IA / In origine fu il Fake World e una generazione che inventò l’identità digitale

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In origine era il fake world, una società digitale costellata di player e role. Non esisteva ancora l’intelligenza artificiale e l’universo che si costruiva era solo frutto di un’intelligenza artistica che non poteva in nessun altro modo essere replicata.

Il pericolo del Millennium Bug era appena stato evitato, la tecnologia ci costringeva a rapportarci con nuovi supporti digitali ed il mondo intorno a noi cambiava con una velocità che non riuscivamo a misurare. In questo contesto appare il primo rudimento di identità digitale.

Quello del fake world è un fenomeno pop, ancora sconosciuto ai più, ma che appartiene alla cultura digitale del nostro Paese. Nato all’ombra dei social nei primi anni del 2000, attraverso un’epopea urbana e digitale il fake world ha insegnato a milioni di giovani italiani ad abitare gli spazi del virtuale, costruendo di fatto le prime identità fittizie di un mondo online che andava via via delineandosi.

E mentre oggi sentiamo parlare di prompt legati alle chat di AI, ci sono intere generazioni che si sentono pioniere di un universo conosciuto già dai primi anni del nuovo millennio e che appare pronto ad approdare al mondo reale solo dopo quasi 30 anni.

I GDR / I giochi di ruolo che hanno cambiato la storia del social network in Italia

Un volto famoso per foto profilo, tra una bionda Morgan e una rossa Sage, protagonisti dal nome inventato, ci si trova a fare i conti con una storia tutta da scrivere giorno per giorno. Basta poco per capire che mentre l’Italia scopre il fascino di facebook è nella zona grigia del feed che si consuma una rivoluzione silenziosa: in maniera insospettabile il primo embrione del fake world nasce in seno ad un fenomeno mondiale, slegandosi perfino dalle idee del creatore del social azzurro per svilupparsi come primordiale forma di vita autoctona, con una sotto società propria, una sua costituzione, una sua dinamica digitale.

I profili fake non sono semplici identità false create per spiare il vicino di casa, ma sono antesignani degli avatar. Come in uno spettacolo teatrale, questi personaggi dalle storie singolari iniziano a disseminarsi tra i numerosi GDR che vengono a galla, dove bravi roler costruiscono storie su storie, in una sorta di danza a due nella quale ogni role è una pagina della vita del pg, il personaggio interpretato.

I GDR / Le immagini che accompagnano le storie

Le grafiche sono più che basiche, le manip rasentano il ridicolo creativo per uno stile che certo non ha pretese enormi. L’idea di generare immagini è ancora ben lontana da oggi: l’intelligenza artificiale è ancora relegata alla fantasia del cartone dei The Jetsons, ma seppure in vite parallele e irreali in cui si interpretano personaggi dai volti delle star, è utile che ad ogni storia che si crea si affianchi anche un’immagine.

E così i più bravi, ma anche quelli che bravissimi non sono, si trovano ad unire foto di attrici insieme a cantanti che non si sono mai incontrati in vita loro. Nascono incroci strani e metamorfosi relazionali indicibili. Non è impossibile, infatti, trovare Jennifer Aniston scelta come madre per Kristen Bell, in grafiche che oscillano dall’uso di paint a quello di photoshop.

Il fake è il primo insediamento di creatività digitale, un sottomondo che sviluppandosi apre le strade al mondo digitale come lo conosciamo oggi ed avvia una società parallela fatta di regole, ruoli, scelte.

Il fake world e l’esplosione nei primi anni del 2000

Nei primi anni di diffusione di massa, con buona pace di Mark Zuckerberg, la piattaforma è una tabula rasa priva delle strutture rigide che oggi ben conosciamo. I social hanno una funzionalità quasi nulla, sono troppo acerbi per essere utilizzati nel modo migliore ma quella base è perfetta per fare attecchire la società digitale e fittizia del fake world.

