Intervista / Laura Silvia Battaglia: “Continuo ad essere un camion autotrasportatore che non ha perso pezzi”

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Abbiamo l’immensa fortuna di essere circondati da voci libere, che nel chiasso del mondo a volte non ci rendiamo conto di poter ascoltare; per questo definisco la possibilità di una chiacchierata con Laura Silvia Battaglia una fortuna grande e al contempo inaspettata.

Libera ed onesta, Laura Silvia Battaglia, mi ha permesso di poter attraversare con lei il mondo, partendo dalla Catania in cui è cresciuta e che resta paradossalmente uguale a quella che conosciamo oggi. Un’ora e mezza a discutere di donne che odiano le donne, di madri che infliggono dolore alle figlie, di mafia, della Sicilia degli anni 80 e dello Yemen oggi. E di un 11 settembre che ha cambiato il corso della storia.

Novanta minuti per unire i puntini di una vita spesa per essere felice, con la propria misura della felicità. Ma soprattutto a sentire il racconto di una donna che ha bisogno di non doversi chiedere scusa di appuntamenti mancati con sé stessa, tra una vita spesa per fare fare pace col proprio destino e una continua riflessione che ci porta a porre l’accento non sulla fortuna ma sull’impegno per raggiungere i propri obiettivi.

Un dialogo consumato in una serata di fine estate, con i faraglioni di Acitrezza a fare da sfondo a domande che entrano nel profondo della vicenda umana di una giornalista di guerra ed ancora di più di una ragazza e della sua “valigia di cartone”.

E’ stata un’ora e mezza di intimo dialogo sul senso del lavoro del giornalista di guerra, sul senso del dolore, sul timore per la morte che finisce con il non esistere più. E quella paura sorda che scuote i nervi, che non ci restituisce l’immagine di giornalisti eroi ma solo di uomini che si portano dentro ferite da cui è impossibile guarire del tutto. Di campi di battaglia che restano abitati per sempre.

È stato un dialogo fittissimo, fatto di tante domande e poche, volute, interruzioni. Un dialogo fatto anche di pause, preludio di una ricerca attenta delle parole giuste da dire. E la delicatezza di chi sfiora in punta di dita temi particolarmente crudi.

Ed è una delle poche volte che ho la sensazione di consegnare a chi legge non solo una figura, ma un’emozione.

La sposa yemenita - Intervista a L.S. Battaglia - Cronache Letterarie

Laura tu sei cresciuta nella Catania degli anni 80, sullo sfondo di una cronaca spesso molto dura. Quanto c’è di quella Catania nella giornalista che sei oggi?

Della Catania degli anni ’80 penso che mi porto tutto.
Mi ha insegnato ogni cosa: mi ha insegnato a vivere, mi ha insegnato a non avere paura della morte, mi ha insegnato a non avere supponenza nei confronti di persone diverse da me, anche meno fortunate di me.
Anche avere a che fare con persone violente mi ha aiutato. Non ad accettare la violenza, questo no, ma ad averla come paesaggio quotidiano, da intercettare, da cui difendersi. E per questo devo dire grazie anche a quattro persone.

Tre di queste sono mio padre, mia madre e mio zio, perché ognuno, con il suo lavoro, ha rappresentato qualcosa.
Mio padre insegnava nelle cosiddette scuole medie a rischio. Era un archeologo che aveva rinunciato alla carriera accademica per dedicarsi a una carriera sociale dentro i posti dove c’era più bisogno di educazione, di cultura e di istruzione. Mia mamma lavorava all’Agenzia delle Entrate, quindi era un funzionario dello Stato. Mio zio era un geometra dell’ANAS.
Tutte e tre queste persone, come piccoli eroi del quotidiano, si scontravano con la mafia e con soprusi di varia natura. E tutti e tre hanno sempre tenuto il punto a difesa dello Stato, dei valori dello Stato e dei valori umani che ci caratterizzano in società.

Quindi io devo tutto ai miei genitori e a mio zio per avermi fatto capire qual era la minaccia, come superarla, dove non bisognava cedere e, però, nello stesso tempo, sapere ascoltare quelle ragioni. Perché quelle ragioni erano e sono delle ragioni di una fascia della società che vive con noi, che chi appartiene a un certo tipo di percorso non comprende, che naturalmente giudica rispetto al fatto di votarsi alla criminalità, ma che però spesso emargina prima ancora che diventino criminali.

