Del mitico Bosco di Aci oggi rimane poco o nulla. Anticamente la Sicilia era in buona parte ricoperta di boschi. Tanti racconti, miti, leggende, favole, etichettavano quello che era chiamato Bosco di Aci (di Acireale).
Dopo l’anno 1000 tutta la grande estensione arborea attorno e sulle pendici dell’Etna, venne divisa in diverse giurisdizioni a seconda della vicinanza di alcune importanti città. Nacquero così delle estensioni geografiche boschive tra cui il cosiddetto Bosco di Aci che, grossomodo si estendeva dalla periferia di Catania fino a quella di Mascali. Questi boschi erano rifugio per eremiti, e habitat per cinghiali, daini, lupi, ma anche nascondiglio di banditi.
Le azioni banditesche nel Bosco di Aci, man mano assunsero rilevanza sempre maggiore. A monte di Acireale, nella zona dell’attuale Fleri, (frazione di Zafferana Etnea), passava la Strada Regia che collegava Messina a Catania. Qui avvenivano frequenti agguati a commercianti, sacerdoti e a chiunque si trovasse a transitare. In particolare l’attuale contrada Passo (del) Pomo, in piena Terra di Aci, era tra i luoghi preferiti per le imboscate. Le popolazioni locali vivevano nel terrore delle incursioni dei briganti, che spesso agivano più per necessità di sopravvivenza che per puro crimine.
Il banditismo fioriva nei boschi
Più volte, il Capitano d’Armi acese dovette organizzare squadre per dare la caccia ai banditi. Ne furono presi a decine. Morti o vivi venivano portati in piazza della Matrice in Acireale (attuale Piazza Duomo), sommariamente giudicati e subito decapitati. Le teste, poi, venivano mandate a Palermo. Uno di questi “banditi”, Francesco Ferro, della terra dei Patanei (Aci Platani), ma sposato a Trecastagni, era una specie di Robin Hood del Bosco di Aci: rubava ai ricchi per dare ai poveri. Ovviamente qualcosa la teneva per se e per i suoi accoliti. Nel lato opposto di Sicilia c’era altro Robin Hood-giustiziere: Vincenzo Agnello di Caltavuturo mentre lungo il corso del fiume Alcantara, al confine del territorio di Castiglione di Sicilia, ve n’era un terzo, tale Gian Giorgio Lanza o Lancia.
Il 3 settembre 1659 suo cognato lo tradì. Fu catturato dal Capitano d’Armi di Acireale e, assieme a quattro suoi compagni, fu sommariamente processato e quindi decapitato. E poi, al solito, le teste mandate a Palermo come segno della repressione attuata. Ma il banditismo imperversava ugualmente in tutto il Bosco di Aci. Non eran tutti delinquenti. Molti erano normali cittadini che, non potendo più pagare le enormi tasse cui erano sottoposti, scappavano dai casali per rifugiarsi e nascondersi nel bosco.
Il problema delle tasse non è una cosa che riguarda soltanto noi, adesso, anno 2026. Esiste da tempo immemorabile. Non solamente le teste mozzate ai banditi catturati si mandavano a Palermo. Ogni scusa era buona per effettuare tali spedizioni. Nel 1577, ad esempio, a seguito di una rivolta contro gli spagnoli, 17 cittadini acesi subirono la decapitazione. E, al solito, le teste mandate a Palermo ed esposte al pubblico. Penso ai palermitani di allora, spettatori abituali di queste macabre consegne da tutta la Sicilia.
O forse, nel mio intimo, sto pensando ai miei fratelli acesi e a tutti i siciliani uccisi dal conquistatore spagnolo?
L’urbanizzazione degli ultimi due secoli cancellò in buona parte il Bosco di Aci
Con la scusa del banditismo, iniziò il progressivo disboscamento dell’area per ridurre i nascondigli e, al contempo, creare nuovi terreni coltivabili. Con l’urbanizzazione degli ultimi due secoli, il Bosco di Aci scomparve quasi del tutto. Un tempo, era un ecosistema straordinario, popolato da querce, lecci, roverelle, terebinti (Pistacia terebinthus, volgarmente scornabecco), bagolari, frassini, allori, olivastri e peri selvatici. Oggi ne sopravvivono solo pochi frammenti, come quello in contrada Scacchiere, a Pisano (frazione di Zafferana).
Nel 1329 colate laviche di un’eruzione dell’Etna invasero in parte il Bosco di Aci. La lava, scaturita dal Monte Rosso presso l’attuale abitato di Monterosso (frazione di Aci S. Antonio), si spinse fin nei pressi della frazione Loreto-Balatelle. E a ridosso dell’attuale svincolo autostradale di Acireale, fronti lavici ancora oggi ben distinguibili sul terreno. Era una lava dura e nera, che lasciò, anche nei secoli successivi, poco spazio allo sfruttamento agricolo. Fu chiamata a sciàra nìura. Tuttavia, gli abitanti non si arresero mai e, con il tempo, grazie anche alla diffusione del fico d’India, riuscirono a rendere coltivabili ampie porzioni di terra, oggi trasformate in vigneti e frutteti.
Saro Barbagallo
