Racconti / Inedito_9: Il cavaliere Gionata della Motta (prima parte)

Una storia cavalleresca dei giorni nostri.

Una moderna versione del “Don Chisciotte”, nell’interpretazione del Balletto di Roma.

Gionata della Motta era un nobile cavaliere che viveva in un piccolo borgo tranquillo, incastonato tra i monti e la pianura. Il cavaliere Gionata faceva vita riservata, ma la sua figura alta e slanciata, il suo profilo aquilino ed i suoi capelli lunghi erano noti a tutti gli abitanti del borgo, perché le poche volte in cui usciva dalla sua abitazione, ubicata in periferia, faceva il giro di tutte le strade del paese salutando cortesemente tutti quelli che incontrava. Egli era  segretamente innamorato della principessa Anastasia, che viveva invece in un castello dalle mura solide e quadrate che dominava la vallata, nella parte più alta del borgo. Ogni volta che usciva dalla sua casa per fare il giro delle strade del paese, il cavaliere Gionata si portava fin sotto le mura del castello della principessa Anastasia, sperando di poterla vedere, anche se di sfuggita ed anche se solo per un attimo. Ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarla e di farle conoscere i suoi sentimenti.

La vita scorreva tranquilla nel piccolo borgo. Ma un giorno una notizia sconvolse il paese e fece rapidamente il giro degli abitanti, arrivando anche alle orecchie del cavaliere Gionata: la principessa Anastasia era stata rapita da un orribile mostro. Si trattava del terribile Karnavalis, un enorme mostro con tre teste e otto braccia che si spostava rapidamente su un carrello a sei ruote. Egli abitava nella città di Trunzopoli, in un enorme capannone, assieme a tanti altri mostri come lui, che ogni anno si davano il cambio con altri mostri per andare in giro a spaventare gli abitanti di varie città.

Mentre gli altri abitanti del borgo, presi dallo spavento, si rinchiudevano in casa, il cavaliere Gionata, profondamente colpito dalla notizia del rapimento della principessa Anastasia, pensò subito di organizzarsi per andare a liberarla.

Tirò fuori dal garage la sua vecchia motocicletta che non usava più da tempo, una moto Guzzi d’epoca con sidecar, di colore rosso ruggine, più ruggine che rosso perché il colore era stato quasi completamente corroso dalla ruggine. Dopo vari tentativi andati a vuoto, riuscì finalmente a metterla in moto a strappo, facendola andare per la strada in discesa che da casa sua portava al paese. Cercò di dare come meglio potè una pulita sommaria alle candele ed al carburatore, dopo di che andò a prepararsi per la partenza. Iniziò con il rito della vestizione. Indossò per prima cosa la sua brava maglia di lana a maniche lunghe (la maglia della salute) ed i mutandoni lunghi di lana per proteggersi dal freddo; come ulteriore protezione, si mise sotto la maglia uno strato di vecchi fogli di giornale, come usano fare i ciclisti. Quindi si mise un paio di pantaloni neri di fustagno, una camicia felpata verde a scacchi, un maglione a collo alto color caki di foggia militare, un giubbotto di pelle nera ed un cappotto nero lungo fino ai piedi, tutto sdrucito e pieno di toppe. Come calzature, tirò fuori un vecchio paio di stivali di cuoio nero col tacchetto; e sotto gli stivali, non riuscendo a trovare tra le sue cose un paio di calze decenti perché erano tutte strappate e piene di buchi, si infilò due paia di calze, nella vana speranza che i buchi delle due calze, coprendosi a vicenda, proteggessero i piedi dalla durezza del cuoio degli stivali. Da ultimo indossò il suo vecchio casco di cuoio, con tanto di occhialoni. Gli mancavano solo le armi. Rovistando per la casa, tutto ciò che riuscì a trovare fu un mattarello di legno, vecchio ricordo di sua madre che lo usava per stirare la pasta quando preparava i maccheroni in casa; uno spiedo di ferro arrugginito ed il suo ombrello con un’asta rotta e la stoffa tarlata. Aveva però anche un’arma infallibile: un raggio laser con puntatori di varie fogge, acquistato un paio d’anni prima da un cinese. Trovò anche due bombolette di vernice spray lasciate lì da chi sa chi, e pensò di portarle pure con sé. Infilò tutte queste cose nella sua sacca di finta pelle, che si mise poi a tracolla, e andò a cercare il suo scudiero. Si trattava di Pippo, un suo vicino di casa, un giovanotto un po’ strano, analfabeta e ignorante come una capra, basso e tozzo di corporatura, che veniva ogni tanto a casa sua per fargli qualche servizio e commissione. Egli lo aveva nominato pomposamente suo scudiero, promettendogli che un giorno sarebbero diventati entrambi famosi. E Pippo, da bonaccione qual era, gli aveva creduto e lo assecondava anche nelle sue stranezze. Il cavaliere Gionata lo prelevò dunque da casa sua, senza neanche dargli il tempo di parlare, dicendogli solo di coprirsi bene per il freddo e di mettersi un casco, ma poiché Pippo non possedeva nessun casco e non aveva nemmeno un’idea precisa su che cosa fosse un casco, il cavaliere Gionata gli mise in testa, in sostituzione, un vaso da notte di stagno senza manico che trovò in un angolo della casa e che Pippo usava come vaso per i fiori. Così acconciato, il Cavaliere lo piazzò nel sidecar della sua moto ed entrambi partirono.