E questo l’ho capito soprattutto grazie a mio padre, perché il suo ruolo, essendo una persona che insegnava alle scuole medie a dei ragazzini che venivano da famiglie mafiose, era particolare. Madre prostituta, padre spacciatore, poi facevi la carriera nell’ambiente mafioso: dimostravi che eri forte, che eri maschio, che sapevi minacciare, che sapevi rubare, che sapevi scippare e poi che sapevi uccidere. Mio padre strappava questi ragazzi a questo destino. Aveva il suo modo, veramente eccellente, di farlo e con alcuni c’è riuscito. E questo non lo dimenticherò mai.

Credo che il fatto che io riesca a lavorare in certi ambienti, in certi Paesi dove queste realtà sono molto presenti, dove la violenza è parte della vita quotidiana, lo devo sicuramente a questo romanzo di formazione nella mia gioventù.

Il quarto grazie a chi va?

Il quarto è per Pippo Fava. Io non ho mai avuto l’onore di lavorare con lui, purtroppo, ma Pippo Fava ci ha insegnato molte cose. Ci ha insegnato cosa vuol dire restare a testa alta rispetto a certi poteri, scardinare il sistema che li tiene insieme. È una persona che ha accettato di farsi umiliare e sentire dire delle cose, anche sulla sua vita personale, che sono quelle che l’hanno portato alla morte.

È stato barbaramente ucciso, anche dalla borghesia catanese, ed è sicuramente il più grande giornalista che abbiamo mai avuto. Motivo per cui lui rimane per me il mio faro, il mio punto di riferimento, e gli sarò sempre grata anche per la sua bontà.

Una carriera universitaria, un diploma al conservatorio ma poi l’11 Settembre scuote anche te. Un filo rosso collega l’America a Catania e arriva la scelta di raccontare guerre e luoghi lontani.

Sì, è una data che ha cambiato tutto. In dieci ore il mondo è cambiato completamente, anche il mio. La mia storia parte però da lontano e la vita, in fondo, ti porta dove vuoi se sai cogliere i segnali.
Quando io avevo 18 anni volevo studiare in Inghilterra. Avevo chiesto a mio padre di andare via, ma lui non era d’accordo. Mi convinse nel modo migliore che poteva: colpendomi sul piano dell’orgoglio e incitandomi a non interrompere i miei studi al conservatorio.

In modo del tutto fortuito, accade però che nella parrocchia vicino casa mia, a Canalicchio, il parroco, che era stato per tantissimi anni in Russia e aveva una passione pazzesca per le lingue, decide di portare avanti l’associazione in cui insegna ai russi. A un certo punto associa anche altri insegnamenti ed altre persone: un insegnante francese che insegnava corsi di francese, uno inglese che faceva l’inglese e poi c’era un giovane catanese, Francesco Barone, sposato con una tunisina, che insieme alla moglie teneva il corso di lingua araba. Quindi io inizio a studiare arabo nel ’96, assai prima del 2001.

Quando accade l’11 settembre ho già una conoscenza e una consapevolezza su una serie di cose. Quel giorno lì oltre ad aver compreso immediatamente che era il momento in cui iniziava a cambiare tutto, ho capito due cose.
La prima: che volevo fare assolutamente la giornalista e non c’era spazio per altro. Volevo fare la giornalista, volevo essere testimone della storia, della grande storia.
La seconda: in quel momento l’unica cosa che desideravo era essere lì.
Quando ho capito che io avrei desiderato essere lì dove le cose accadevano, ho capito che questa era la mia vocazione.

Laura Silvia Battaglia, l'ultima giornalista straniera ammessa a Gaza è siciliana: «Siamo mediterranei, capaci di stare ovunque» - La Sicilia

In questo frangente tu ti trovi già a lavorare per La Sicilia.

Il quotidiano La Sicilia mi ha dato un’opportunità importante, perché quando è accaduto l’11 settembre quei collaboratori ristretti che avevano competenze linguistiche sono stati chiamati subito a seguire le notizie che arrivavano. Quando Enrico De Cristofaro e Antonio Piraino mi chiamarono in redazione e mi chiesero se potevo dare una mano con le traduzioni io mi murai viva, praticamente, al giornale insieme a Umberto Grassi e ad altre persone.