I GDR cominciano ad invadere facebook nei primi anni del 2000. Il fenomeno si basa sulla creazione di profili fittizi e vanta una storia cresciuta insieme all’evoluzione della piattaforma stessa. In Italia ha il suo boom tra il 2009 e il 2012 e cavalca l’esplosione del social nel Bel Paese. Le dinamiche iniziali vedono nascere account personali secondari, con tanto di faceclaim (il prestavolto) ovvero il volto del vip che dà una fisionomia reale al personaggio.

I diari non servono a condividere foto, ma diventano il palcoscenico su cui si sviluppa la vita del personaggio. I post pubblicati sono “in character”, ovvero vedono i giocatori muoversi sulle corde dei ruoli interpretati, mentre i messaggi privati e i commenti sono il tetro in cui si sviluppano le interazioni tra utenti. Si intrecciano in questo modo trame degne di serie Tv che per qualche anno fanno si che il confine tra la realtà degli utenti e la funzione narrativa dei loro ater ego renda facebook uno dei luoghi più creativi del web.

Scrivere nei GDR dà vita ad un enorme romanzo corale in cui si intrecciano pensieri e parole e che si può paragonare alle prime pitture rupestri, per innovazione e intenzione.

L’espansione del fenomeno fake / le nuove proporzioni di quella società digitale da sottobosco

I gruppi chiusi arrivano solo dal 2012 in poi: è il momento in cui il fenomeno si espande e si struttura tanto da segnare un cambiamento fondamentale dettato proprio dalle politiche del social.

Facebook lancia una caccia al fake, pone regole più severe sull’uso dei nomi reali e blocca in massa gli account che utilizzano identità non verificabili e immagini di personaggi pubblici. Mentre il mondo emerso non comprende perchè le leggi si inaspriscono, il sottomondo di facebook si vede stringere i cordoni della borsa.

Il gioco ha quindi bisogno di trovare come andare avanti e la community per proteggersi si sposta all’interno di gruppi chiusi o segreti, che diventano vere e proprie città virtuali o universi fantasy. La dinamica cambia nuovamente, il profilo personale reale diventa un “out of Character” e si utilizza come l’attore alle prove dello spettacolo: sai chi interpreti pur non indossandone il costume di scena.

L’esperienza muta ancora nel 2018, con l’avvento del fenomeno K-pop. Ai classici GDR urban fantasy o real life si affiancano giochi dedicati agli Idol Asiatici. La community si restringe, diventando di nicchia. Il fenomeno è meno diffuso ma molti gruppi restano ancora attivi con micro società fatte di regolamenti complessi, mappe, schede personaggi e amministratori che si ritagliano il ruolo dei registi per evitare l’intrusione dei bot.

Oggi il fake world non è più il fenomeno di massa di anni fa, ma resta a testimonianza di una tecnologia che si sa piegare all’urgenza che hanno molti utenti di raccontare storie, trasformando un algoritmo di connessione in un’immensa opera teatrale condivisa.

La voce dei protagonisti / T. e i suoi dieci anni da roler

Abbiamo parlato dell’esperienza del fake world con alcuni roler che ci aiutano a comprendere questo mondo. Tra una società oggi sempre più digitale e digitalizzata, quanto è rimasto di quel mondo nato come semplice espansione della propria fantasia?

La prima roler che ha risposto alle nostre domande è T., una ragazza napoletana, che dal 2016 al 2025 ha giocato interpretando principalmente personaggi maschili.

Come ti sei avvicinata per la prima volta al mondo del roleplay e cosa ti ha spinto a iniziare?

Ho sempre amato scrivere, ma per cause di forza maggiore e forse anche per un blocco, per un periodo avevo smesso. Un’estate ero in vacanza con amiche ed una di loro parlava spesso di questo “mondo parallelo”, mi ha incuriosita e ad un tratto ne ero dentro senza accorgermene.

Hai interpretato principalmente personaggi maschili, ricordiamo tra tutti Liam, come mai hai scelto questo switch tra identità di genere?

