Primavera araba: cittadinanza e partecipazione

“L’umiltà dell’intelligenza per capire quanto sta accadendo nei vicini Paesi arabi”: è la ricetta di Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, per “superare l’arroganza con cui spesso i media parlano della primavera araba, vera sorpresa di questo secolo che si è aperto con le stragi dell’11 settembre”. Aprendo oggi a Roma l’incontro della Comunità di Sant’Egidio, “Primavera araba verso un nuovo patto nazionale”, Riccardi ha invocato “un nuovo quadro di convivenza per garantire pluralità religiosa e politica. Tante volte nella primavera araba, che è fatta di storie diverse da Paese a Paese, le minoranze cristiane non si sentono sicure come se una dittatura dia più garanzie di una democrazia”. Per il ministro, “il Nord e il Sud del Mediterraneo devono costruire un nuovo quadro democratico facendo cadere diffidenze per fare posto alla cultura della simpatia tipica della nostra area. Grazie anche alla primavera araba oggi abbiamo la possibilità di costruire un nuovo rapporto, in cui cristiani e musulmani, Occidente e mondo musulmano, riscoprano valori di libertà e di democrazia”.

Primavera democratica. All’incontro hanno partecipato esponenti politici e religiosi di tutto il Medio Oriente, in particolare di quei Paesi toccati dalla primavera araba. Tra questi il tunisino Rashid Ghannushi, leader del movimento Ennahdha, che nelle elezioni costituenti del 23 ottobre 2011 ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi. “La primavera araba – ha detto – ci ha permesso di recuperare quei valori politici e religiosi che erano scaduti quasi a livello di pratiche mafiose e ci sta dando la possibilità di costruire un modello di cittadinanza basato sulla democrazia”. Ghannushi ha affermato che quella araba “è una primavera democratica che sta restituendo il giusto posto al tema della cittadinanza. Si tratta di un movimento nato dal basso che ha accomunato le diverse componenti del popolo”. Per il leader di orientamento islamista “le grandi sfide” che attendono la primavera tunisina sono “passare dalla distruzione alla costruzione, garantire stabilità e sconfiggere la corruzione, spesso appoggiata dalle mafie europee. La gestione del pluralismo – ha spiegato – è un patrimonio ancora giovane rispetto al regime politico del passato che incuteva paura con uno stato di polizia”. “Quando trionfa la democrazia – ha concluso – non ci sono sconfitti ma solo vincitori. È il popolo a beneficiarne ed è il popolo che può scegliere da chi farsi governare”. Alla voce tunisina ha fatto seguito quella dall’Egitto di Abdul Rahman al-Barr, del movimento dei Fratelli musulmani. “A piazza Tahrir – ha ricordato – cristiani e musulmani, pregavano e mangiavano insieme offrendo un’immagine esemplare. La rivoluzione non ha scandito nessun slogan discriminatorio e questo sia nelle zone urbane che rurali”. Secondo il teologo musulmano, “i contrasti tra cristiani e musulmani sono rimasugli del passato regime che ha sfruttato l’ignoranza dei cittadini e la religione per condizionare il popolo. La dittatura ha sfruttato alcuni estremisti fomentando la paura. Liberiamoci da questi ricordi – ha esortato – anche se ciò richiede tempo. Come Fratelli musulmani vogliamo che i copti si integrino nella vita politica e sociale. La comprensione vera della religione è quella in cui nessuno è discriminato”. Dello stesso avviso Sameh Fawzy, cristiano copto-ortodosso del forum del dialogo “Bibliotheca Alexandrina”, per il quale “è urgente includere tutte le fasce della società, tutti i gruppi culturali e religiosi per il modello del nuovo Egitto in cui la diversità sia rispettata”. Per l’esponente cristiano, tra i pilastri che sostengono la diversità religiosa vanno tenuti in considerazione “lo stato di diritto con leggi da rispettare, un quadro giuridico anche per normare le conversioni da una religione ad un’altra, la condanna di ogni attacco contro la coesistenza pacifica”. In questo modello di nuovo Egitto non deve esserci posto per “opinioni e punti di vista che vogliono un gruppo religioso superiore all’altro. I problemi vanno risolti nel giusto ambito politico come il Parlamento e non al di fuori”.

Senza ipocrisia. All’incontro non sono mancate voci cattoliche che hanno parlato della primavera araba dal punto di vista del dialogo e della cittadinanza. “Nessuna religione può arrogarsi il diritto d’imporre la sua legge ad altre fedi. Per questo motivo sono necessarie la cittadinanza e l’uguaglianza di tutti davanti alla legge”, ha ribadito, nel suo intervento, mons. Cyril Salim Bustros, arcivescovo greco cattolico di Beirut (Libano), per il quale “politica e religione possono collaborare”. “La religione sostiene e garantisce il concetto di cittadinanza. Cittadini credenti rappresentano la coscienza di un Paese in quanto alzano la loro voce contro le ingiustizie. Ci deve essere – ha aggiunto – un quadro giuridico che garantisca questa cittadinanza. Purtroppo siamo ancora lontani da questa visione ideale e bisogna lavorare per evitare divisioni e fanatismi”. Per il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: “I cristiani mediorientali non cerchino più protezione o garanzia ma partecipazione piena”. “Nella coscienza comune i cristiani hanno sempre cercato garanzie e protezione, mentre è importante cercare piena partecipazione, senza paura, senza irenismi ipocriti e senza vittimismi isterici”. “Non è vero – ha sostenuto – che va tutto bene, che i musulmani sono tutti buoni, che i cristiani sono tutti vittime. Le persecuzioni che ci sono state non devono essere l’unico criterio di lettura perché a fianco di questi episodi ce ne sono altri di convivenza e di comunione. Occorre entrare, con sano realismo cristiano, nella piena partecipazione della vita pubblica del Paese del quale i cristiani fanno pienamente parte. Evitare le generalizzazioni è la sfida principale che tocca i cristiani e il loro rapporto con l’Islam”.

a cura di Daniele Rocchi

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