In seguito il giornale mi mandò a fare anche cronaca culturale, che era tutta avvitata intorno all’11 settembre, con importanti interviste a grandi giornalisti. Ho trascorso così un mese, tra le traduzioni e una bella rassegna di libri di attualità che si svolgeva in quei giorni a Catania. Gli invitati erano veramente importanti: c’erano Enzo Bettiza, Mark Gurman, Tiziano Terzani, Paolo Mieli, Lucia Annunziata…. insomma, tantissimi grandi giornalisti, tra l’altro anche specializzati nelle vicende del mondo, come Igor Man.
In quel mese ho compreso che quella era la mia strada e ho cercato di capire come poter perseverare.

Passiamo così da questa ombra ingombrante della mafia agli anni del terrorismo mondiale. Due realtà completamente diverse che veicolano l’attenzione pubblica con la stessa forza.
Le due cose si intersecano nella tua lettura del mondo oppure rimangono separate?

C’è una cosa che è molto interessante, che si comprende solo lavorando sul terreno. La maggior parte di questi gruppi che praticano quello che noi definiamo terrorismo sono dei gruppi che innanzitutto hanno un’impostazione familistica, molto simile alle mafie locali nostre. Che è l’impostazione che c’è sempre stata nelle società. Soltanto dopo la nascita degli Stati-nazione, con la nascita della borghesia questo schema della famiglia che comanda su tutte le relazioni si sfonda perché, diciamo così, gli Stati-nazione sono basati sul valore dell’individuo, non del gruppo.

Se pensi a come funzionano le grandi monarchie europee, capisci che è la stessa cosa: quello che importa è il gruppo, la famiglia, non l’individuo. Tanto è vero che chi fa parte delle famiglie reali non agisce come individuo, non può farlo e se lo fa poi la paga.
In queste società, questi gruppi che fanno azioni e attività terroristica, non si percepiscono come tali. Esattamente come le mafie non concepiscono la lotta allo Stato come un atto di terrorismo, ma come un atto di resistenza.

Quindi il tema per questi gruppi è la resistenza a un’entità che ritengono estranea, che ritengono da combattere.
Diciamo che hanno una componente di rilievo e di comando che li distingue, compiono quindi azioni violentissime che, in quella logica, in quel codice, diventano delle medaglie al valore.

E poi c’è una pletora di persone che sono dei senza nulla e che sono estremamente arrabbiati per il fatto di essere senza nulla. Sono dei soggetti che si sentono dimenticati dallo Stato, si sentono gabbati dalle entità economiche che controllano gli Stati e sono stati oggetto di umiliazioni e dominazioni.

Il modo di ragionare è praticamente identico a quello dei contadini che, alla fine dell’800, erano sotto i Borbone e quando arrivano i piemontesi si sentono ancora una volta conquistati e quindi percepiscono e continuano a percepire lo Stato italiano come la dominazione dei piemontesi sulla Sicilia, che deve essere osteggiata perché estranea al tessuto sociale siciliano.

È lo stesso identico ragionamento che fa Al-Qaeda sul terreno, lo stesso identico ragionamento che fanno le milizie Hezbollah, lo stesso ragionamento che fanno gli Houthi.
Quindi nella composizione sociale e nella strutturazione dell’articolazione del potere e con le azioni da compiere sono estremamente simili.

E questa è una lettura che, quando conosci bene le strutture della mafia e del terrorismo, porta al paragone. E per me ovviamente è stata molto utile la mia radice siciliana, perché i codici sono simili. Mi hanno aiutato a capire, interloquire, parlare, farmi accettare e, soprattutto, per comprendere.

Quanto è cambiato il tuo modo di intendere la parola “casa” dopo tutti i luoghi che hai attraversato?

Tre anni fa avrei risposto diversamente, perché oggi la casa, la mia casa interiore, affettiva l’ho perduta. Perché casa mia era mio marito. Ecco, lui era il mio rifugio, era la serenità.

Oggi credo che tutto sia casa e nulla sia casa.

