Le lezioni di Anna Bella / Federico De Roberto e “I vicerè”

Federico De Roberto nasce a Napoli nel 1861. I genitori: il padre, Ferdinando, era stato poco prima ufficiale di Stato Maggiore di Francesco II e muore nel 1870; la madre, Marianna Asmundo, appartenente a una famiglia di piccola nobiltà siciliana. Nel 1874 la famiglia si trasferisce in Sicilia, a Catania. L’autore s’iscrive alla facoltà di Scienze fisiche, matematiche e naturali dell’Università catanese, ma dopo un paio di anni  l’abbandona.
Pubblica articoli su riviste di Firenze, di Milano e di altrove; fonda un settimanale, “Don Chisciotte”. Parecchie sono le opere minori; frequenta il mondo letterario. Nel 1891 inizia la scrittura de “I Viceré”, lavorando, come lui stesso dice, “accanitamente ….Sono tutto ai Viceré”.  L’opera viene pubblicata nell’agosto 1894, l’anno stesso dei “Fasci Siciliani”, l’anno della prima grande crisi postrisorgimentale del Sud, quando al potere c’è Crispi, e la borghesia reazionaria ignora la questione meridionale. Vi si narra  “la pazzia di una famiglia”, romanzo ricco di vicende umane, senza sorprendenti colpi di scena, che in effetti esistono nella coerenza stessa della narrazione. De Roberto dichiara:”Quando l’artista pare più indifferente, allora è più vigile”. Temi fondamentali: rapporti di forza tra consanguinei e preoccupazioni economico-politiche. La zia Ferdinanda racconta storie della nobile famiglia degli Uzeda e riferimenti a varie famiglie siciliane. La vita di relazione è molto complessa, con eventi clamorosi, vendette, lotte, “imprese”, imprevedibilità dei personaggi, in un abile intreccio di fatti. “Le acclamazioni, i battimani soffocavano le sue parole; gridavano:”Viva l’unità italiana! Viva Vittorio Emanuele! Viva Oracqua! Viva Garibaldi!…” Altri aggiungevano:” Viva Giulente! Viva il ferito del Volturno!…”……………….Il ragazzo, stordito un poco dal baccano, domandò:”Che cosa vuol dire deputato?” “Deputati,” spiegò il padre, “sono quelli che fanno le leggi nel Parlamento.” “Non le fa il Re?” “Il Re e i deputati assieme. Il Re può badare a tutto? E vedi lo zio come fa onore alla famiglia? Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!…” Conclusione della parte prima, a cui seguono la parte seconda e terza. La pubblicazione  de “I Viceré” ha un limitato successo. Dal 1896 al 1910  De Roberto collabora al “Corriere della sera”, con recensioni a libri di letteratura, storia, biografia e psicologia. Nel 1898, a Milano pubblica “Una pagina di storia dell’Amore”, incentrato sull’amore di G. Sande e F. Chopin; inoltre un saggio su “Leopardi”. In seguito pubblica “Come si ama”: gli amori di Rousseau, Goethe, Napoleone, Balzac, Bismarck, ecc. Diverse sono le pubblicazioni su Catania e il territorio, tra cui interessante quella su “Randazzo e la valle dell’Alcantara” (1909). Negli anni seguenti, pubblica diverse opere, tra cui la commedia, “Tutta la verità”, che sarà rappresentata a Napoli, nel 1921. Nel 1918 ritornato a Catania, viene nominato bibliotecario della Biblioteca civica. Nel 1926, muore la madre, paralitica per tre anni, che De Roberto aveva servito “in ginocchio”, secondo la testimonianza di Brancati. L’anno seguente, a sessantasei anni, l’Autore muore . Il maestro di De Roberto fu il Flaubert, riconosciuto tale da lui stesso; infatti scriveva all’amico Ferdinando Di Giorgi, nel 1891, “Non c’è che lui, non c’è che lui”, da cui attingeva la grande lezione della distanza “ironica” tra narratore e personaggio. Quando venne pubblicato il romanzo, Verga lodò l’autore; altrettanto fece Capuana, suo intimo amico. I critici considerarono il romanzo come “un romanzo d’ambiente”, “con un’accentuazione di ciò che è vizio, pazzia, degenerazione, atavismo dei protagonisti”, secondo Russo; “una protesta di un liberale del Sud contro la classe dirigente del Sud, l’esplosione di un crudo disinganno di fronte a quella grande illusione tradita che fu per il Sud il 1860”, secondo Mario Pomilio, influenzato dal pensiero di Salvemini, schierato contro i politici del Sud, alla luce del meridionalismo. Con Carlo Bo, nel 1945, il giudizio sui “Viceré” diventò lusinghiero: “uno dei più vivi e meglio costruiti romanzi della letteratura europea…. dove non una pagina risponde a interessi particolari”; il critico ancora afferma: “I Viceré va interpretato con l’esempio e col metro di ‘Guerra e pace’, e mi riferisco allo spessore e all’intensità della narrazione.”

                                                          Anna Bella

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