, preferendo una tensione controllata che rende ancora più incisivi i momenti di dolore e di perdita. La narrazione procede con un ritmo misurato, coerente con il tempo lento della vita contadina, ma non per questo privo di conflitti o di colpi emotivi. Al contrario, è proprio nella reiterazione dei gesti e dei rituali che affiorano le fratture, le paure e i desideri inespressi dei personaggi.

Realistica la rappresentazione della maternità

Particolarmente significativa è la rappresentazione della maternità, lontana da qualsiasi idealizzazione. Il parto è descritto come un evento fisico, talvolta violento, sempre carico di rischio. Attraverso lo sguardo della levatrice, il romanzo restituisce dignità a un’esperienza spesso relegata al silenzio o alla retorica. Mettendo in luce il coraggio delle donne e la solitudine che frequentemente accompagna le loro scelte. In questo senso, l’opera dialoga con una sensibilità contemporanea pur restando saldamente ancorata al proprio contesto storico.

La levatrice è anche un romanzo sul sapere femminile e sulla sua progressiva marginalizzazione. Il confronto, esplicito o latente, tra medicina ufficiale e pratiche tradizionali attraversa il testo e solleva interrogativi che vanno oltre l’epoca narrata. Cau non propone risposte semplici, ma invita il lettore a riflettere sul valore dell’esperienza, sull’ascolto del corpo e sulla perdita di conoscenze tramandate oralmente.

La levatrice è un libro maturo e coinvolgente, che colpisce per la coerenza narrativa e la profondità dei temi affrontati. Un romanzo che merita attenzione non solo per la qualità della scrittura, ma anche per la sua capacità di parlare al presente attraverso il passato, interrogando il lettore su questioni ancora oggi centrali.

 

Marcello Proietto