Mi sento pienamente nomade. Basto a me stessa e non credo nemmeno di avere più bisogno di rifugiarmi in qualcosa. Non è più necessario. E credo anche di aver capito una cosa: è vero quando si dice nella vita che si nasce soli e si muore soli. Credo anche che ci sia una condizione di libertà che, se l’essere umano potesse sperimentare pienamente, porterebbe a capire che nessuno è libero fino in fondo.

Tutti noi siamo costretti a qualcosa: il lavoro, le obbligazioni familiari…. Però credo che questa sia forse la condizione di maggiore potenziale espressione dell’uomo. Nel senso che l’essere umano sulla Terra è in un posto pazzesco, ma di questo posto pazzesco di solito conosce solo uno spicchio minuscolo. Ci ingabbiamo continuamente, ci creiamo delle zone di comfort e sopra la prima zona di comfort ne costruiamo dieci, venti, quaranta, e abbiamo molta paura di esplorare quello che ci è stato donato.

Credo di essere arrivata a un punto in cui, non avendo alcun legame di fatto con nulla e nessuno, so di essere esattamente nella condizione dell’esploratore. Ed è estremamente avvincente.

Yemen_Battaglia

Lo Yemen oggi è un dei luoghi che meglio conosci. Quando hai avvertito che il confine tra osservare e appartenere era stato oltrepassato? E c’è ancora un margine tra l’essere la giornalista che racconta una realtà e la persona che invece ne è diventata parte?

Il confine è sparito quasi subito. Non c’è stato bisogno di incontrare mio marito, anzi gli ho sempre detto di essermi innamorata prima dello Yemen e poi di lui. Dopo il primo viaggio ho capito che ero in un posto ancestrale, con una natura molto simile a quella siciliana, ma allo stesso tempo perduta nel tempo. Mi sono figurata come avrebbe potuto vivere una mia antenata, una trisavola, in Sicilia. E così era lo Yemen quando ci sono arrivata nel 2012.

Questa fascinazione è stata grande e mi ha anche affascinato l’opposizione al mondo in cui vivevo io.

Noi viviamo un mondo ipertecnologico, veloce, efficiente. Queste, invece, sono persone che ancora guardano il sole per regolarsi sull’orario. La sera non c’è elettricità, quindi sei costretto a svegliarti e ad andare a letto secondo il movimento del sole. E capisci che la vita semplice è una cosa molto più naturale e anche molto più sana, per tanti versi.

Mi piace molto questa cosa di tornare in questa semplicità e bilanciare con il mondo verso cui io sono andata. Perché sì, vengo dalla Sicilia, poi mi sono trasferita a Milano. Ho lavorato anche a Londra, New York, in città anche estremamente note per il loro sviluppo, per la ricchezza, l’intraprendenza… città dove non si dorme mai. Che se è una cosa che mi incantava molto quando avevo 30 anni, aveva anche qualcosa che non mi ha mai quadrato in quel modo di vivere.

Il fatto di lavorare in Yemen mi aiuta a bilanciare. Noi perdiamo spesso di vista tante cose che contano veramente nella vita. Non comprendiamo più nulla. E invece lì sei più a contatto con le cose base dell’esistenza, tra cui la morte, che è una cosa che qui quasi nessuno accetta, di cui tutti hanno terrore. E invece nelle società semplici è parte dell’esperienza quotidiana, già nel contatto con la natura, con gli animali.

Una società apparentemente povera, ma dalle tue parole appare ricca

Continuiamo a essere convinti di essere superiori ad altri. Ecco, anche questa cosa mi ha fatto svegliare: c’è questa crescita del mito della superiorità legata allo sviluppo, legata alla tecnologia, legata al benessere. Poi quando veramente viaggi nel mondo e lavori nel mondo ti accorgi che questa superiorità è ottenuta schiavizzando altre persone. Magari non sono schiavi come era nel ’600 e nel ’700, perché la schiavitù, per fortuna, è stata abolita, ma poi sono schiavi di fatto. E il tuo benessere dipende dal loro sfruttamento. Ecco, questa non è una cosa che realizzi fino in fondo se non la tocchi con mano. Quando la tocchi con mano sei costretto a prendere posizione.

