Catania / In Cattedrale dramma musicale sulla traslazione delle reliquie di Sant’Agata

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Dramma in musica su Sant'Agata

La Basilica Cattedrale di Catania è stata lo splendido scenario del dramma in musica “Le labbra rosee apre al sorriso”. Un’opera che pone il focus su  Sant’Agata e  sulla devozione verso di lei: una simbiosi che vive e che  si rinnova nel tempo.
Padre Francesco La Vecchia, Domenicano e direttore della Cappella Musicale Agatina, è stato il “motore” propulsore che ha realizzato  l’avvincente lavoro. Compositore e direttore dell’opera è il prof. Salvatore Riccardo Spoto. Mentre il Coro della Cappella Musicale Agatina e gli attori della Compagnia “Brigata teatrale Melo Minissale” di S.Maria di Licodia, hanno offerto, rispettivamente, il loro contributo corale e coreografico. Il supporto musicale è stato prestato dall’Orchestra sinfonica del Liceo musicale “Angelo Musco” di Catania con la preziosa collaborazione del Teatro Massimo Bellini.Sant'Agata

I brani e le “cantate”  facenti parte del panorama musicale agatino,  scritti a cavallo tra l’800 e il 900 e, quella sera,  magistralmente eseguiti dagli artisti del Coro, portano la firma dei maestri: Michele Giarrusso, Salvatore Nicolosi, Filippo Tarallo e Piero Figura.
ll Giubileo agatino, avviato lo scorso 11 gennaio, è stato lo spunto per generare un evento che, nel proporre un dramma in musica, ha intrecciato teatro e canto in un contesto che rappresenta il cuore pulsante della Città di Catania: la sua Basilica Cattedrale. Tra fede e storia, l’opera proposta ha voluto ripercorrere la vicenda della traslazione delle Sacre Reliquie Agatine.

Le reliquie di Sant’Agata tornano in patria

Una scena del dramma
Una scena del dramma

Esse rimasero lontane dalla Città per 86 anni, allorquando , nel 1040 il generale bizantino Giorgio Maniace, sconfitto dai musulmani, le sottrasse. Per la disfatta subìta, prevenendo una possibile reazione dell’imperatore e per ottenere da quest’ultimo grazie e riconoscimenti, offrì il sacro bottino come trofeo di guerra.

L’articolato palinsesto della serata, si è strutturato basandosi su una fonte primaria e fortemente attendibile dal punto di vista storico: la lettera dell’allora vescovo Maurizio. All’interno del manoscritto, il presule, oltre a scandire i dettagli della consegna delle Reliquie, sottolinea anche la rinascita di Catania sotto l’influsso dei Normanni. Furono proprio essi che la riscattarono dalle dominazioni arabe e bizantine, per riconnetterla all’Occidente latino.

L’anno in cui avvenne il celebre rientro, è certamente il 1126, quando due soldati dell’esercito imperiale, riuscirono a restituire per sempre, l’amata Sant’Agata alla sua Patria. Gisliberto di Provenza e Goselino di Calabria, questi i nomi dei due militari, per ispirazione della stessa martire catanese, ne prelevarono  il  corpo dal tempio dove riposava, a Bisanzio. Dopo un avventuroso viaggio, giunsero ad Aci Castello.

In una calda e ventosa notte d’estate, tra il 16 e il 17 agosto di quell’anno, essi consegnarono le sacre spoglie, appunto, al vescovo Maurizio che lì si trovava a soggiornare. Successivamente,  in devota processione esse vennero accompagnate a Catania per essere accolte  definitivamente sotto le possenti absidi normanne della Cattedrale.

Mons. Scionti: “Il dramma in musica un ponte tra passato e presente”Dramma in musica su Sant'Agata

L’atmosfera suscitata durante la scansione dei vari momenti dell’apprezzato lavoro, ha suscitato grande emozione e gradimento tra gli intervenuti che, numerosi, gremivano il Duomo. Come ha evidenziato mons. Barbaro Scionti, parroco della Cattedrale, “l’opera presentata non vuole essere solo una rievocazione storica. E’ piuttosto un ponte tra passato e presente, ed è  proprio da qui che scaturisce l’attualità della testimonianza di Sant’Agata e dei Santi in generale. Essa realizza quel filo rosso che lega Dio e l’umanità. Quando una comunità prega e si riunisce – prosegue il sacerdote – diventa essa stessa terreno fecondo su cui la Grazia germoglia e porta frutti”. 

Mi piace concludere con un’affermazione del prof. Spoto, autore e regista dell’opera. Quando gli si chiede qual è l’immagine che gli rimane più impressa di Sant’Agata e della sua festa, non ha dubbi. Non senza una lacrima di commozione, asserisce che, sin da piccolo, ne porta nel cuore una in particolare. Il momento, cioè, del passaggio del busto reliquiario tra ali di folla osannante nei giorni 4 e 5 febbraio e di mezz’agosto. Il luccichìo dei gioielli ex-voto che reca la Santa Patrona, nel suo  solenne incedere, da sempre lo coinvolge e lo affascina. Essi sono segno tangibile di una comunità che nella gloriosa  Martire  si riconosce e  le appartiene. Trova con lei quell’unità con Cristo per affrontare con fiducia le difficoltà della vita e superarle. Essere portatori e testimoni di pace stretti in un mistico abbraccio di cui l’arcivescovo mons. Luigi Renna si è fatto promotore ed ispiratore per l’intera famiglia diocesana, è il senso del Giubileo dei 900 anni della traslazione di Sant’ Agata.

                                                                                 Marcello Distefano