C’è un sentimento dominante, un comportamento prevalente che sta caratterizzando il nostro tempo: l’incertezza. Una sensazione che cresce ogni giorno nell’intensità del quotidiano che scorre come un torrente in piena. Qualcuno già percepisce i sintomi di un nascente senso di paura.
Certamente l’incertezza fomenta la paura. E in questo “clima” lo stato d’animo non assicura sonni tranquilli. Il panorama ci propone, con ritmi serrati, una guerra aperta tra i poteri. Che va intensificandosi oscurando ogni desiderio di convivenza pacifica.
Non ha più considerazione la “vita” come bene che appartiene a tutti. Gli emarginati di sempre crescono paurosamente di numero e il loro grido disperato viene soffocato.
Ogni idea di democrazia viene apertamente condannata come pericolosa nemica di un ordine sociale garantito soltanto da ogni forma di un potere assoluto. E il potere assoluto si rivela sempre più cieco, incontestabile, avido e imprevedibile.
In questo contesto si ingigantisce la grande incertezza. Che, come l’ombra di una nuvola nera, copre minacciosa i nostri giorni.
Anche l’onda del Carnevale sembra non coinvolgere più le nostre antiche abitudini. È più uno spettacolo che un gaudio collettivo il Carnevale. Si preferisce guardarlo a distanza più che celebrarlo attivamente.
C’è una figura storica di alto prestigio che ci torna utile in questa considerazione.
Abbiamo incontrato nel nostro itinerario scolastico Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico che segnò fortemente l’avvento del meraviglioso periodo dell’Umanesimo e l’apertura al Rinascimento. Abbiamo conosciuto la sua storia a Firenze provata dalla congiura dei Pazzi che causò la morte del suo amatissimo fratello Giuliano nel Duomo di Firenze nel giorno di Pasqua del 1478. Lorenzo seppe, tuttavia, unire all’impegno per la reggenza di Firenze, un forte programma di mecenatismo favorendo artisti, poeti e pensatori. Anche perché provò a proporre una sua produzione letteraria.
Lo ricordiamo appunto nella celebrazione del Carnevale del 1490 a Firenze quando compose, tra i “canti carnascialeschi”, l’opera il “Trionfo di Bacco e Arianna”.
Bacco ed Arianna aprono un festoso corteo accompagnati da personaggi mitologici e da satiri e ninfe. È chiaro l’invito a godere della vita e a vivere l’amore, evitando in tutti i modi di sprecare il tempo che “fugge”. La composizione si apre con questi versi:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Torna con tanta insistenza, a conclusione di ogni strofa, quell’affermazione “di doman non c’è certezza”. Nel contesto della composizione questo punto di vista serve a spingere a tuffarsi nei piaceri terreni e a orientarsi ai godimenti della vita.
Tornado al nostro contesto del nostro momento storico, la nostra grande incertezza del domani ci spinge, invece, al pessimismo. Ci scoraggia, ci deprime.
Per analogia, mi collego al film di Paolo Sorrentino “La grande bellezza”. Qui il regista ci trascina nel contrasto tra l’immensa bellezza di una città e della sua storia con la vuota superficialità della gente che ci vive dentro. Significativa l’affermazione finale del protagonista: “Lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile: tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo”.
Nel finale del film il protagonista riscopre la necessità del ritorno alle origini e la voglia di tornare a scrivere per dare un significato e una prospettiva alla propria vita.
Vorrei tanto trovare uno spiraglio per la nostra grande incertezza: tornare a pensare. Per liberare un “pensiero” diverso. Per ricostruire idee che mettano le ali ai valori esistenziali.
E continuare a credere che la “bellezza” ci salverà.
Antonino Leotta