Laura, c’è ancora un confine tra l’essere la giornalista che racconta il fatto e la persona che invece ne fa parte, oppure le due essenze adesso sono uniche?

Il confine ci deve essere nel momento in cui si lavora. Tuttavia io sono convinta che, nel mondo in cui viviamo, l’equidistanza viene utilizzata come uno strumento per fare in modo che le persone, soprattutto i giornalisti, facciano finta di essere equilibrati, quando invece semplicemente si spaventano a raccontare delle verità che bruciano.

Raccontare un paese in guerra, intervista a Laura Silvia Battaglia

Cosa si impara vivendo il clima della guerra che non si riesce a spiegare attraverso un normale reportage?

Moltissime cose. Impari soprattutto che ogni giorno è un giorno donato, che devi relativizzare tutto e impari a non lamentarti di cose stupide. Capisci che, al posto di guardare il benessere degli altri, è importante intercettare le problematiche e aiutare chi ha bisogno di qualcosa. Impari anche che non sei eterno, che con questa cosa ci devi fare i conti.

Che cosa significa per te essere testimone? E quanto pesa la responsabilità di aver visto ciò che altri non hanno visto?

È una responsabilità che ti chiama e che alle volte si paga. Non è solo l’eccitazione di essere lì dove le cose accadono, ma il peso grande di essere a volte l’unico ad esserci.
E quando sei l’unico (o uno dei pochi) e vedi determinate cose, ecco che lì spesso la responsabilità che ti viene chiesta è grande. Quindi devi sviluppare molta forza e cercare di non avere paura, che è veramente difficile.

Le persone, per un giornalista, a volte diventano “la fonte”, “la vittima”, “la testimonianza”. Questi termini aiutano la narrazione?

Non so se l’aiutano, ma sicuramente ne fanno parte ed è difficile negarne l’esistenza. Ma c’è un problema che è generale: noi tendiamo a definire per categorie le persone. Ma questo accade ovunque, già da quando andiamo a scuola. Creiamo definizioni per i compagni di scuola, perché si vestono in un certo modo, si comportano in un altro modo…

Il punto è che questa appartenenza ai gruppi, che possono essere più o meno definiti, si intreccia con l’unicità dell’individuo. E l’unicità dell’individuo è una realtà del tutto eccezionale e tutta da esplorare, che non può essere ridotta al far parte di quella collettività.

Come si fa, attraverso l’inchiesta, a superare gli stereotipi e a restituire la complessità delle persone che fanno parte di un gruppo?

Una delle cose più importanti che il giornalista dovrebbe fare è indagare un gruppo, conoscere quante più persone ne fanno parte per accorgersi che le nuance sono così tante che, a un certo punto, non riesce più a farsi bastare le categorie. E sarà molto più raro trovare quel soggetto che matcha tutti gli stereotipi.

Quindi io ti potrei dire che, in tante situazioni, il termine usato potrebbe essere «il jihadista», «la vittima di stupro dell’ISIS», «la donna», «la sposa», «la vedova dei combattenti»… Ma la domanda da farsi è innanzitutto il perché e il come questi soggetti si sono ritrovati in quella collettività. E in che modo e perché partecipano di quella collettività.

E alla fine le risposte sono cangianti e in tantissime occasioni mi sono dovuta ricredere. Ho incontrato le donne che apparentemente sembrano delle vittime e invece non dico che fossero le carnefici, però insomma, avevano un loro ruolo. Ho trovato uomini vittime di alcune situazioni e magari invece sembravano essere loro il problema. Questa cosa però è possibile solo se vai in profondità, se ci passi il tempo, insomma, se non ti accontenti di un’informazione abbastanza superficiale.

Motivo per cui io non amo la breaking news, come dico sempre. Amo l’approfondimento, perché la breaking news ti costringe a dare ovviamente la notizia, ma non risponde alle domande più importanti del giornalismo, che sono il come e il perché, che sono quelle più importanti in assoluto. Invece io preferisco provare a rispondere a quelle domande.

A volte si sceglie di non raccontare qualcosa per tutelare chi fa parte di quel racconto. Qual è il prezzo del silenzio, professionalmente parlando?