Ho fatto l’esperienza femminile solo una volta, ma si, principalmente ho mosso pg maschili, forse perché cercavo di esprimere quello che cercavo da un uomo e non mostrare le mie debolezze. Però credo che ad un certo punto ho trasmesso anche quelle al mio personaggio.

Nel fake spesso si costruiscono anche relazioni che escono dal gioco e diventano rapporti reali, umani e non inficiati dal personaggio interpretato. Ti è successo di incontrare altri giocatori come te?

Certo che mi è successo di incontrare altri giocatori, con alcuni di loro ho ancora oggi un rapporto. Saltuariamente, ma ci parliamo ancora. 

Come scindi le tensioni tra i personaggi dai rapporti personali tra i giocatori?

Con alcune persone è stato più facile scindere il gioco fake dal mondo reale, con altri invece non è stato possibile, perché portavano tutto solo a livello di gioco. Altri ancora non desidero che condividano la mia realtà, data la mancanza di rispetto che hanno avuto nei miei confronti nel gioco e non solo.

Se dovessi riassumere la tua esperienza in poche parole come la racconteresti?

Traumatica, intensa, esilarante, ma anche meravigliosa. Mi fa dato la possibilità di conoscere e creare cose meravigliose, ma mi ha anche fatto capire quanto devastanti siano altre.

La voce dei protagonisti / C., dalla fine di una relazione tossica alla scoperta dell’universo fantasy

Da T. passiamo adesso a C., una ragazza catanese che ha vissuto l’esperienza del fake world nei primi anni della sua espansione.

Quando hai cominciato a giocare e come hai conosciuto questo mondo?

Ho iniziato a giocare nel 2012. L’input è nato dalla rottura con il mio ragazzo di allora. Cercavo nuovi stimoli, un mondo in cui rifugiarmi e ritrovarmi, dopo una relazione tossica in cui la persona che stava con me cercava in ogni modo di plasmarmi a suo piacimento. Sentivo di aver perso un po’ me stessa.
Ho conosciuto il mondo del roleplaying per caso, spulciando sui gruppi di Facebook dedicati al mondo dei GDR.

Hai interpretato molti personaggi fantasy, qual è la differenza con quelli real?

Premetto che il mio percorso nel mondo dei GDR descrittivi è iniziato proprio col genere fantasy, che resta il mio preferito in assoluto. Nel corso degli anni ho avuto modo di “giocare” anche personaggi inseriti invece in contesti di gioco real Life e posso dire che la sostanziale differenza sta nel bacino di creatività a cui puoi attingere. Nel fantasy non hai limiti, puoi davvero spaziare in ogni direzione e senza alcun confine, creando ed immaginando anche cose assurde, mentre nei contesti real Life per forza di cose devi restare con i piedi per terra e creare situazioni che siano attendibili nella realtà. Questo per la mia mente rappresenta un limite e anche in qualche modo la “morte” stessa del gioco, il cui scopo principale per me resta l’evasione dalla realtà per qualche ora e la creatività. Due cose che nei contesti real Life non riesco ad esprimere come vorrei.

Quanto conta la fantasia in questo mondo?

Praticamente tutto. È la base stessa del gioco. Un giocatore senza fantasia ha vita breve in questo universo.

A mio avviso si può sorvolare su una grammatica lacunosa ma certamente non si può sorvolare su un giocatore che non ha inventiva. Nei GDR ti ritrovi a costruire praticamente tutto da zero: il background del tuo personaggio, il carattere, la sua storia, la sua famiglia, i limiti, le sue paure, le sue ambizioni, il contesto in cui si muove… Devi avere fantasia per non annoiarti e soprattutto per non annoiare gli altri giocatori che interagisco con il tuo personaggio. Tutto deve essere accattivante e stimolante.

C’è una scena, una svolta di trama o un dialogo che ti è rimasto particolarmente impresso nella tua “carriera” da roler?

