Dal 1959, quando Ruth Handler pensò la prima bambola, la Barbie è diventata un fenomeno culturale nella storia mondiale, ancora oggi capace di accompagnare l’infanzia di milioni di bambine del mondo. Prodotta da Mattel, l’intuizione della statunitense è stata una vera rivoluzione capace di offrire alle bambine una bambola con sembianze adulte ed un ampio ventaglio di opportunità. Era l’epoca in cui sognare era un gioco e giocare insegnava a sognare davvero.
La Barbie: cultural switch tra storia ed evoluzione della società
Negli anni la Barbie si attesta come fenomeno pop: le bambine non giocano più a fare le mamme con bambolotti dalle sembianze infantili ma si confrontano con una donna adulta, indipendente e con infinite possibilità. Barbie è astronauta, maestra, medico, veterinaria, ingegnere, ma anche candidata alle presidenziali americane: le bambine di tutto il mondo, ieri e oggi, si confrontano con un simbolo di ambizione e autodeterminazione, capace di coniugare il desiderio lavorativo, case dal design da sogno e un guardaroba (e degli accessori) sempre alla moda.
Intere generazioni si trovano quindi ad inventare storie, esplorare nuovi ruoli, a costruire desideri e aspirazioni non più circoscritti alle mura di casa. Barbie è trampolino di lancio verso un mondo che si inizia a plasmare anche attorno alla figura femminile, che smette di essere relegata a “donna di casa” ma che comincia ad ambire a ruoli fino a quel momento tradizionalmente riservati agli uomini.
La bambola che arriva nei negozi sul finire degli anni 50 assume un ruolo di tutto rispetto, abbandonando il prototipo del semplice giocattolo in favore del complesso ruolo del fabbricante di sogni e di opportunità sempre nuove. E mentre le mamme e le nonne guardano con curiosità a questa nuova esperienza infantile, le bambine affiancano alle cucine giocattolo ed ai ferro da stiro in plastica una bambola capace di costruire identità sociale.
Cultural switch e polemiche nel mondo tutto rosa di Barbie
La rivoluzione culturale iniziata con la Barbie, inevitabilmente, ha anche un rovescio della medaglia: la bambola per la sua perfezione fisica, a tratti irreplicabile nel mondo reale, è accusata di promuovere ideali di bellezza irrealistici. Critiche, aspre, che hanno dato il via ad un dibattito acceso sul ruolo dei giocattoli nello sviluppo identitario e dell’autostima nei più giovani.

Insomma, se da una parte la Barbie costruisce nuove identità, dall’altro pare minare la sicurezza di quelle bambine dalle fisicità più rotonde che soffrono la diversa corporeità di una bambola.
La Barbie, medico / insegnante / veterinaria diventa quindi un archetipo della bellezza inarrivabile pur avendo accesso a qualunque possibilità di carriera.
Per porre un freno a questa deriva estetica nel corso degli anni la bambola biondissima, magrissima e perfettissima prende anche altre forme. Ascoltando i consumatori e le richieste di una connotazione più reale e legata al mutare dei tempi, Mattel ha iniziato a produrre bambole che tentano di far entrare nel mondo dei giocattoli anche temi di stretta attualità.
La Barbie oggi: la delega educativa affidata alla bambola più famosa della storia
Nonostante le numerose polemiche la Barbie è un fenomeno globale, capace di adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali. Icona generazionale, il percorso della bambola riflette l’evoluzione del ruolo della donna nella società e il modo in cui i tempi influenzano immaginazione, visioni e sogni femminili. Barbie è uno specchio della contemporaneità ed una macchina del tempo, capace di collocarsi come un potente simbolo culturale e prendersi il suo spazio nella narrazione del quotidiano.
Negli ultimi anni Mattel ha cercato di rispondere ai tempi rendendo Barbie più inclusiva. Sono state introdotte bambole con diverse tonalità di pelle, tipi di corpo, altezze, acconciature, disabilità fisiche e background culturali. Questo cambiamento ha trasformato la bambola in uno strumento più vicino alla realtà contemporanea, capace di rappresentare una pluralità di esperienze e di favorire l’identificazione di un pubblico più ampio.