È innanzitutto rinunciare spesso alla fama raccolta immediatamente. Ci sono tanti colleghi che parlano di scoop quando in realtà le cose che hanno fatto sono del tutto normali. Questo mi sento di dire che è anche un vizio molto italiano: spacciare per scoop cose che nel giornalismo internazionale sono una regola di lavoro, di disciplina quotidiana.

Se io devo raccontare una storia e per farlo, per diventare noto, devo enfatizzare degli aspetti di questa storia (magari questa storia ha delle caratteristiche anche di orrore che ovviamente la rendono particolarmente appetitosa), io evito di cavalcarle perché so, per esempio, che può esserci emulazione in chi leggerà, vedrà..  Così facendo però sto minimizzando il potenziale esplosivo di un reporting. Lo sto comprimendo.

Non enfatizzo gli aspetti classici delle tre S: sangue, sesso, soldi, che sono la cosa tipica di un certo tipo di giornalismo. E anche, però, diminuisco la potenzialità che questa cosa diventi un modello.

Delle storie di cui parlo io, che racconto io, questo è applicabile ad attacchi terroristici, a storie di gente che si fa esplodere. Io non dimentico mai che a seconda di quello che racconti ci può essere un emulo.

Dove finisce il diritto di cronaca e dove comincia l’eccesso di cronaca nera?

Il rischio di emulazione è applicabile quotidianamente alla cronaca nera. Ad esempio la storia recentissima della coppia in cui lui, in cura dallo psichiatra, chiude lei nel bagagliaio e poi la uccide è una terrificante. La modalità con cui si racconta, la scelta che si fa, l’angolazione che si usa per mostrare questo povero padre accasciato sulla bara, le domande che si pongono, le parole che si usano: sono completamente un medium che fa passare delle emozioni fortissime e possono direzionare l’opinione pubblica e potenziali emulatori, creando dei tribunali naturalmente mediatici.

In buona parte dei casi di cronaca nera italiana, da Garlasco a Cecchettin, da Cogne a Somma, il nostro ruolo è veramente delicatissimo e potenzialmente incredibilmente drammatico.

Quindi io su questo sono sempre del parere che bisogna essere molto cauti, cercare di entrare nel merito ma usare delle parole più neutre possibili, raccontare i fatti nel modo più sincero e, dove necessario, minimizzare alcuni aspetti. La capacità di girare le immagini in un certo modo, usare il suono in un certo modo, la scrittura in un certo modo, fa totalmente la differenza.

Reporting in Sanaa (2014) Laura_silvia_battaglia

Un giornalista può entrare in una zona di guerra e poi, almeno teoricamente, tornare a casa. Chi vive quella guerra non può farlo. Quanto pesa questa consapevolezza quando spegni la telecamera e torni alla vita di sempre?

Dipende dalla tua sensibilità. Se sei una persona piena di te, hai questo ego gigantesco, ipertrofico e fai le tue cose, vai e vieni, non ti frega niente di chi resta. Se invece sei sensibile, allora ti interessa.

Diciamo che per me la forbice, che è una forbice in genere che il pubblico non sa e non saprà mai e che però qualifica la qualità umana di un reporter, è sapere come si comporta dopo che è finito di lavorare. Se fuori ovviamente dal lavoro, dai rapporti di lavoro, quella persona che hai incontrato la vedi come un essere umano. Ti ricordi dei suoi figli? Dei problemi che ha? Questo è quello che fa la differenza.

Quando torni a casa dopo un reportage, che cosa ti porti dietro? immagini, voci, sensi di colpa, silenzi…

Innanzitutto il ritorno dalla guerra si porta con sé un’instabilità. Sfatiamo il mito del giornalista, soprattutto maschio, forte, che torna dopo aver visto queste cose: l’eroe che torna a casa e tutti quanti lo osannano. Questa mentalità è frutto di un retaggio culturale patriarcale di mascolinità tossica, lo sottolineo molte volte, che nega che qualsiasi essere umano, di qualsiasi genere esso sia, qualsiasi sia la sua storia, di fronte a eventi eccezionali naturalmente vive degli smottamenti emotivi. Esattamente come quando ti muore un familiare, ti muore un padre, una madre, un figlio, un marito, una moglie: Sfido io chiunque a dire: «Per me il giorno dopo è uguale a prima». No.