È davvero difficile citare qualcosa in particolare, senza togliere meriti a qualcos’altro. Ho avuto la fortuna di ruolare davvero in tanti contesti e soprattutto di ruolare con roleplayers davvero in gamba, a cui ho dato il meglio e da cui ho tratto altrettanto. Ma se dovessi citare un episodio in particolare, mi sentirei di annoverare la role del matrimonio di un mio personaggio. Emotivamente intensa.

C’è mai stata una scelta del tuo personaggio di cui ti sei pentito/a ai fini della storia?

Sì, ci sono delle cose che col sennò di poi avrei fatto diversamente ma del resto anche la vita vera è così no? Ci sono scelte di cui a volte ci si pente dopo. Anche i miei personaggi sono stati fragili e “umani” pur in un contesto finto.
Ruolare in un GDR descrittivo è come scrivere un libro a più mani. Intenso, a volte discutibile, ma sempre ”sentito” in quel preciso momento.

Interpretare dei personaggi ti ha mai aiutato a capire meglio te stesso/a o ad allenare l’empatia nella vita di tutti i giorni?

No, perché bisogna scindere nettamente il giocatore dal personaggio. Ho sempre caratterizzato personaggi molto diversi da me, con qualcuno forse ho condiviso qualche peculiarità caratteriale ma nient’altro. Pertanto niente di ciò che ho interpretato ha potuto influenzare la mia realtà o il mio carattere. Ma ritengo anche che in questo sono stata brava a non mischiare le cose. Purtroppo nella mia lunga esperienza, ho notato anche alcune persone lasciarsi influenzare dal fake nella loro vita vera, con conseguenze non sempre piacevoli.

Dal fake al real, hanno consistenza anche nella realtà i rapporti nati giocando?

Assolutamente sì. A volte tra roleplayers resta solo un rapporto virtuale, nato e contestualizzato ai fini del gioco e niente di più. Ma dietro ai personaggi ci sono comunque delle persone, a volte capita che nel tempo passato a ruolare, possano nascere anche delle affinità intellettuali che poi sfociano in delle amicizie. È raro ma quando succede è bello. Mi è capitato e posso confermarlo.

La voce dei protagonisti / C., interpretare identità diverse dalla propria come leva per mettersi nei panni degli altri

L’ultima a raccontare la sua esperienza è C., una giovane mamma palermitana che coniuga l’impegno della famiglia alla passione per la scrittura e lo fa interpretando un personaggio particolarmente diverso da sé.

Quando crei un nuovo personaggio da dove parti? Da un’immagine, da un tratto psicologico, da un’ispirazione letteraria, da un’abilità specifica….

In realtà non ho mai un metodo preciso. A volte nasce da un’immagine, altre volte da una frase, da una canzone, da una sensazione. Con Tomasz, ad esempio, credo che sia partito soprattutto da un’idea. Poi, man mano che lo giocavo, ho iniziato a capire chi fosse davvero. È una cosa che mi piace molto del roleplay: non sento di “creare” completamente un personaggio prima di iniziare. È più come se gli dessi una base e poi fosse lui, attraverso quello che succede, a mostrarmi il resto. Alcune cose su Tomasz le ho scoperte giocandolo e magari all’inizio non avrei mai pensato che avrebbe reagito in determinati modi.

Tendi a creare personaggi che ti assomigliano o preferisci interpretare ruoli completamente opposti alla tua personalità reale?

Penso che un pezzettino di me finisca sempre nei personaggi, anche quando non voglio. Alla fine sono io che gli do voce, quindi qualcosa inevitabilmente passa. Però non cerco personaggi che mi somiglino. Anzi, una delle cose che mi diverte di più è proprio poter essere qualcuno che nella vita reale non sarei. Tomasz, per esempio, mi permette di vedere certe situazioni da una prospettiva completamente diversa dalla mia. E questa cosa mi piace tantissimo, perché non devo necessariamente essere d’accordo con lui per riuscire a capirlo. Forse è proprio questo che mi interessa, ovvero non interpretare me stessa attraverso un altro corpo, ma provare davvero a entrare nella testa di qualcun altro.

