Riflessione / Pira, Il volto smarrito nell’era dei selfie e dell’identità digitale

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Pira selfie identità digitale

Condividiamo la profonda riflessione del professore Francesco Pira sulla percezione del sé e l’identità nell’era digitale, attraverso l’analisi del fenomeno globale dei selfie e l’uso pervasivo dei filtri tra i più giovani. Pira esplora quello che definisce il “consumismo dei corpi”, un processo in cui il selfie viene continuamente ottimizzato a scapito dell’autenticità. Richiamando i recenti e lucidi moniti del Pontefice sulla ricerca della vera gioia oltre gli schermi, l’articolo lancia una sfida cruciale per il futuro. Avviare una nuova alfabetizzazione affettiva e digitale è capace di insegnare alle giovani generazioni a riscoprire il valore del proprio volto e della propria unicità, senza il bisogno di filtri.

Pira e identità digitale / Cos’è un selfie

Scattarsi un selfie è diventato uno dei gesti più ordinari del nostro tempo. Lo facciamo quasi senza pensarci: per fissare un momento, per raccontarci, per condividere una presenza. Eppure quel gesto, apparentemente semplice e innocuo, dice molto della cultura in cui viviamo. Dice del bisogno di essere visti, riconosciuti, confermati. Dice della centralità dell’immagine nella costruzione dell’identità. E dice anche del rischio, sempre più concreto, che il rapporto con il proprio corpo e con il proprio volto si sposti da una dimensione vissuta a una dimensione filtrata, esibita, corretta, consumata.

Pira / Giornata del selfie

È degna di attenzione la Giornata del selfie. Si è celebrata il 21 giugno e “SkyTg24” l’ha ricordato con un articolo dal titolo “Giornata del selfie, un uso eccessivo di Instagram potrebbe portare a non riconoscersi più”. Porta in primo piano una questione che va ben oltre la leggerezza dell’autoscatto. L’articolo osserva che oggi il selfie è diventato “non solo un modo per condividere un momento, ma un vero linguaggio della cultura digitale, in cui identità e immagine personale si costruiscono sempre più online”.

Nel panorama digitale attuale, come ricorda “SkyTg24”, i social media sono parte integrante della vita quotidiana ed “è sempre più diffuso l’utilizzo di filtri social tra gli adolescenti”. Il dato riportato dal Dossier elaborato da Save the Children su base ISTAT è significativo: nel 2022 “circa il 74% dei ragazzi e l’84% delle ragazze di 15 anni possedeva un account social”. L’articolo aggiunge che l’ascesa delle piattaforme centrate sull’immagine “ha favorito la diffusione di filtri e strumenti di fotoritocco che, pur avendo una funzione creativa, possono contribuire a confondere realtà e rappresentazione idealizzata”. Il punto è proprio questo: il problema non è la creatività in sé, ma il momento in cui la rappresentazione perfezionata diventa il parametro con cui misuriamo il nostro valore e il nostro corpo.

Pira/ Selfie e erosione digitale dell’identità corporea

Molto interessante è il riferimento al recente studio pubblicato su Computers in Human Behavior, coordinato da Giuseppe Riva. Secondo quanto riporta “SkyTg24”, il lavoro “solleva l’ipotesi dell’erosione digitale dell’identità corporea”. Anni di esposizione a selfie, volti filtrati e immagini digitali del sé potrebbero condurre al rischio di “perdere la capacità di riconoscere ciò che ci rende unici, il nostro vero volto”. Purtroppo non si tratta soltanto di sentirsi inadeguati rispetto a un modello estetico, ma di incrinare il senso di appartenenza al proprio corpo.

L’articolo spiega molto bene che il corpo “non è infatti soltanto un’immagine da guardare”. Ogni giorno il cervello integra costantemente segnali interni ed esterni e, da questa complessa elaborazione, nasce una certezza decisiva. Ovvero quella che quel volto e quel corpo siano i nostri. Eppure, nei test condotti dal team, è emerso “per la prima volta una sorta di ‘effetto dose’. Al crescere degli anni d’uso di Instagram, sale la probabilità che i partecipanti percepiscano come proprio il volto dello sconosciuto”. È un dato che colpisce, perché suggerisce che l’abitudine prolungata a vivere il sé come immagine modificabile possa produrre una nuova fragilità percettiva e identitaria.