Nessuno di noi, dopo un’esperienza, se veramente l’ha vissuta e non è stato chiuso nell’albergo a fare il figo mandando avanti qualcun altro, non ha delle conseguenze. Conseguenza che sono dovute a tanti fattori: quello che ha vissuto, quello che è successo, il momento storico in cui questa persona si trova, sia fisicamente che moralmente e psicologicamente.

Detto questo, quello che noi portiamo dentro è sicuramente una maggiore conoscenza del mondo e delle cose brutte del mondo. Spesso portiamo un certo disincanto. Alle volte può essere anche una gabbia.

Spesso questa cosa si associa alla sindrome del sopravvissuto.
Quello che succede è che sviluppi alcuni traumi, microtraumi.

Microtraumi che non si dissolvono andando via da quel territorio ferito

Assolutamente no. Faccio un esempio: quasi tutti i colleghi che vanno nelle zone in Ucraina, quelli di Kramators’k, quelli dei cosiddetti territori occupati, non sono per niente sereni, perché questi droni armati, che vengono anche annunciati dai russi, comunque sono il terrore di tutti. E tu non sai mai questa cosa dove va, che cosa va a colpire. Quindi una delle cose che succede a tutti i colleghi è che magari tu senti questi «zzz» e in certi momenti del giorno non sai dove sta. Di notte te li sogni, ti disturba il sonno, alle volte ci si sveglia all’improvviso immaginando che sia sopra di te e così via.

Queste forme di trauma appartengono a tutti. Ad esempio io questa qui sui droni non l’ho sviluppata, ma sull’elicottero sì. Quando ho lavorato in Siria nel 2013 c’erano gli elicotteri di Bashar al-Assad, il presidente della Siria, che erano pieni di bombe-barile. Quindi gli elicotteri, a un certo punto, andavano sopra l’aeroporto e queste bombe venivano sganciate sulla popolazione a caso. E tu eri lì sotto e non sapevi se questa roba poteva arrivarti in testa. Dopo quella coverage, quando un elicottero in ricognizione dei Carabinieri o della Polizia si abbassava su una città, mi è successo a Milano, tornava a galla tutta quella paura trattenuta per mantenerti in equilibrio.

Siccome sviluppiamo questi traumi e, lo sappiamo e lo dobbiamo sapere, dobbiamo lavorare su questa cosa. Il giornalista che dice di sé che fa il giornalista di guerra che però non è seguito da uno specialista dovreste sapere che non è professionalmente cosciente.

Ce lo dicono tutti quelli che hanno fatto questo mestiere: i nostri trainer, i nostri superiori. Si lavora così al Wall Street Journal, alla BBC, al Washington Post, al New York Times: dove giornalisti e cameraman vengono mandati a fare delle cose di un certo rischio c’è una preparazione prima, c’è una tecnica durante e c’è una tecnica del dopo.
Al netto, ovviamente, di queste cose qui, ti porti il mondo dentro. Che è una grande ricchezza.

Dopo aver raccontato così tante guerre, quanto il concetto di paura è cambiato dentro di te?

Ho molta meno paura di prima.

Ed è cambiata la percezione della morte? È diventata più concreta, più astratta oppure semplicemente più difficile da raccontare?

Mi fa molta meno paura di quando non la conoscevo. C’è una consapevolezza diversa. Certo, innanzitutto perché ce l’hai davanti agli occhi, cioè lo sai che capita, lo sai che ti capiterà. L’unica cosa ineluttabile è questa.

L’unica cosa che non sai è quando. Quindi è più il tempo che noi perdiamo a preoccuparci di questa cosa che potrebbe arrivare, che il tempo che dovremo perdere nell’affrontarla.
Chi non ha questo contatto diretto, la vede in maniera più superficiale, edulcorata. Perché uno si immagina le cose incredibili e la nega per paura.

Dopo aver visto il lato più fragile dell’umanità, che cosa ti fa ancora avere fiducia nelle persone?

La cosa interessante di quando si lavora in questi contesti è poter capire perché l’essere umano ancora non si è estinto nel mondo: perché mentre dà sfogo alle cose più mostruose che può immaginare e creare, c’è sempre qualcuno che si oppone a questo in modo incredibile.

