Guinea Bissau, dove i cittadini sono invisibili

La carta della salute
La carta della salute

Nel 2011 può sembrare assurdo, ma in Guinea Bissau non esistono registri anagrafici che censiscano la popolazione. Durante i 500 anni di dominio portoghese non esisteva nessuna registrazione delle nascite e delle morti. Nel 1974, alla dichiarazione dell’indipendenza, è rimasta l’usanza della non registrazione. La popolazione dello Stato veniva calcolata approssimativamente, i censimenti si facevano chiedendo ai capi villaggio quanti erano gli abitanti. Le prime difficoltà di questa situazione  furono avvertite dai centri salute delle missioni cattoliche, dove spesso si presentavano le mamme con i bambini che non avevano un nome e delle quali non sapevano la data di nascita certa. I genitori venivano invitati a scegliere un nome per i figli, e a cercare di mantenere  sempre in mente la data della nascita. Agli inizi il metodo ha funzionato più o meno bene . Con il passare del tempo è diventato difficile, sia per gli operatori (spesso per il controllo delle vaccinazioni) che per i genitori, mantenere esattamente il conto del controllo sanitario dei bambini.

Nel 2000, supportati dall’UNICEF e con il benestare delle autorità governative, tutti i centri salute si sono dotati di schede denominate carta della salute. Da questa data in poi tutti i bambini sono stati muniti del documento, così si recuperavano anche i dati anagrafici dei genitori che integrano il documento. Inizialmente è stato difficile fare in modo che i genitori custodissero con cura la carta della salute.  Nel 2005 lo stato ha ritenuto opportuno iniziare una registrazione della popolazione, così è da poco più di 5 anni che esistono i registri anagrafici ma purtroppo sono incompleti, i genitori vengono invitati a portare la carta della salute presso gli uffici statali ma si è ancora molto lontani da poter dire che è in atto una fedele registrazione. L’impossibilità della registrazione spesso è causata dalla lontananza fra il luogo di nascita e il centro adibito allo scopo, inoltre manca la mentalità vera e propria dal momento che il popolo non trova l’immediata utilità (d’altronde non ne ha avuto bisogno per oltre 500 anni). Per cercare di realizzare un’iscrizione anagrafica il più fedele possibile si cerca d’incrociare le registrazioni scolastiche, per i bambini che hanno o frequentano la scuola, dal momento che anche per l’istruzione fanno fede i registri scolastici delle missioni cattoliche.

 Per noi è difficile immaginare una struttura sociale diversa dalla nostra, purtroppo sono ancora molti i popoli che hanno organizzazioni primitive. In Guinea Bissau il popolo ha una forma di autogestione che è distinta dall’appartenenza ad una etnia o ad un villaggio.  Una etnia può essere distribuita in più villaggi e un villaggio può essere abitato da etnie diverse ed ognuna ha un proprio dialetto, il capo etnia o capo villaggio è sempre un uomo fra i più anziani. Durante le Missioni Africa 2010 e 2011 ci siamo trovati nel villaggio di Bijmita dove i nostri interlocutori erano due persone di etnia diversa ed ognuno, nella propria lingua, spiegava ai suoi quali erano le nostre proposte. Nel 2010 abbiamo progettato la costruzione di una scuola e il 5 febbraio 2011 l’abbiamo inaugurata.

In Guinea Bissau vi sono circa 40 etnie diverse con altrettanti dialetti. Non esiste una segnaletica stradale o urbana, soltanto pochi villaggi si trovano sulle strade nazionali il resto si internano nella foresta, spesso per decine di chilometri, non segnalati e con strade sterrate. Non esistono numeri civici o vie, non esiste un servizio postale, nella capitale Bissau vi è un unico ufficio postale che serve esclusivamente per ricevere pacchi e posta per l’estero e funge da fermo posta per la corrispondenza locale. Ad esempio la corrispondenza per le missioni cattoliche viene ritirata, in questo ufficio postale, dalla diocesi ed in seguito fatta giungere alla missione di competenza. Considerando che successivamente alla dichiarazione d’indipendenza, più volte, si sono tenute libere elezioni è normale chiedersi come sia possibile parlare di legittime consultazioni elettorali in una struttura sociale così regolamentata. Su un milione e mezzo di popolazione quante sono le migliaia di persone che hanno diritto al voto? Senz’altro si tratterà di poche migliaia. Tutto questo non deve scandalizzare: le democrazie si costruiscono anche così. 

Mario Pappalardo

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