Pira / I selfie e il consumismo dei corpi

pira selfie consumismo corpiQuesto fenomeno si inserisce pienamente in ciò che da tempo definisco, nelle mie ricerche, consumismo dei corpi. I corpi, soprattutto quelli dei più giovani, sono sempre più esposti a logiche di mercato simbolico: devono piacere, performare, essere desiderabili, correggibili, aggiornabili. L’immagine del sé non viene solo mostrata, ma continuamente ottimizzata. In questo processo, le nuove tecnologie e, oggi, anche l’intelligenza artificiale hanno amplificato enormemente la possibilità di intervenire sul volto, sulla pelle, sui lineamenti, sulla percezione complessiva di sé. Il rischio è che il corpo venga percepito come prodotto.

Non è un caso che questo tempo sia segnato da nuove vulnerabilità. Dipendenza dall’approvazione visiva, ansia da esposizione, confronto permanente, bisogno di validazione, disturbi dell’immagine corporea. Tutto questo può sfociare in derive molto serie, soprattutto quando si intreccia con l’adolescenza, fase delicatissima della crescita personale. Il problema, dunque, non è demonizzare i selfie o i social. Ma capire che cosa accade quando la relazione con il proprio volto viene mediata quasi esclusivamente da schermi, filtri e algoritmi.

Il richiamo del Pontefice alla gioia reale

In questo senso risultano molto significative anche le recenti parole di papa Leone XIV. Nel videomessaggio per il 50.mo anniversario delle Steubenville Summer Youth Conferences ha ricordato che la gioia vera “non può essere trovata attraverso dispositivi elettronici, trascorrendo ore davanti a uno schermo o scrollando ogni giorno all’infinito nei social media”. Anzi, ha aggiunto, queste attività “fanno sprecare tempo prezioso”. Il Papa osserva inoltre che la gioia “non va mai ricercata attraverso l’uso di droga, l’abuso di alcol, la promiscuità, le relazioni superficiali, l’ossessione per la nostra immagine o qualsiasi altro tipo di comportamento dannoso”. E ancora, con una riflessione sorprendentemente nitida per il nostro tempo, afferma che non può essere trovata “nemmeno in beni come la ricchezza, la bellezza e la fama”.

Le parole del Santo Padre colgono con grande chiarezza una delle questioni più profonde del nostro tempo. L’ossessione per la propria immagine non è soltanto una questione estetica: è un sintomo culturale. Rivela una fatica più profonda nel riconoscere il proprio valore al di fuori dello sguardo degli altri, dei like, delle metriche della visibilità. È per questo che educare all’uso delle tecnologie oggi significa anche educare a un nuovo rapporto con il corpo, con il limite, con la verità di sé.

Verso un’alfabetizzazione affettiva e digitale

La strada, allora, non è il rifiuto della tecnica, ma una nuova alfabetizzazione affettiva e digitale. Servono famiglie presenti, scuole capaci di leggere questi fenomeni, adulti in grado di accompagnare senza giudicare. Ma anche politiche educative che aiutino i ragazzi a distinguere tra autorappresentazione e alienazione dell’immagine. E serve restituire ai più giovani il senso di un corpo che non sia solo da mostrare, ma da abitare.

La vera sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: usare le tecnologie senza lasciare che siano loro a dirci chi siamo. Perché il futuro sarà umano soltanto se sapremo insegnare ai ragazzi che il loro volto non ha bisogno di filtri per avere valore. Anche nell’epoca degli schermi resta vero ciò che Antoine de Saint-Exupéry ci ha insegnato: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. E il compito dell’educazione è proprio aiutare a non dimenticarlo.

 

Francesco PiraFrancesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.