IA / Ritrovare l’umano anche in un mondo digitale come il nostro

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Non viviamo più con la tecnologia, viviamo nella tecnologia. Per decenni ci siamo illusi che le macchine, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale fossero semplici strumenti, oggetti neutri riposti in cassetti digitali, pronti all’uso. Oggi quella prospettiva è tramontata: il digitale non è più un mezzo, ma un ambiente, un ecosistema, la nuova atmosfera sociale e culturale entro cui la nostra esistenza si svolge, si plasma e si ridefinisce.

Per orientarsi in questo cambio di paradigma, la bussola del filosofo Luciano Floridi risulta utile. L’umanità abita ormai l’Infosfera (la totalità dello spazio dell’informazione in cui viviamo: comprende tutti i dati, i contenuti digitali, i canali di comunicazione, la rete Internet e l’ambiente culturale e relazionale formato da questa costante massa di informazioni) ed esiste in una condizione di perenne Onlife, dove il confine tra reale e virtuale non è più una linea di demarcazione, ma una sutura ormai invisibile. L’intelligenza artificiale non è una creatura fantascientifica, bensì l’architettura quotidiana che modella i nostri percorsi concettuali e relazionali.

In questo nuovo habitat interagiamo continuamente con forme di agenzia non-umana che filtrano la realtà, suggeriscono opzioni, anticipano desideri. Ma se l’essere umano è immerso in questa atmosfera, quali sono le conseguenze sulla sua coscienza, sulla sua libertà e la sua interiorità?Immagine generata dall'Intelligenza artificiale

Il pericolo più subdolo dell’ambiente algoritmicamente personalizzato è che la libertà si riduca a un’illusione: una libertà di scelta confinata entro un perimetro invisibile e predeterminato. L’algoritmo ci analizza, ci misura e, spesso, sembra conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Eppure, come ricorda l’antropologo e biologo Telmo Pievani, l’essere umano è il risultato meraviglioso di un’evoluzione imperfetta, fatta di ridondanze, deviazioni e bricolage evolutivo.

L’intelligenza artificiale, al contrario, punta all’ottimizzazione e all’uniformità. Se l’ambiente digitale elimina l’imprevisto e il margine d’errore, rischia di prosciugare proprio lo spazio in cui risiede la libertà: la capacità di sbagliare, di cambiare strada, di essere felicemente irrazionali, imperfetti o poetici. È la medesima intuizione richiamata da papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas, laddove evidenzia il valore salvifico dell’errore e della fragilità umana di contro all’infallibilità fredda della macchina:

«Per un algoritmo, un errore è un difetto da correggere; per una persona, invece, un errore può essere un catalizzatore per un cambiamento profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile, ma dipende dalla propria libertà».

A farne le spese di questo flusso, in definitiva è l’interiorità. La vita interiore richiede silenzio, stasi, vuoto fertile. L’habitat digitale offre invece una stimolazione ininterrotta e l’ansia performativa della connessione. La coscienza si frammenta in mille notifiche; l’autosufficienza emotiva cede il passo al bisogno compulsivo di conferme esterne. Corriamo il rischio di scambiare l’accumulo di dati per conoscenza e la velocità di risposta per saggezza.

Di fronte a questa mutazione, la tentazione nostalgica è quella di invocare barriere, “argini” o ritiri dal mondo. Ma si tratta di un’illusione: questa onda tecnologica non si può arrestare. Pensare di erigere dighe contro l’innalzamento del mare digitale è una battaglia persa in partenza. La soluzione non è difendersi dall’acqua, ma imparare a nuotare.

Se l’acqua è la nuova Infosfera e i “pesci” sono gli agenti artificiali che la popolano in modo nativo, noi umani non dobbiamo né trasformarci in macchine, né affogare nella corrente. Dobbiamo imparare a stare nell’elemento liquido senza perdere ciò che ci rende irriducibilmente umani.

Impugnare la sfida dell’educazione e della transizione digitale oggi significa prima di tutto accrescere la consapevolezza. Imparare a nuotare nell’era dell’intelligenza artificiale richiede alcuni gesti fondamentali di ecologia dell’umano: difendere l’imperfezione come spazio critico, creativo e tipicamente umano che nessun algoritmo può replicare.
Coltivare l’ecologia del silenzio, creare intenzionalmente spazi di disconnessione e di stasi per permettere alla riflessione profonda e alla meditazione di ricomporsi.
Distinguere la velocità dalla saggezza, saper rallentare il giudizio di fronte alla tempestività delle risposte generate dalle macchine. Passare dalla fruizione passiva dei contenuti a una regia attiva e critica dell’ecosistema in cui siamo immersi.

L’interiorità rimane il nostro santuario, lo spazio inviolabile da cui sgorga la vera libertà creativa. Non dobbiamo temere la profondità dell’acqua digitale, a patto di ricordare che la rotta non la decide la corrente, ma il senso della nostra umanità.
Ricercare il senso è la strada per ritrovare l’umano anche in un mondo digitale come il nostro.

Alfio Pennisi
Teologo ambientalista