La ricerca della conoscenza caratterizza l’umanità fin dall’alba dei tempi, ben prima che nascessero le strutture della burocrazia. Essa ci distingue dal resto del creato e ci permette di progredire come specie. Fin da quando i nostri antenati hanno alzato lo sguardo al cielo, abbiamo imparato a conoscere il mondo passo dopo passo. È stato proprio il desiderio profondo di capire il “come” e il “perché” delle cose il vero motore dell’evoluzione umana. Abbiamo trasformato la paura dell’ignoto in una spinta verso la scoperta.
Proprio questa tensione ha dato vita alla filosofia, all’arte, alla scienza, tutti tentativi di dare un ordine, un senso al caos dell’universo. Aristotele con “non si raggiunge mai la verità totale, né si è mai completamente lontani da essa” ci ricorda che la conoscenza non ha come fine ultimo il raggiungimento di un traguardo definitivo. Ma, al contrario, è proprio il percorso con umiltà e costanza (mattone dopo mattone) a dar una visione più accurata della realtà.
Oltre la burocrazia / La ricerca della conoscenza come linfa vitale della crescita
Eppure, questa straordinaria avventura non esiste solo in quanto processo collettivo, ma è anche un percorso individuale vissuto nel profondo da ognuno di noi. Difatti, l’apprendimento è la linfa vitale che alimenta la nostra quotidianità e la nostra crescita personale. Risulta necessario per coltivare nuovi hobby e passioni, per soddisfare le proprie curiosità (mentalmente agili e aperti al cambiamento), per raggiungere obiettivi lavorativi e a realizzare le proprie ambizioni. Conoscere significa rifiutare la staticità delle cose, riconoscere che non siamo completi e scegliere, giorno dopo giorno, di investire su noi stessi.
Il paradosso moderno tra titoli di studio e analfabetismo funzionale
Spesso si guarda all’istruzione soltanto in vista di un inserimento lavorativo ci si limita a ottenere una qualifica per poi ritornare alle proprie consuetudini.
Questo approccio utilitaristico ci ha portati di fronte a un paradosso: abbiamo il più alto tasso di laureati di sempre e, al tempo stesso, il più alto tasso d’analfabeti funzionali di sempre (quasi un adulto italiano su tre tra i 16 e i 65 anni). Siamo una società che colleziona titoli di studio ma che dal punto di vista culturale rimane fragile, incapace di decodificare la complessità del presente.
Ciò avviene perché il titolo di studio si è trasformato progressivamente in un requisito minimo o in un adempimento burocratico, qualcosa che si consegue quasi per inerzia sociale e in assenza di un reale interesse intellettuale. In questo scenario si delineano due binari distinti. Da un lato i percorsi di specializzazione tecnica e professionale, offrendo una risposta “immediata” a chi desidera inserirsi rapidamente nel mercato del lavoro. Dall’altro, per chi sceglie una formazione più classica e accademica, il focus si è spostato dalla pura acquisizione delle nozioni tecniche (non più sufficienti) a un ruolo più determinante delle competenze linguistiche, trasversali e le cosiddette “soft skills”.
Le competenze trasversali come nutrimento del sapere
Il sapere viene inteso non più come un bagaglio statico ma come un organismo vivente che deve essere alimentato. Il suo nutrimento oggi è rappresentato dalla capacità di problem solving, dal saper lavorare in team, dal saper comunicare. Non più semplici capacità accessorie da inserire in un curriculum vitae ma organi vitali di questo organismo al fine di rendere la conoscenza dinamica ed interconnessa. Inoltre, a complicare questo percorso si aggiunge l’IA, poiché molte persone hanno paura di non farcela o di essere sostituite. Questa paura spinge molti giovani a rifugiarsi in settori “a prova di IA” a scapito delle proprie passioni.
C’è bisogno di educare alla ricerca della conoscenza: quel che si studierà o si farà per tutta la vita non andrebbe scelto per burocrazia e puro calcolo del momento. Tra l’altro, fatto da giovani e ogni volta basato su futurismi che spesso si rivelano sbagliati. Investire su una professione oggi considerata “sicura” in un mondo che cambia ad una velocità esponenziale non va bene. Perché ciò che può essere utile oggi potrebbe essere obsoleto domani.
Il lifelong learning
Una soluzione che spesso si propone è il “lifelong learning” (l’apprendimento permanente). E il miglior modo per farlo è trovare qualcosa che appassioni l’individuo. Solo ciò che ci affascina ci spinge alla ricerca della conoscenza anche quando non siamo obbligati a farlo, trasformando un adempimento alla burocrazia nel piacere della scoperta. Citando Papa Francesco: “Ricercate in tutto la verità, senza lasciarvi condizionare dalle mode del momento o dal pensare comune”.
Nadia Striano
