Domenica 3 agosto, la Diocesi di Noto celebrava con grande solennità la festa di Maria SS.ma Scala del Paradiso, patrona principale della Diocesi e proprio in quel giorno monsignor Giuseppe Malandrino, vescovo emerito della Diocesi ha salito i pioli di quella Scala offerta dalla Madre e ha raggiunto la meta e il fine ultimo di ogni cristiano.
Era nato a Pachino (SR) il 12 luglio 1931, dopo aver iniziato il percorso formativo verso il sacerdozio nel Seminario diocesano di Noto, il vescovo, mons. Angelo Calabretta, lo inviò a Roma, alunno del Seminario Romano e della Pontificia Università Lateranense, dove consegui il dottorato in Teologia dogmatica.
Ordinato sacerdote il 19 marzo 1955 (70 anni fa), ricoprì diversi ministeri nella diocesi netina: professore in seminario, preside dell’Istituto teologico diocesano, prevosto-parroco di San Giorgio a Modica, rettore del Seminario. 
Il 30 novembre 1979 fu nominato vescovo di Acireale. Ricevette l’ordinazione episcopale il 24 gennaio 1980 a San Giorgio a Modica e il 26 febbraio 1980 prese possesso della Diocesi che resse per ben 18 anni, fino al 19 giugno 1998 quando fu trasferito a Noto.
Il 16 luglio del 2007 il Santo Padre Benedetto XVI accetta, per raggiunti limiti di età, la sua rinuncia a vescovo di Noto. E torna ad Acireale, presso l’OASI “Maria SS.ma Assunta” di Aci Sant’Antonio dove ha concluso la sua vita.
Aspetti poliedrici di monsignor Malandrino
Tra i poliedrici aspetti di monsignor Malandrino vorrei evidenziarne alcuni che da sempre mi hanno positivamente colpito.
Innanzitutto, la sua fede, limpida e cristallina, a Cristo e alla Chiesa. Accostandolo si intuiva facilmente di trovarsi dinanzi ad un credente sincero e schietto. Questa fede l’ha tradotta in uno zelo pastorale instancabile. Diremmo che si faceva fatica a stargli dietro.
La sua parola, forte ed incisiva, vibrava per Cristo. Le sue lunghe omelie, dal linguaggio semplice (per essere più comprensibile non esitava a ricorre alla lingua dialettale) ma profondo, destavano in quanti lo ascoltavano una grande attenzione.
L’amore e l’attenzione verso il presbiterio, lo traduceva in una vicinanza affettiva unica. Nessuno di noi, ammalato o colpito da un lutto familiare, può dire di non aversi visto accanto, con paterno affetto, il vescovo. Ha curato la formazione spirituale e culturale del clero, sempre presente agli incontri di presbiterio.
L’OASI e il Seminario hanno beneficiato della sua particolare cura e attenzione, con una presenza costante. Al Seminario devolveva le offerte ricevute durante le varie celebrazioni in diocesi e tutto quello che in cibarie e dolci veniva lui fatto dono. Non esitava, se era il caso, a “mettere le mani in tasca” per aiutare i preti studenti nel corso dei loro studi o qualche sacerdote in difficoltà.
Monsignor Malandrino e le iniziative caritatevoli
L’attenzione al mondo dei poveri e delle molteplici dimensioni della carità, lo portarono a realizzare a Randazzo la casa di recupero per ex tossicodipendenti. A Mangano – in collaborazione con i Camilliani – la prima casa dell’Italia meridionale per malati di AIDS: la tenda di San Camillo. Tante volte, rientrando a casa la sera, dopo aver girato per la Diocesi, si fermava a Mangano per una visita, per una frugale cena e per lasciare qualcosa.
La promozione del laicato fu una costante del suo episcopato. Figlio autentico del Concilio Ecumenico Vaticano II (oggi tato disertato e dimenticato!), si adoperò perché nascesse la Consulta delle aggregazioni laicali. Curò e promosse in maniera particolare l’Azione Cattolica e si aprì a quei Gruppi e Movimenti che operavano nella Chiesa.
Gli annuali Convegni Pastorali Diocesani, le continue esortazioni, la visita nelle comunità parrocchiali, miravano a questa promozione dei laici. Che auspicava fossero attivi, fattivi, intelligenti e collaborativi in forza del Battesimo che accomunava tutti nella molteplicità di carismi e dei ministeri di ciascuno.
Amico di tutti e ostaggio di nessuno, fu sempre pronto a collaborare con le pubbliche istituzioni. Ma pronto ad alzare la voce energicamente quando vedeva calpestati i diritti umani, dei poveri soprattutto.
“Dei Verbum audiens” il suo motto episcopale
Qualcuno direbbe un vescovo di altri tempi. No! Solamente un vescovo che aveva fatto sue le parole dell’incipit della Costituzione Gadium et Spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. E queste si è sforzato di tradurre nel quotidiano.
Da figlio del Concilio vaticano II, che aveva visto celebrare e attuare, non esitò a scegliere come motto episcopale l’incipit della Costituzione sulla Parola di Dio: Dei Verbum audiens. In ascolto di quella Parola, l’unica di vita eterna, ha esercitato il santo ministero “lode di Dio e per il bene della santa Chiesa”.
Grazie padre-vescovo per la sua lunga vita interamente donata a Cristo e alla sua chiesa; grazie per la sua esemplare testimonianza. Grazie per l’affetto con cui ci ha circondati. Salga, sorretto da Maria, madre e fiducia nostra come ha imparato a onorarla sin dagli anni del Seminario, la scala verso il Paradiso, goda del premio riservato ai servi buoni e fedeli. Ogni tanto si affacci da cielo, ci guardi e ci benedica, ne abbiamo bisogno.
A-Dio, eccellenza reverendissima e carissima.
Don Roberto Strano
