In una società tendenzialmente, e desolatamente, votata all’omologazione culturale, si staglia ancora la forza della parola. Scrigno dell’esatta espressione del pensiero. Ricognitiva della dimensione teologica, in ragione della natura divina del Verbo. E della dimensione antropologica, in ragione della natura umana del Cristo. Perciò ogni qualvolta la parola detta promana dalla Parola, riporta il nostro dire alla volontà di Dio.
Eppure l’uso della parola, e di molte parole, si rivela sempre più manipolato e distorto; svuotato e alienato persino da ogni accezione originaria. Si attualizza così il brocardo di Bernardo di Cluny, adottato da Umberto Eco pure a chiosa del suo libro più noto: Stat rosa pristina nomine, nuda nomina tenemus. (La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi).
Per questo va oggi riscoperto e riaffermato il significato di alcune parole essenziali per la nostra stessa identità, individuale e comunitaria. Ce ne fornisce il destro la ricorrenza dei 25 anni dalla pubblicazione del mirabile testo di San Giovanni Paolo II, Memoria e Identità. Accolto pure da perplessità appena sussurrate, coltri permeabili di malcelate polemiche; proprio per le quali, forse, è stato progressivamente, e colpevolmente, consegnato all’oblio. Da cui andrebbe riesumato. Ancor più quando il ricorso appropriato ad alcune parole, nella corretta valenza suggerita dalla riflessione della Dottrina Sociale della Chiesa, si erge come l’estremo baluardo contro la mistificazione che ne fa scempio. E, si badi bene, da più parti.
Uso della parola / Patria e nazione
Precisazioni ineludibili, non da opporre come argine alla crescita di una società multietnica. Ma perché esse possano ancora assolvere al ruolo di custodia dei preziosi retaggi degli avi. Quelli per cui noi siamo e, con le parole, appunto, ci definiamo. E senza le quali, non si potrebbe evolvere alcuna forma di società, tout court. Né dare vita a forme di collaborazione o integrazione tra Stati, che nell’incontro di culture diverse, abbiano concrete possibilità di durare e prosperare nel tempo, vincendo conflittualità ataviche.
Conflittualità che non possono certo essere superate nel miraggio o peggio nell’imposizione di un’unica patria, cultura e nazione. Indi nessuna remora a preservare il senso e coltivare il ricorso alle parole patria e nazione. E a custodirle nella continuità di una tradizione che affonda le proprie radici sin dalla Bibbia.
La patria
Nella visione biblica la patria non è solo il luogo fisico di nascita e del vissuto degli avi. Ma la sede di una memoria nella quale essi ci hanno garantito un patrimonio di valori, arricchitosi nei secoli. Patrimonio di cui riconoscersi beneficiari responsabili, per trasmetterlo ai posteri (Deut. 30,5). Testimonianza di fede che interroga i figli (ns. articolo del 30 giugno Il Dio dei nostri padri).
Sotto questo profilo il precetto di onorare il padre e la madre, la quarta parola di Dio, assume anche una connotazione sociologica, nella misura in cui ci impone il rispetto verso questo lascito parentale. Il suo vilipendio o la semplice noncuranza o la sua rimozione, equivalgono a una mancata risposta a una comune vocazione identitaria voluta dal Signore (Deut. 5,16). D’altra parte l’esempio della vita dei patriarchi a cui la Parola ci indirizza (Eb.11,16), ci indica l’aspirazione a una destinazione celeste per la quale, non a caso, e non solo in quel passo, è ancora utilizzata la parola patria. Segno di una relazione genitoriale che rimanda al Padre.
La Nazione
Alla patria è correlata la nazione, collettività forgiata dalla convinta condivisione di una comune appartenenza per identità di cultura, lingua, tradizioni e, spesso, di fede religiosa. Ben più risalente rispetto allo Stato, la cui configurazione risponde invece a logiche politiche, la nazione è la comunità in cui la Storia riassume quella di ogni individuo e di ogni famiglia.
Promanante dal rapporto di un popolo con le sue radici, e così volta ad intra e non versus extra, la nazione non possiede alcun connotato antagonistico e men che meno bellicista. Non a caso Società delle nazioni e poi O.N.U., massimi organi mondiali a tutela della pace, hanno adottato nella loro denominazione il valore identitario della nazione, e non dello Stato. Anzi sono spesso le nazioni a subire gli effetti devastanti di guerre insorte tra Stati e concluse con la loro dispersione a cavallo di confini che ignorano storiche stanzialità, se non con la diaspora o l’annientamento totale. La tutela delle nazioni è al contempo la tutela della pace.

E poi, al cospetto del Signore si prostreranno tutte le nazioni della terra, nella loro molteplice e non abiurata, differente origine e identità (Ap.15, 4), accomunati per fede e non dagli Stati. Indi, se non può esistere in sé una escatologia della nazione, essendo essa preordinata a ogni singolo individuo, pur non di meno ha un suo riflesso nella storia stessa delle nazioni. Perciò è agevole riscontrare nelle Sacre Scritture un’autentica teologia della nazione; chiave di lettura da meditare, custodire e trasferire ai nostri discendenti. Infatti se ciò valeva in prima istanza per Israele, esteso poi a tutto il popolo di Dio, è ora destinato a ogni comunità umana.
Non sorprenda che se la patria, riferendosi alla paternità, abbia connotazione maschile, la nazione, riferendosi alla nascita, rivela derivazione femminile. In una complementarietà che ripropone la dualità della creazione. Così il patriottismo, inteso come giusto rapporto di una nazione con la propria storia e identità, in quanto riconosciute degne di custodia, si evolve nel rispetto della similare pari dignità delle altre nazioni. In realtà, quindi, esso è il più efficace antidoto al nazionalismo, volto invece a chiusure egoistiche, se non a prevaricazioni. Spesso ispirate da speculazioni filosofiche perniciose, foriere di conflitti irrisolti e reiterati nel tempo.
In definitiva non esitiamo a declinare tali parole nel loro riferimento alla Parola. Con proprietà di linguaggio ma anche, e soprattutto, con la libertà di pensiero, e di parola, che esprimono.
Giuseppe Longo