La strada per Trunzopoli era lunga, ma il cavaliere Gionata, anziché dirigersi verso l’autostrada, perché temeva che con quella sua moto non l’avrebbero fatto entrare, preferì imboccare la strada normale, più lunga ma più sicura, anche se con qualche buca in più. Ad ogni scaffa infatti la moto traballava paurosamente ed il sidecar saltava cigolando con il povero Pippo dentro, il quale cercava di sorreggersi con una mano strettamente attaccata al bordo della carrozzeria, mentre con l’altra mano si teneva fermo sulla testa il suo casco-vaso-da-notte. Alla prima stazione di servizio si fermarono per fare rifornimento, e siccome né il Cavaliere né Pippo mangiavano dal giorno prima, entrarono al bar per prendere qualcosa. Però tutto il denaro che aveva, il Cavaliere lo aveva speso per la benzina, e con i pochi spiccioli rimastigli riuscì solo ad ordinare un caffè in due.

Rimessisi in marcia, saltando cigolando e fumando, proseguirono la loro strada attraversando città e paesi, dove la gente, vedendo quella strana coppia con quello stranissimo veicolo, lanciava spesso al loro indirizzo degli epiteti di scherno. Quando stavano quasi per arrivare a Trunzopoli, dopo un paio d’ore di corsa sfrenata (si fa per dire) sotto il sole, si trovarono davanti ad un bivio, dove c’era un grande cartellone pubblicitario. Il cavaliere Gionata, abbagliato dal sole e accecato dalla fame, lanciò improvvisamente un urlo spaventoso: “Aaaaah! I giganti! I paladini del mostro Karnavalis ci stanno aspettando perché vogliono fermarci!” Staccò una mano dal manubrio della moto, la infilò nella sua sacca e ne tirò fuori il mattarello di legno. Roteandolo quindi in aria come se fosse una spada, si slanciò con tutta la moto, con relativo sidecar e passeggero sopra, contro il cartellone pubblicitario, e quando vi fu arrivato sotto, lanciò contro di esso il mattarello, che saltando in aria andò a bucare la carta del manifesto in corrispondenza dell’occhio di un signore sorridente che teneva in mano un telefonino. Per fortuna sotto il cartellone pubblicitario c’era solo una recinzione di rete che immetteva in un giardino di limoni, per cui l’impatto del cavaliere Gionata a cavallo della sua moto non fu così tragico come poteva essere. Però sfondò comunque la rete metallica della recinzione e andò a planare, insieme con Pippo e tutto il suo armamentario, tra i rami di una pianta di limoni, mentre il suo mattarello, attraversato da parte a parte il cartellone, andò a piombare proprio sulla testa di Pippo lasciandolo stordito.

Tutte le persone che avevano assistito alla scena accorsero immediatamente, convinte di trovare la moto ed i suoi passeggeri sfracellati. Invece il cavaliere Gionata era scivolato dal sellino della moto ed era rimasto impigliato a testa in giù nell’albero di limoni su cui era atterrato, ma non si era fatto assolutamente nulla! Neanche Pippo, pur se stordito per la sonora mattarellata in testa, si era fatto alcunché. Non gli era spuntato nemmeno il bernoccolo nel punto colpito dal mattarello perché il suo casco-vaso-da-notte lo aveva protetto abbastanza bene. Arrivarono i pompieri che con l’autogrù tirarono fuori dal limoneto la moto e la rimisero sulla strada. La moto, anche se era un po’ più ammaccata e cigolante, funzionava ancora, ed il cavaliere Gionata volle riprendere subito la sua strada, declinando dignitosamente l’offerta di numerose persone che volevano trattenerlo perché si riposasse, o che volevano offrirgli anche qualcosa da mangiare. Veramente Pippo, morto di fame com’era dal giorno prima, e con il mezzo caffè che gli aveva stimolato ulteriormente l’appetito, avrebbe voluto fermarsi un poco e mangiare qualcosa, ma il cavaliere Gionata lo fulminò con un’occhiataccia, disse a tutti che non aveva bisogno di nulla, ringraziò e risalì a cavallo della sua moto seguito da Pippo che s’infilò nel sidecar come un cane bastonato.

Mentre inforcava il sellino della moto, il Cavaliere disse ammiccando a Pippo:

– Hai visto come abbiamo sconfitto i giganti? Li ho trapassati da parte a parte!

– Ma veramente… era solo un cartellone pubblicitario… – obiettò debolmente Pippo, toccandosi la testa dove sentiva ancora gli effetti della tremenda botta che aveva preso da quel mattarello che – quello sì – aveva attraversato da parte a parte, volando in aria, il cartellone.

– Eeeh, tu non puoi capire, mio caro Pippo! – replicò con molta serietà il cavaliere Gionata. Dopo di che ripartì a tutto gas, impaziente di ritrovare la principessa Anastasia. (Continua)

Nino De Maria

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