Ci si chiede, però, come una bambola nata per plasmare sogni possa, improvvisamente, assurgere al ruolo di guida morale e spirituale, capace di assumersi l’onere di educare alla diversità.
Si ritorna quindi al dilemma morale delle origini: la fisicità della Barbie interessa o turba davvero le bambine? Una bambina veramente si sente o non si sente rappresentata da una bambola? Ed ancora, alle bambine si insegna a convivere con identità e pluralità cognitive attraverso il gioco o l’apprendimento della tolleranza e dell’inclusione è unicamente in mano a famiglie ed educatori? Il dibattito è ampio e resta aperto, ora suscettibile di un’opinione ed ora soggetto ad un’altra.
Barbie autistica: storia di un progetto di valorizzazione o marketing dell’inclusione?
Di certo l’ultima produzione di casa Mattel ha riacceso il dialogo sul ruolo ricoperto nella società dalla bambola più amata di sempre. Alla “classica Barbie” si è affiancata la “Barbie autistica“, termine corretto ed appropriato per una bambola capace di generare un dibattito pubblico che ha coinvolto tutto il mondo.
Inserita nella linea “Fashionistas”, creata appositamente per prodotti che mirano all’inclusività e “giocano” tra diverse corporeità, etnie, disabilità e condizioni mediche, la Barbie autistica fa compagnia a Christie, la prima Barbie afroamericana, e a Becky, Barbie su sedia a rotelle.
Per la Mattel quindi questa non è la prima esperienza di inclusività: aveva già provato ad approcciarsi al mondo delle neurodivergenze e degli handicap fisici, quando tra 2019 e 2022 aveva prodotto bambole con protesi, vitiligine, apparecchi acustici e sindrome di Down. Anche in quel caso erano piovute aspre critiche.
Storia della Barbie autistica e ASAN
La bambola pensata per rappresentare l’autismo è stata realizzata in collaborazione con l’Autistic Self Advocacy Network (ASAN), un’organizzazione per i diritti delle persone autistiche ed ha richiesto poco meno di 2 anni per la realizzazione. Questo elemento è da considerarsi non secondario, perché permette di dare una prospettiva di autenticità al prodotto. I dettagli su cui il design si è concentrato sono stati vari, tra questi occhi decentrati per indicare l’evitamento del contatto visivo diretto, comune in molti autistici, e articolazioni che permettono di replicare lo stimming, in particolare l’hand flapping.
A queste caratteristiche fisiche si sono affiancati degli accessori sensoriali, come il Fidget spinner per ridurre lo stress, cuffie con cancellazione dei rumori per gestire il sovraccarico sensoriale, e un tablet sul quale spiccano i simboli utilizzati per la CAA, strumento comunicativo per chi ha una disabilità cognitiva che non permette di verbalizzare. E mentre le bambine oggi scelgono la Barbie privilegiando identità simili al mondo in cui si vive, il dibattito imperversa. Se in America la nuova bambola è stata accolta con entusiasmo lo stesso non è successo in Italia, dove questo nuovo progetto ha subito numerose critiche.
Pro e contro della Barbie autistica
Generato il dibattito varie sono le declinazioni dello stesso.
Chi è a favore della nuova bambola vede nella sua produzione un segnale positivo, una maggiore rappresentazione per i bambini neurodivergenti e un modo per aiutare a familiarizzare con l’autismo. I favorevoli sono infatti propensi a pensare che questa bambola aiuti nell’accettazione delle differenze e promuova inclusione sociale, ottimizzando i processi di empatia ed accettazione anche grazie alla possibilità di incuriosire i bambini su temi così sensibili.

Gli oppositori invece ritengono che semplificazioni e stereotipi ottengano idee fuorvianti su quello che significa essere autistici. Trasformare una neurodivergenza in qualcosa di individuabile solo tramite parametri visibili e simboli esteriori può risultare riduttivo o addirittura spostare il dibattito pubblico su qualcosa di unicamente apparente. Tra questi sono molti gli attivisti che sostengono che sia una mera operazione di marketing, azione superficiale ed occasione mancata se non accompagnata dal supporto concreto e da una formazione ad hoc.
Il dibattito, che come è ormai consuetudine, si è spostato dai bar alle piazze virtuali. Se in molti restano dell’opionione che la Barbie autistica rappresenta un tentativo di includere la neurodiversità nel mondo dei giocattoli, altrettanti sono quelli che hanno sollevato domande complesse su come rappresentare effettivamente una condizione tanto varia e profondamente personale. La bilancia pende quindi tra la possibilità di una maggiore visibilità e comprensione e il limitarsi di una rappresentazione che si muove sulle corde di un simbolismo che non può rendere l’autismo solo attraverso un set di accessori su una bambola.
Storia di Barbie / Dati comparati sull’autismo
Quello che è certo è che oggi l’autismo è una realtà con cui i bambini si trovano a fare i conti già nella prima fase del percorso scolastico. Gli ultimi studi ISTAT forniscono dati estremamente interessanti nel rapporto sull’Inclusione scolastica degli alunni con disabilità in Italia: gli alunni con neurodivergenze o difficoltà motorie in Italia sono quasi 359mila, con una crescita del 6% in un anno, ovvero 21mila in più. Questi dati sono così ripartiti: il 5,55 % nella scuola primaria e secondaria di primo grado, il 3,2% nella scuola dell’infanzia e il 3,5% nella scuola secondaria di secondo grado.

Questo significa che oggi nell’età in cui le bambine giocano con le Barbie si è già in contatto con coetanei autistici che, a differenza dell’immobile bambola, spesso emettono comportamenti poco adattivi a cui, difficilmente, una Barbie può aiutare ad abituarsi o che può aiutare a comprendere.
La storia di Barbie: dubbi e perplessità in ultima analisi
L’autismo resta comunque un tema sensibile, investito anche da un fattore culturale atto a raccontare l’identità di una parte di popolazione mondiale. La riflessione inevitabilmente rimette al centro le condizioni che continuanano a produrre marginalizzazione del fenomeno e di chi ne è soggetto: in un mondo in cui scuola e lavoro restano poco accessibili, in contesti di servizi insufficienti e politiche frammentarie e inadatte, il diritto all’inclusione può essere demandato alla sensibilità di una fabbrica di giocattoli?
Non dobbiamo quindi che domandarci se sia veramente una triste operazione di marketing o una concreta possibilità di inclusione sociale, al netto delle valutazioni oggettive e di quelle soggettive.
Quello che resta certo è che la Barbie, dopo oltre quarant’anni, sa ancora far parlare di sé, incarnando l’ultimo ed intimo sogno di ogni donna: essere impossibile da mettere in un angolo e dimenticare
Chiara Costanzo
