Uscire dalle tenebre, fugarne le ombre, cercare quel raggio luminoso – fisico ma soprattutto intellettuale – che per Dante è “letizia che trascende ogni dolzore”.
Di questa visione – illustra una nota stampa – si nutre il concerto Aspettando la divina Luce, titolo del solenne appuntamento sinfonico-corale che, il 7 e 8 febbraio al Teatro Massimo, vedrà protagonisti l’Orchestra e il Coro del Teatro Massimo Bellini, impegnati in un programma che accosta due vertici assoluti della storia della musica.
In sequenza verranno infatti eseguiti il “Magnificat” in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach, pagina monumentale del repertorio sacro barocco per soli, coro e orchestra. E la Sinfonia n. 41 in do maggiore K 551 “Jupiter” di Wolfgang Amadeus Mozart, ultima e più alta sintesi del suo pensiero sinfonico.

Sul podio la direttrice d’orchestra Jera Petriček, alla guida di un ampio organico che include il Coro del Teatro Massimo Bellini, preparato dal maestro Luigi Petrozziello. E un prestigioso quartetto vocale composto da Alina Tkachuk e Ylenia Iasalvatore (soprani), Polina Shamaeva (contralto), Christian Collia (tenore) e Ugo Guagliardo (basso).
La luce, tema prescelto, è un’esperienza primaria e universale: segno della nascita e del mattino, strumento di orientamento, ciò che restituisce forma e rassicura quando il buio si ritira. Prima ancora che concetto filosofico o religioso, è un fatto umano. Forse per questo, da sempre, all’uomo è parso naturale affidarle il compito di dare senso alle cose. Per chi crede è rivelazione divina, per chi cerca è chiarezza della mente, ordine che si ricompone.
Cultrera di Montesano: “La luce si percepisce nei suoni”
Come sottolinea il sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano: “Cambiano i linguaggi e le epoche, ma resta intatta l’esigenza di attribuire significato alla bellezza e all’esistenza. Nessuna arte è allora più affine alla luce della musica, l’unica capace di trasformare un’idea in esperienza viva. La luce dei suoni non si vede. Ma si percepisce con assoluta evidenza nei timbri che si aprono, nelle armonie che si rischiarano, nei momenti in cui il caos trova improvvisamente ordine. Ogni grande pagina musicale è così un atto di luce.
E tra il sacro ufficio bachiano e l’Olimpo mozartiano, questo programma si configura come un pellegrinaggio spirituale ma anche laico verso la chiarezza. Ricordandoci che la luce non è altrove, ma vive nell’armonia stessa, unica e possibile patria dell’uomo.”
In questo orizzonte si impone Johann Sebastian Bach, sovrano della musica barocca, nella cui opera la luce è architettura spirituale e ordine trascendente. Nel “Magnificat” in re maggiore BWV 243, una delle vette della musica sacra, questa luce assume forma compiuta. Bach ne realizzò due versioni: la prima in mi bemolle maggiore (1723), con interpolazioni natalizie. La definitiva in re maggiore, eseguita a Lipsia nel 1733 per la festa della Visitazione. La tonalità di Re, associata retoricamente alla gloria e alla regalità divina, non è scelta neutra, ma sostanziale.
“Aspettando la divina luce” / Il Magnificat di Bach
Il “Magnificat” si articola in dodici numeri disposti con rigorosa simmetria rituale. Il coro iniziale, “Magnificat anima mea Dominum”, è una vera cattedrale sonora dominata da trombe e timpani. Al centro esatto dell’opera si colloca il duetto “Et misericordia”, dove la luce si fa intima e compassionevole. Da qui si sviluppa un arco che conduce alla glorificazione finale. Nel “Suscepit Israel”, su melodia gregoriana, Bach unisce tradizione antica e presente luterano, preludio alla fuga “Sicut locutus est”. Nel “Gloria Patri”, il ritorno tematico al principio su “Sicut erat in principio” suggella l’opera con un gesto di perfetta coerenza architettonica.
“Aspettando la divina luce” / La sinfonia “Jupiter” di Mozart
Con Wolfgang Amadeus Mozart la luce cambia prospettiva. Non più quella filtrata dalle vetrate di una cattedrale, ma una luce zenitale che illumina la ragione umana. La Sinfonia n. 41 in Do maggiore K 551, detta “Jupiter”, rappresenta l’apoteosi di questa nuova luce. Composta a Vienna nel 1788, conclude il trittico sinfonico finale di Mozart. Il soprannome, non autentico ma storicamente radicato, allude alla perfezione sovrumana dell’ingegno.
Il Do maggiore, tonalità della “luce bianca”, diventa lo spazio di una sintesi suprema. Nel primo movimento, Allegro vivace, fanfare eroiche convivono con una cantabilità flessuosa e inattese incursioni di stile buffo. L’Andante cantabile alterna introspezione e tensione drammatica; il Menuetto fonde grazia danzante e rigore formale.
Ma è nel Molto allegro finale che la luce si compie: su un tema di quattro note derivato dall’inno gregoriano “Lucis creator optime”, Mozart costruisce un vertiginoso contrappunto quintuplo, sintesi perfetta di ordine, gioia e ragione.
Così, se Bach edifica la cattedrale del divino, Mozart ne trasporta l’infinito nella mente umana.
