Taobuk 2026 / Alfio Bonaccorso racconta Alfio Russo

0
197
Alfio-Bonaccorso-Taobuk-Alfio-Russo
Foto di Cristina Mikhaiel

Alfio Bonaccorso, direttore esecutivo del Taobuk Festival di Taormina, racconta la biografia del leggendario direttore del Corriere della Sera Alfio Russo, tra memoria, innovazione e passaggio del testimone.

C’è un filo sottile ma tenace che unisce il giornalismo del dopoguerra italiano all’epoca dell’intelligenza artificiale. Quel filo porta il nome di Alfio Russo, e a riannodarlo con pazienza e passione è stato Alfio Bonaccorso, direttore esecutivo del festival letterario internazionale Taobuk, con una biografia che già nel titolo rivela un’ambizione: definire Russo un “Gran Siciliano”, calco dichiaratamente dantesco sul “Gran Lombardo” della Commedia, Bartolomeo I della Scala, che ospitò e protesse l’esule Dante.

«È un tributo a chi ha tutelato il talento altrui in una condizione di difficoltà», spiega Bonaccorso. «Russo è stato sempre un promotore di giovani, anche quando questo significava rinnovare un giornale popolato da firme illustri ma anagraficamente datate, il cui linguaggio rischiava di non essere più aderente alla realtà».

Alfio Russo, un uomo tra due mondi

Alfio Russo, direttore del Corriere della Sera negli anni del boom economico, era un uomo di straordinaria imponenza fisica e morale. «Alto un metro e ottanta, vestiva sempre doppio petto. Quella statura era allo stesso tempo fisica e morale», racconta l’autore. Uomo rassicurante per i conservatori che lo misero al comando, Russo fu in realtà un grande innovatore: capace di coniugare tradizione e modernità in un equilibrio raro, tant’è che tre giovani da lui scoperti e coltivati  divennero direttori del Corriere dopo di lui.

Bonaccorso-presentazione-Taobuk26-Russo
Foto di Cristina Mikhaiel

Eppure aveva le sue debolezze. «Era molto fiero», ammette Bonaccorso. Quando si trovò davanti a un cambio di rotta della proprietà, scelse la rottura netta. Una scelta di profonda coerenza, certo. Ma forse una maggiore diplomazia gli avrebbe permesso di continuare a tracciare la storia di quel giornale ancora più a lungo.

Il giornalismo che abbiamo perso

Rileggere Russo significa anche interrogarsi su cosa sia rimasto del giornalismo che egli incarnava. «Quando il Corriere della Sera arrivava nelle case, portava con sé un’istituzione del vivere civile», osserva Bonaccorso. «Oggi l’universo dei media è frammentato, plurale. Rischiamo di perdere l’idea di autorevolezza della fonte, di informazione certificata e verificata.» Una perdita che non riguarda solo i giornalisti, ma la società intera, e che va affrontata a partire dalla scuola e da luoghi di cultura come Taobuk stesso.

Il festival di Taormina come agorà del presente

Il riferimento al festival non è casuale. Taobuk, ideato e diretto artisticamente da Antonella Ferrara a Taormina,  è da anni uno spazio in cui letteratura, scienza arte, cultura, politica e tecnologia si incontrano senza gerarchie predefinite. «Non possiamo più assumere prospettive separate», dice Bonaccorso. «L’ambito scientifico e quello umanistico si intersecano continuamente. Serve un approccio olistico per capire il tempo in cui viviamo.»

In questa edizione, tra i momenti che più hanno colpito il direttore esecutivo c’è stato l’incontro con Valeria Bruni Tedeschi: «In un’epoca di certezze ostentate, lei ha offerto la propria vulnerabilità come strumento di ricerca della verità. È stato straordinario».

Il futuro appartiene ai giovani

Ma la vera scommessa di Taobuk, come quella di Alfio Russo con i suoi giovani redattori, è il passaggio del testimone. Sempre più ragazzi/e delle scuole e delle università ,coinvolti in progetti di lettura, tirocini, internship con atenei stranieri, scelgono di partecipare al festival anche dopo la chiusura dell’anno scolastico, intervistando gli autori, leggendo i loro libri, confrontandosi con coetanei di tutto il mondo.

«Abbiamo oltrepassato un confine – conclude Bonaccorso con evidente soddisfazione. – La cultura non è più percepita come qualcosa di distante o estraneo. È diventata richiesta di un’esperienza condivisa». Esattamente come la insegnava, settant’anni fa, quel Gran Siciliano dal doppio petto e dallo sguardo lungo.

Sveva Adele Scocco