L’ingegnere Nino Ortolani è nato e cresciuto ad Aci Trezza, nel 1939. Custodisce con lucidità il ricordo di una pagina importante della storia della sua famiglia. Questa storia è legata a quella di tanti trezzoti che, nei primi decenni del Novecento, lasciarono la Sicilia per cercare fortuna oltre oceano. I suoi nonni paterni partirono da Aci Trezza verso gli Stati Uniti, destinazione di una migrazione silenziosa ma intensa, segnata da sacrifici e speranze. Nel 1925, cento anni fa, moriva il nonno paterno. Questo evento è oggi occasione per riflettere, attraverso i ricordi di Ortolani, su un fenomeno umano e sociale che ha segnato profondamente la storia locale e nazionale.
Siciliani in America: un esodo silenzioso alla ricerca di futuro

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la Sicilia fu teatro di un vasto fenomeno migratorio che coinvolse centinaia di migliaia di persone, spinte da condizioni di povertà estrema, assenza di lavoro stabile e frequenti crisi agricole. Gli emigranti scelsero come mete principali le Americhe, in particolare gli Stati Uniti, dove le comunità italiane crebbero rapidamente.
La speranza di un’esistenza più dignitosa spinse molti a imbarcarsi verso l’ignoto. Città come New York, New Orleans, Pensacola e Galveston divennero crocevia di questa nuova diaspora. I migranti, spesso analfabeti e privi di conoscenze linguistiche, si adattarono a mestieri faticosi e sottopagati: manovali, pescatori, braccianti, scaricatori di porto. Eppure, nonostante le difficoltà, seppero costruire reti solidali, fondare associazioni e trasmettere le proprie tradizioni religiose e culturali.
L’emigrazione non fu solo materiale, ma anche affettiva. I legami con le terre d’origine rimasero vivi attraverso lettere, fotografie e risparmi inviati alle famiglie. Alcuni riuscirono a tornare con qualche risorsa in più, altri si stabilirono definitivamente oltreoceano, dando origine a nuove generazioni di italoamericani. Le storie come quella dei nonni dell’ingegnere Ortolani, partiti da Aci Trezza per cercare fortuna in Florida e Texas, si inseriscono in questo quadro più ampio: storie di resilienza, di partenze spesso definitive, ma anche di memorie che oggi, a distanza di un secolo, riemergono per raccontare il volto umano della migrazione.

Un nonno in America: la storia di Toni Ortolano, tra Pensacola e Galveston
Ecco, la realtà dell’emigrazione italiana verso le Americhe — sia quella del Nord che del Sud — è descritta con grande chiarezza nel libro Spera di Papa Francesco. Nei primi capitoli, il Papa racconta le difficoltà vissute dalla sua famiglia di origine, in particolare dai nonni, con un affetto speciale per la nonna, figura centrale nel suo ricordo. Gli emigranti sudamericani che arrivavano in Argentina affrontavano viaggi durissimi, fatti di privazioni e ostacoli.
Ho avuto modo di parlarne con un mio quasi coetaneo, nato proprio in Argentina: il generale Cacciola, oggi in pensione a Roma, già comandante dell’Aurenauto. Mi ha raccontato che i suoi familiari, una volta giunti lì, si dedicavano alla pesca del pescecane — uno squalo aggressivo e difficile da catturare — di cui si toglieva la pinna per venderla e ricavarne prodotti farmaceutici. Un lavoro duro, rischioso, che richiedeva coraggio e fatica. Per quanto riguarda l’America del Nord, emblematica è la storia della comunità di Aci Trezza emigrata negli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento. Era il 1925 quando Toni Ortolano, nonno paterno dell’ingegnere Nino Ortolani, moriva a Pensacola, in Florida. In quella città di mare si era insediata una piccola comunità di pescatori provenienti da Aci Trezza, portando con sé saperi, tradizioni e sacrifici.
“Il mare è amaro e il marinaro muore in mare”: un proverbio ripreso anche da Luchino Visconti ne La terra trema, che ben descrive il destino dei pescatori trezzoti. Un altro detto, “Cu nesci, rinesci”, sintetizza invece lo spirito migrante di chi lasciava il paese in cerca di una nuova vita. In America, Antonino divenne “Tony Ortolano”: un nome inciso sulla lapide del cimitero di Pensacola. Tradussero Antonino in Tony, mentre modificarono il cognome due volte: prima in Ultulano, poi in Ortolano, forma intermedia tra quella dialettale e l’attuale Ortolani.
