50° di sacerdozio / Don Giuseppe Arcidiacono: “Fare di una parrocchia una famiglia”

Riportiamo l’intervista rilasciataci da don Giuseppe Arcidiacono in occasione del suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Una vita spesa, la sua, a servizio della comunità di Piano d’Api e Monterosso-Lavinaio, di cui è stato peraltro direttore dell’archivio diocesano. Un tuffo nella memoria, deposito di esperienze, incontri, crescita umana e spirituale che in pochi minuti diventano parole. Una testimonianza preziosa la sua: quella di chi si dona, con vocazione e amore, agli altri.

Quest’anno ricorre il suo cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Com’è cambiato in questi anni il sacerdozio?

Fui ordinato sacerdote subito dopo il Concilio Vaticano II, che ha rivoluzionato tutto l’aspetto sia sociale che ecclesiale. Sono stato testimone del passaggio dal “vecchio” al “nuovo sistema”, con tutte le difficoltà che questo comportava e che allora un giovane poteva sognare. Diventare sacerdote negli anni del cambiamento significava vivere questa scelta con fatica, ma anche con tanta speranza.don Arcidiacono anniversario sacerdozio

Lei è stato per tanti anni al servizio della comunità rurale. Cosa consiglierebbe a chi oggi si affaccia al cammino sacerdotale come prete di campagna?

Consiglierei loro di inserirsi nella comunità a cui appartengono e vivere la vita stessa di questa. Bisogna essere in sintonia sia con i problemi che con la crescita della comunità. Bisogna fare di una parrocchia una famiglia, questo è il segreto. Nelle parrocchie di periferia è più semplice concretizzare un ideale di famiglia perché le comunità sono più piccole. Io posso dirlo sulla base delle mie esperienze a Monterosso e Piano D’Api, parrocchie nelle quali abbiamo adottato questo “stile”.

Come definirebbe la sua esperienza all’archivio diocesano di cui è stato il direttore per tanti anni? Cosa l’ha segnata maggiormente nel ricoprire quel ruolo?

Stando in parrocchia diventava per certi versi un lavoro secondario. I miei collaboratori sono stati all’altezza della situazione perché hanno operato con vero spirito di archivio. Cioè quello di mettersi al servizio della storia, dell’ambiente, della comunità. L’archivio l’ho costruito da zero; prima era solo una catasta indistinta di documenti, disordinati e senza criterio. Nel tempo ho provveduto alla sua sistemazione, creando le parti che permettessero la catalogazione dei materiali. L’esperienza dell’archivio è stata impegnativa ma bella, perché ha generato peraltro un clima di accoglienza e partecipazione.

Come ha scoperto la sua vocazione? Qual è stato il momento della sua vita in cui ha sentito quella “chiamata” alla quale non poteva non rispondere?

Allora si intraprendeva il seminario da piccoli, quindi si andava incontro ad un lungo percorso. Io entrai a dodici anni, in prima media, e sin da bambino ho avuto il desiderio di diventare sacerdote. La mia è stata una vocazione “classica” per certi versi, nata anche sull’esempio del mio parroco e dalla volontà di imitarlo. Durante il seminario ho avuto momenti di ricerca, momenti più faticosi, ma è stata una scelta sempre consapevole.

La Chiesa in mezzo secolo è stata attraversata da trasformazioni, ha cambiato il suo sguardo sul mondo. Ha inoltre manifestato più apertura a questioni sociali e culturali. La Chiesa di Papa Francesco è stata portatrice secondo lei di uno sperato rinnovamento?

Papa Francesco Cammino sinodale

Sì, assolutamente. Nulla togliendo ai suoi predecessori, ma Papa Francesco sta facendo emergere tutto lo spirito del Concilio Vaticano II nei suoi aspetti pratici e concreti. Sta realizzando compiutamente quegli ideali che il Concilio si proponeva. E’ stato un cammino di cambiamento difficile da attuarsi. Oggi, invece, diventa l’obiettivo più importante, cioè la capacità di rendere ogni fedele protagonista della vita della Chiesa, della comunità. Questa è la realizzazione più bella e vera delle aspettative del Concilio Vaticano II. Ci sono voluti cinquant’anni quasi per arrivarci!

Graziana Caruso

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