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Home Cultura Scienza e fede, compagni di strada nel mistero della vita
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Scienza e fede, compagni di strada nel mistero della vita

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Redazione
-
22 Marzo 2011
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    “Scienza e Fede –La pazienza del dialogo” di Alfio Briguglia e Giuseppe Savagnone (Elledici, 2010, pagg. 207) è un saggio che affronta delle tematiche fondamentali che scaturiscono da alcune domande che l’uomo di oggi  si pone e che riguardano la “compatibilità” della ricerca scientifica, della filosofia e della teologia. Queste domande sul rapporto scienza-fede non concernono problemi solo teorici perché hanno a che fare con scelte esistenziali e il rapporto dell’uomo di oggi con la religione e la Chiesa. Uno scienziato può essere credente? Si può ancora avere fede nelle grandi narrazioni bibliche? Le scienze, dopo la teoria di Darwin e la scoperta del Big Bang, non hanno reso inutile l’ “ipotesi di Dio”? E’ ancora ragionevole parlare di anima nell’epoca delle neuroscienze?

     La morale si può ancora basare su principi e valori, oppure è solo il frutto di meccanismi evolutivi che ne spiegano l’origine e ne delimitano il peso normativo? La scienza è in grado di fondare un’etica “laica”? Questi ed altri interrogativi vengono affrontati con rigore, ma in modo accessibile al lettore di media cultura, con riferimenti puntuali ad autori (filosofi, scienziati, teologi) di ieri e di oggi  con l’auspicio finale che il dialogo paziente e onesto consenta ai sostenitori dei diritti della scienza e ai fautori della fede di guardarsi in faccia a vicenda come compagni di strada, impegnati per vie diverse ma non contraddittorie,  a esplorare il grande mistero della realtà e della vita. Infatti, le conclusioni della scienza non si possono assolutizzare e, al massimo, si può affermare che una teoria scientifica è “vera” nel senso che al momento è la migliore a disposizione perché “ogni scienza che si assolutizzi (…) si rende ridicola”.

    D’altronde anche la ricerca scientifica non può fare a meno di una filosofia della natura che specifichi “come sono fatti il mondo e l’uomo, su cosa comporti la razionalità, su cosa è valore e su cosa non lo è (…). Il quadro concettuale adottato dalle singole scienze non ha mai le dimensioni dell’intero”; anche se la cosmologia si occupa della “totalità”, è la metafisica che studia l’intero e “lo intende come essere in quanto tale” e si sforza – riuscendovi o meno – di dare delle risposte. Peraltro, ad esempio, nelle questioni di bioetica “la fede entra in dialogo con la scienza solo attraverso la mediazione filosofica”.

    Una parte del testo è dedicata alle neuroscienze e al problema dell’anima, sul quale gli autori sottolineano che “nessuna descrizione di reti neuronali (punto di vista scientifico-obiettivo) può esprimere adeguatamente gli stati di coscienza (punto di vista soggettivo)  ( … ). Il fatto che la mente umana sia essenzialmente distinta – non separata – dalla materialità, spiega perché essa sia capace di esercitare funzioni che superano le possibilità della materia stessa” e concludono che “il passaggio dalla strutture materiali ai significati sfugge a qualunque visualizzazione cerebrale”. A proposito dell’esistenza di Dio “le scienze non possono essere chiamate in giudizio né come testimoni della esistenza di Dio, né come dimostrazione della sua inesistenza. Però non sono irrilevanti per la rappresentazione che ci facciamo di Lui. E questo non costituisce una minaccia né per la teologia né per i saperi scientifici, ma una risorsa e un motivo di speranza”. Questi spunti servono – ci auguriamo – per dare un’idea, seppur sommaria, della ricchezza e serietà delle argomentazioni del testo, che merita di essere conosciuto e meditato.

                                                                                                            Giovanni Vecchio

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