Ti faccio un esempio. Non sono le guerre i posti peggiori, sono le carceri per i prigionieri politici, le carceri dove si processano i cosiddetti terroristi, le dittature, dove esistono esseri umani diventati disumani che esercitano forme di tortura inenarrabili e impensabili.

La cosa che ti fa veramente impressione non è che una persona possa morire brutalmente. Ti impressiona sapere, per esempio, che invece un uomo è riuscito a resistere 33 anni nelle carceri di Bashar al-Assad, immaginando che il muro accanto a cui lui si trovava era una persona e scrivendo su questo muro, lì dove poteva, con le unghie. Ed è sopravvissuto scrivendo dei versi, dei segni che per lui significavano una parola, immaginandosi, costruendo una poesia, mentre intorno a sé la gente veniva brutalizzata e violentata.

Questi sono gli esseri umani che ti fanno sperare nell’umanità. Sono pazzeschi. Veramente pazzeschi. E sono veramente quelle persone per cui tu dici: «Ecco perché l’essere umano non si è estinto», perché c’è sempre qualcuno che ci spiega e ci dimostra che, in questo impasto di bene e di male di cui siamo fatti, il bene può prevalere.
È questa la cosa a cui credo enormemente.

La catanese Laura Silvia Battaglia, sposa yemenita - La Sicilia

Qual è il prezzo personale che non si vede dietro una vita passata a raccontare il mondo?

Secondo me non si vede la disciplina. Mi succede, quando torno, che qualche amica mi dice: «Ah, ma tu hai avuto coraggio. Io non ce l’ho avuto, quindi non lo saprò mai», oppure «Ah, ma tu hai avuto fortuna, io no».

La fortuna nella vita è sempre una cosa utile. Sicuramente credo di essere stata fortunata perché ho conosciuto l’amore nella mia vita, sia quello dei miei genitori sia quello di mio marito. Quindi queste sono le mie fortune. Dopodiché io ho lavorato moltissimo per raggiungere questi obiettivi e soprattutto ci sono stati dei momenti in cui io avrei potuto fare delle scelte diverse. Perché il prezzo, per capire chi sei veramente, è dover scontentare gli altri. Il prezzo per essere chi sei è scontentare gli altri.

E scontentare gli altri, soprattutto, quando gli altri si aspettano delle cose da te, hanno dei piani su di te, non è stato facile.

Io non ho avuto comunque un padre che mi ha incoraggiato a fare questa cosa, anzi. Ma io ho preso tutti i soldi, la valigia di cartone, e me ne sono andata, per fargli capire che io sapevo assolutamente che questa era la mia vocazione. La mia è stata una migrazione estremamente controllata, calcolata, ragionata e sicura.

Però non si vede mai la disciplina. Perché per fare questo io mi alzo ogni giorno alle 5, lavoro come una matta, cerco indefessamente di fare determinate cose, non mi fermo anche quando ci sono dei no, quando ci sono persone che ti passano davanti, che sono raccomandati.

Ultima domanda. Rileggendo la tua storia, quale parte di Laura Silvia Battaglia è rimasta a Catania e quale, invece, è nata durante gli anni trascorsi in Medio Oriente?

Nulla è rimasto a Catania. E tutto. Ho sempre trascinato tutto di me con me. Quello che non volevo di me, ma soprattutto quello che non volevo intorno a me, non l’ho perseguito e l’ho ignorato.

Ho fatto in modo di non fare delle cose solo perché utili o di frequentare le persone che ti dicono essere quelle giuste. Ho cercato sempre la verità dei rapporti. Che vuol dire, per me, ad esempio che le mie compagne di classe, che sono amiche carissime, restano sempre tali. Non perché io sia andata chissà dove: io sono rimasta qui.

Ma allo stesso tempo quella ragazza di 20 anni che ero qui è sempre rimasta con me. In ogni fase, insomma, della mia vita mi sono portata dietro quello che sono stata in quelle fasi lì, anche se la vita ti trasforma.

Non credo che ci sia qualche pezzo che sia rimasto fuori o isolato o ancorato da qualche parte. Continuo ad essere un camion autotrasportatore che non ha perso pezzi.

Chiara Costanzo