Il salato: memoria di un rito collettivo tra pesce e sale
Aci Trezza, borgo marinaro affacciato sullo Ionio, ha da sempre vissuto di pesca, un’attività che ha plasmato non solo l’economia locale ma anche l’identità della comunità. Ogni aspetto della vita ruotava intorno al mare, dalla cattura alla vendita del pescato, passando per la sua conservazione attraverso la salatura. Quest’ultima, in particolare la produzione dell’acciuga salata, rappresentava una tradizione profondamente radicata, coinvolgendo intere famiglie come quella materna dell’ingegnere Nino Ortolani.
Le giornate dedicate al “salato” erano momenti collettivi di grande partecipazione. L’arrivo del sale al porticciolo era un evento atteso: un peschereccio attraccava carico, e Bastiano, il banditore, percorreva le vie con un tamburo per annunciare l’opportunità d’acquisto. Le famiglie si affrettavano a comprare il sale necessario per la conservazione del pesce. Donne e uomini lavoravano intensamente, riunendosi per scapuzzare il pesce, cioè privarlo della testa, e sistemarlo nei “cugnetti” di legno, pressati con massi per produrre l’angiova salata, poi venduta in tutta la Sicilia. Il lavoro, iniziato all’alba, terminava a mezzogiorno, e un ricordo curioso è la possibilità di acquistare “neve” in negozio per rinfrescare le lavoranti.
Sul versante paterno, la vocazione marinara si declinava diversamente. Il nonno Antonino e i suoi familiari erano naviganti che passavano mesi in mare aperto, spesso lontani per lunghi viaggi internazionali, riportando oggetti esotici dalla Cina e altri paesi. Questi marinai godevano di una posizione sociale più elevata rispetto ai pescatori e potevano permettersi investimenti immobiliari, come fece la nonna paterna dell’ingegnere. Così, il mare rappresentava al contempo fatica e sussistenza, ma anche orizzonte e riscatto, un elemento che attraversava famiglie e comunità, definendo l’anima di Aci Trezza con i suoi suoni, odori e storie profonde.
Aci Trezza / Nino Ortolani: la nascita del Museo Casa del Nespolo
Nel 1999, l’ingegnere Nino Ortolani propose all’amministrazione comunale di Aci Trezza un’idea destinata a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva del borgo marinaro. La casa di famiglia, che un tempo ospitava la falegnameria del padre, non poteva essere demolita e ricostruita a causa di vincoli urbanistici. Così nacque la proposta: trasformarla in un luogo di cultura: il Museo Casa del Nespolo“. L’amministrazione accolse con favore la proposta e, durante l’estate di quell’anno, eseguì lavori di adeguamento filologico: rifacendo il tetto e sistemando lo smaltimento delle acque, progettò tutto per restituire l’atmosfera dell’Ottocento siciliano.
Dedicarono le due stanze principali rispettivamente alla memoria cinematografica di Visconti e all’universo narrativo dei Malavoglia. L’iniziativa suscitò anche qualche perplessità. Alcuni abitanti del luogo contestarono la scelta dell’edificio, ritenendo che non corrispondesse con precisione alle descrizioni verghiane. In realtà, come ricorda l’ingegnere Ortolani, Verga mescolò liberamente luoghi reali e finzione narrativa, reinventando Aci Trezza a fini letterari. Per questo motivo, più che un’esatta ricostruzione geografica, il museo rappresenta una restituzione simbolica e culturale dell’immaginario verghiano.
Aci Trezza / Il lascito di Nino Ortolani
Il lascito di Nino Ortolani è un esempio prezioso. Dimostra come la passione e l’impegno di una sola persona possano valorizzare la memoria storica e culturale di una comunità, come quella di Aci Trezza. Grazie alla sua iniziativa, la Casa del Nespolo non è solo un museo. È un luogo vivo che conserva e trasmette tradizioni, vita quotidiana e identità di Aci Trezza. Fa da ponte tra passato e presente. Ortolani ha creato un’eredità culturale che va oltre il semplice recupero di un edificio. È un invito a non dimenticare le radici, a conoscere la vera storia del borgo e a custodire la memoria collettiva di Aci Trezza per le generazioni future.
Giorgia Fichera
