Interviste / Una testimonianza da Bruxelles. Francesco Amato: ” Dopo il 22 marzo cerchiamo delle risposte…per costruire insieme un altro domani”

A distanza di qualche settimana dai gravissimi episodi di terrorismo verificatisi a Bruxelles, sentiamo direttamente dalla voce di un cittadino residente se e come si sia modificato lo stile di vita in città.

– Francesco Amato, nome e cognome di origine italiana: da quanto tempo la tua famiglia risiede a Bruxelles?

Una veduta di Bruxelles
Una veduta di Bruxelles

“Mio padre, Salvatore Amato, è nato a Randazzzo nel 1900, era sarto ma senza lavoro, per cui all’età di vent’anni si trasferì a Parigi e successivamente a Bruxelles dove nel 1933 sposò mia madre, Anna Penna, anche lei immigrata, nata a Ravello. Io sono nato a Bruxelles nel 1938, ho sposato una donna belga, Rose Stalpaert e siamo sempre rimasti qui in Belgio, a Bruxelles. Quando morì il mio papà, abbiamo ereditato una vecchia casa nel centro storico di Randazzo, a 2.500 Km di distanza dalla nostra vita. D’accordo con mia moglie e le nostre due figlie, abbiamo ristrutturato la casa a modo nostro e veniamo a Randazzo da tanti anni per le vacanze estive”.

– Siete rimasti sopresi da questo attentato? O c’era qualche sentore, in precedenza, che poteva far pensare che Bruxelles fosse una delle città a rischio attentati?

“Dopo il dramma di New York, le Torri Gemelle, la Maratona di Boston, le guerre religiose tra Sciiti e Sunniti, il mondo si è ritrovato in una spirale di orrore e di intolleranza. Ricordiamo la Libia, l’Iraq, la Siria e così via… molti paesi d’Europa si sono ritrovati loro malgrado dentro questa escalation di violenza, mandando sostegno militare tramite la NATO. Da anni gli attentati si sono verificati nelle capitali e città importanti. La metropolitana di Londra, Madrid, Parigi. Bruxelles era lì con una vigilanza abbastanza addormentata. Siamo al centro di tante cose importanti e siamo un paese con un’elevata tolleranza religiosa ed etica, cosa che ovviamente non piace per niente agli integralisti. Quindi Bruxelles era per forza nel mirino”.

– Quanto può aver influito il fatto che, come dicono i media, a Bruxelles vi siano sempre stati dei problemi di interazione tra Fiamminghi e Valloni?

“I nostri problemi tra Valloni e Fiamminghi non c’entrano niente con questi attentati. Però, la gestione di questo paese è diventata frenetica. Siamo un paese federale non unitario e dunque siamo sempre alla ricerca di un accordo mai stabilito. Quando nel 2013, trecento giovani sono partiti per andare in Siria a combattere gli “infedeli”, poi sono ritornati nelle varie città del Belgio “indottrinati”, ma le diverse agenzie di controllo non erano collegate tra di loro! Questi presunti terroristi si sono “addormentati” fino ad ora. Per dire la verità, sono pochi a fare i “jihadisti” per motivo religioso, la maggior parte di essi erano conosciuti come delinquenti”.

– Avete avvertito realmente la solidarietà francese, come appare dai social network?

“Tramite i social network direi di si, ma la politica e certi giornali, dopo il dramma, hanno cercato come si dice in francese “la pagliuzza nell’occhio del vicino senza vedere la trave nel proprio”. La gente comune dopo Parigi si è ritrovata con “I love Parigi” e adesso “I love Bruxelles” … Fa piacere”.

– Come si è modificato il vostro stile di vita? C’è paura nelle vostre attività giornaliere? Avete pensato di lasciare, anche solo temporaneamente, il centro città per recarvi in campagna?

“Dopo il 22 marzo ”on aime Bruxelles” cerchiamo delle risposte. Si vede la bandiera nei balconi e sulle automobili, facciamo il conto dei morti e feriti e dei nostri sbagli. Dopo il 22 marzo non sappiamo più quali siano le promesse che possiamo fare ancora ai nostri figli, nipotini…quindi la giovinezza…Dopo il 22 marzo, il surrealismo alla belga ha cambiato strada… ma dopo il 22 marzo ricominciamo a parlare insieme ancora e ancora…
Indignarsi, affrontare le situazioni, ascoltare, mobilizzare, riformare per non dimenticare, per costruire insieme un altro domani. Quindi non troppa campagna, siamo nelle strade, nel metrò, nelle piazze… con un po’ d’ansia.”

Alessandra Distefano

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