Intervista / La pittrice Arianna D’Urso: “Nelle mie opere intreccio vissuto personale, simboli e memoria”

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Arianna D'Urso posa davanti ad un suo quadro

In occasione della mostra “Fimmini di Fora – Viste di Intra. Il femminile come soglia, memoria e trasformazione”, ospitata al Palazzo della Cultura di Catania, abbiamo incontrato l’artista catanese Arianna D’Urso per approfondire il suo percorso artistico e il significato profondo delle opere esposte.

Arianna D’Urso, parlaci un po’ di te. Come e quando nasce la tua passione per la pittura? 

La mia passione per la pittura nasce molto presto, quasi insieme a me. Esiste un video di quando avevo appena un mese e mezzo in cui osservo dei quadri con un’attenzione sorprendente; mia madre, quasi per intuizione, disse che da grande sarei diventata un’artista. Col tempo quel ricordo ha assunto per me un valore simbolico, come se quell’interesse fosse già presente, in una forma silenziosa.

Crescendo, mio zio ha avuto un ruolo fondamentale nell’alimentare questa inclinazione, guidandomi alla scoperta dell’arte in tutte le sue manifestazioni. Mi ha insegnato a rispettare i bordi ma anche ad avere il coraggio di superarli e tracciarne di nuovi: un equilibrio tra regola e libertà che sento ancora profondamente mio.
Da allora la pittura è rimasta una presenza costante nella mia vita. Più che una passione, è diventata un linguaggio e, in alcuni momenti, una vera forma di cura.

Come nasce questa mostra e quale idea l’ha ispirata?Arianna D'Urso

La mostra nasce da un’urgenza personale e da esperienze di vita che hanno inciso profondamente sul mio modo di guardare il mondo. È il risultato di un percorso in cui il mio femminile, anche nelle sue ferite, ha trovato uno spazio di trasformazione.

“Fimmini di Fora – Viste di Intra” racconta il femminile non solo per come appare, ma per come si vive dall’interno. Non è un tema rivolto esclusivamente alle donne: riguarda anche l’uomo, perché parla di una dimensione universale fatta di sensibilità, ascolto e consapevolezza.

Un passaggio fondamentale è stata la creazione, insieme a mia madre, di un rifugio segreto per donne vittime di violenza. L’incontro con storie reali ha rafforzato in me il bisogno di raccontare la forza del femminile: una forza spesso silenziosa ma potentissima. Le opere sono nate in modo istintivo, come un flusso, intrecciando vissuto personale, simboli e memoria.

Qual è il messaggio che Arianna D’Urso desidera trasmettere attraverso le sue opere?

Credo che la forza più autentica non sia quella che si impone, ma quella che sa sentire. Il femminile, per come lo intendo io, è una forza sensibile, capace di accogliere e trasformare.
Attraverso le mie opere cerco di dare dignità a ciò che spesso viene messo ai margini — emozioni, fragilità, ferite — non come segni di debolezza, ma come luoghi da cui può nascere una nuova consapevolezza. È un invito a guardarsi dentro e ad abitare la propria interiorità senza paura.

C’è un quadro a cui sei particolarmente legata? Aitina

Sì, l’opera Aitina, ispirata alla figura di Sant’Agata. Ho sentito il bisogno di confrontarmi con un simbolo profondamente radicato nella mia terra ma allo stesso tempo universale.
Non è solo una santa, ma un archetipo del femminile che attraversa il dolore senza perdere dignità e forza. I melograni presenti nell’opera richiamano la ferita e il sacrificio, ma anche la vita che continua a generarsi. Racchiude molti dei temi della mostra: il corpo come memoria e la sofferenza come passaggio verso la trasformazione.


Da dove trai solitamente l’ispirazione per i tuoi dipinti?

La mia ispirazione nasce da un processo molto intimo. Parte quasi sempre da un’emozione o da un colore che sento vicino in quel momento. Prima prende forma dentro di me e solo dopo sulla tela.
Essendo autodidatta utilizzo anche fotografie per studiare luci e proporzioni, ma sono strumenti successivi. L’origine resta sempre interiore. La pittura è per me uno spazio sospeso di ascolto e riflessione.

Che emozione provi nel vedere il pubblico osservare le tue opere?

È una sensazione intensa e inizialmente straniante. Nelle mie opere c’è qualcosa di profondamente intimo, quasi un frammento della mia anima.
Vengo dal mondo della performance — ho studiato recitazione e canto — ma lì esiste sempre un filtro. Nella pittura quel filtro cade. All’inizio è stato destabilizzante, poi ho percepito accoglienza e comprensione. Oggi vivo l’incontro con il pubblico come uno spazio di connessione reale, dove ciò che è personale diventa condiviso.

Qual è stata la soddisfazione più grande ricevuta durante questa mostra?Un dipinto di Arianna D'Urso

La soddisfazione più grande è vedere la mostra trasformarsi in un luogo di condivisione. Non solo uno spazio espositivo, ma un luogo attraversato da emozioni e sensibilità.
Mi ha profondamente colpito quando le persone hanno scelto di aprirsi e condividere i propri vissuti. In quel momento l’arte smette di essere solo mia e diventa davvero uno spazio comune.

Quali sono i tuoi prossimi progetti artistici? 

Il desiderio è continuare a portare questa ricerca sul femminile oltre Catania, facendola viaggiare e incontrare nuove sensibilità.
Vorrei esplorare le storie del femminile in altri contesti culturali e lavorare a progetti più visionari, come una rilettura degli arcani maggiori dei tarocchi attraverso figure femminili reali o simboliche. Mi guida soprattutto il desiderio di restituire dignità a figure dimenticate, come la “Bella Angelina”, memoria femminile catanese che rischia di scomparire ma che per me resta profondamente viva.

La mostra si chiude lasciando nello spettatore una traccia delicata ma persistente, segno di un’arte che nasce dall’autenticità e dalla necessità di raccontare. Ad Arianna D’Urso rivolgiamo un sentito in bocca al lupo per il suo percorso futuro, con l’augurio che la sua arte continui a trasformarsi, a emozionare e a trovare nuovi spazi in cui risuonare.

 

Federica Leonardi