1° Maggio / La consigliera di parità Margherita Ferro: “Per le donne è ancora una festa a metà”

Che è un Primo Maggio inconsueto per i lavoratori non vi è alcun dubbio, per di più questa certezza vale solo per quella parte di coloro i quali potranno considerarsi ancora lavoratori e chissà ancora per quanto. l’Italia versava già in uno stato occupazionale drammatico e, come se ciò non bastasse, come ciliegina sulla torta, arriva Covid19; che, da buon disoccupato (almeno ufficialmente), cerca di essere ospite del maggior numero di persone, non prediligendo solo la categoria dei lavoratori, ma si accontenta di chiunque.

Margherita Ferro, consigliera di parità per la Regione Siciliana

Ma, battuta a parte lanciata per strappare un sorriso di cui tutti, in un periodo così triste, abbiamo bisogno, vorrei, come consigliera di parità, ricordare tutti i lavoratori, ma volgere lo sguardo, realistico, non per essere di parte, alle lavoratrici. E già, perché, quello che definiamo smart working, che ci ammalia e ci seduce come la maga Circe, finisce con il catturare le lavoratrici; perché lavorano più di prima, senza orari, accollandosi pure la gestione familiare, mentre spesso non hanno tempo per la cura di sé. Così lo smart working si traduce in una trappola senza tempo, un fardello che si fa sempre più pesante, che non tiene conto delle condizioni familiari.

E allora: come tutelare lo spazio delle lavoratrici? E’ ancora lontana la conquista delle pari opportunità in Italia. Per questi ritardi le mancate conquiste in materia e la conseguente delusione del mondo femminile non derivano solo dalla mancanza di fondi, ma dal senso di solitudine, frustrazione, dalla triste realtà di essere abbandonate nel momento di maggiore necessità; si ha la sensazione che non vi sia alcuna partecipazione emotiva per noi donne, ci sentiamo anni luce lontani da quella realtà laddove vengono fatte delle scelte che spesso stravolgono le nostre vite. Si verifica questo perché manca un immaginario di pari opportunità, come un dibattito pubblico europeo, che oggi, ancor più di ieri, viene accantonato. 

Il colossale problema non è dunque solo economico o sanitario, ma anche culturale. E’ necessario investire nella cultura, continuamente, paladina di libertà che scuote gli animi e li conduce alla ragione. Fino a quando sarà presente solo un panorama di facciata e non un reale ambito politico per le pari opportunità, finché gli interrogativi di questo periodo intricato non verranno posti sullo stesso campo, creando un dialogo che vada oltre i confini ghettizzandi, qualunque decisione porterà sempre a discriminazioni isolando i problemi e questo potrà, e potrebbe alla vista di alcuni sembrare paradossale, essere controproducente per tutto il Paese. Solo intervenendo in egual misura in tutti i settori è possibile fare un salto in avanti a garanzia di tutti. L’emergenza socio-sanitaria che stiamo vivendo, arrivata improvvisa, inaspettata, e che sappiamo bene perdurerà, segna solchi ancora più profondi.

Questo stato di cose è l’esordio di nuovi dilemmi da risolvere che non risparmiano nessuna parte del globo e sono collegati indubbiamente al cambiamento climatico e all’impatto dell’uomo sulla terra, mentre il coronavirus, a proposito, potrebbe già essere la punta di un iceberg. Per non dimenticare poi altri temi scottanti come i diritti sociali, civili e politici, campi nei quali un inquadramento ed una strategia sembrano essere una chimera.

È giunto il tempo di interrogarsi su quali siano le competenze che ogni responsabile della cosa pubblica e di ogni ambito dovrebbe avere e quali temi, tra l’altro impellenti, andrebbero trattati insieme.

Sappiamo benissimo che nessuno si salva da solo! Sono problemi che coinvolgono tutti gli esseri umani; e quindi, senza alcun battito di ciglia, bisogna optare per la collaborazione, perché l’individuo è un animale sociale e noi siamo una società aperta.

Dobbiamo custodire nel nostro scrigno il più prezioso dei diamanti, la vita e, con essa, l’eguaglianza, i diritti in cui crediamo, anche se oggi, nostro malgrado, dobbiamo mandar giù confetti amari; è necessario far tesoro dell’odierna esperienza per intuire, programmare e proiettarci in un orizzonte più ampio. Questa reclusione, che ci dà la sensazione d’esser chiusi in gabbia non deve indurci, erroneamente, a un atteggiamento di chiusura, ma avere come contraltare nuove riflessioni, come pensare alle azioni da intraprendere e soprattutto di quali strategie e linguaggi comuni necessitiamo. Solo muovendoci in questa direzione possiamo rinnovare la gestione delle economie, della sanità, dell’educazione.

Ricordiamoci che essere isolati significa essere vulnerabili e lo sconvolgimento che stiamo vivendo ha bisogno di solidarietà.

Siamo una società basata sul dialogo, con le proprie identità di genere e differenze, che non devono, però, rispecchiarsi in “differenze discriminatorie”.

In ogni dialogo basato sul rispetto non possono mancare principi condivisi, accettazione della diversità, ma come substrato ci deve essere la cultura. Quest’ultima è il collante per una società unita.

Avremo un futuro solo se ci sentiremo parte di una collettività, perché il successo personale fa parte di una sfera più complessa, quella sociale. Il sostegno economico e gli aiuti concreti di ogni sorta, che sembrano essere somministrati con il contagocce insieme alle continue disparità, continuano a farci sentire come estranei, fino a quando non ci sentiremo singolarmente parte di tutto, perché saremo considerati tali, non saremo mai un sistema vivente in crescita. Si tratta di un percorso che coinvolge tutti, sia individualmente che istituzionalmente perché solo camminando insieme nessuno sarà lasciato indietro, soprattutto i più fragili. Abbiamo bisogno di trovare la strada dell’appartenenza che, di certo, non si traduce solo nella declinazione al femminile ma che punta lo sguardo a tutto ciò che crea armonia.

Margherita Ferro

consigliera regionale di parità

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