Quanto sono importanti le debolezze e i difetti psicologici per rendere un personaggio interessante durante il gioco?

Per me sono la parte più importante. Probabilmente mi annoierei anche a giocare un personaggio troppo perfetto. Mi piacciono i personaggi che sbagliano, che si fanno male da soli, che prendono decisioni stupide pur sapendo che forse non dovrebbero.

Le contraddizioni mi interessano molto più delle qualità.

Una persona può essere forte e allo stesso tempo avere delle fragilità enormi. Può essere sicura di sé in certe situazioni e completamente persa in altre. E poi i difetti sono quelli che fanno succedere le cose. Se Tomasz fosse sempre razionale, sempre lucido e facesse sempre la cosa giusta, probabilmente molte delle situazioni che mi trovo a giocare non esisterebbero nemmeno.

Ti è mai capitato di affezionarti così tanto a un tuo personaggio da soffrire quando le cose gli andavano male in gioco?

Sì, e forse anche più di quanto vorrei ammettere.
Quando passi tanto tempo con un personaggio, inizi a conoscerlo davvero bene. Sai cosa lo ferisce, cosa lo fa arrabbiare, cosa non riesce a dire. E anche se sai perfettamente che è finzione, quando succede qualcosa di brutto è difficile rimanere completamente distaccati. Con Tomasz mi è capitato di finire una giocata e continuare a pensarci dopo. Magari razionalmente so che “è successo al personaggio”, però l’emozione che provo mentre lo gioco è reale. Ed è anche il motivo per cui secondo me il roleplay può essere così coinvolgente: non stai semplicemente raccontando qualcosa, in quel momento la stai vivendo attraverso di lui.

Il roleplay è una narrazione condivisa. Come gestisci gli imprevisti o quando un altro giocatore porta la storia in una direzione che non avevi previsto?

È proprio la parte che preferisco. Io posso avere un’idea, posso immaginare dove vorrei portare Tomasz, ma l’altra persona non è lì per seguire il copione che ho in testa. E per fortuna, direi. Altrimenti diventerebbe tutto molto più prevedibile. Quando qualcuno fa qualcosa che non mi aspettavo, cerco di non pensare immediatamente a “come volevo che andasse la storia”, ma a come reagirebbe Tomasz in quella situazione. E spesso da lì vengono fuori cose molto più interessanti di quelle che avevo immaginato.
A volte magari penso: “No, ti prego, non fare questa cosa”, però poi la fa e io devo seguirlo. E magari alla fine quella scelta diventa una delle cose migliori successe nella storia.

Interpreti principalmente un genere identitario non tuo. Da donna trovi importante riuscire a calarti nei panni maschili? E quanto questo gioco di immedesimazione ti aiuta nelle relazioni reali con l’altro sesso?

Sì, e penso che sia una delle cose che mi ha insegnato di più il roleplay.
Non credo che interpretare un uomo significhi imparare “come pensano gli uomini”, perché sarebbe una semplificazione enorme. Tomasz è Tomasz, prima ancora di essere un uomo. Ha il suo carattere, la sua storia, le sue insicurezze, il suo modo di vivere le emozioni. Però interpretarlo mi obbliga a uscire dalla mia prospettiva. Mi capita di chiedermi: “Se fossi lui, questa cosa come la leggerei? Cosa mi farebbe paura? Cosa non riuscirei a dire?”. E questa cosa, secondo me, aiuta anche fuori dal gioco, perché ti abitua a ricordarti che quello che per te è evidente magari per un’altra persona non lo è affatto.

Non direi che Tomasz mi ha insegnato a capire gli uomini, sarebbe una pretesa enorme. Però sicuramente mi ha insegnato a farmi più domande prima di dare per scontato cosa stia pensando l’altra persona.
E forse è proprio questo che mi piace dell’interpretare qualcuno così diverso da me: per un po’ smetto di guardare le cose soltanto attraverso i miei occhi!

Chiara Costanzo