“Ma cosa è l’ideologia gender chiamata in causa dagli oscurantisti della destra? Solo uno spauracchio inventato per non fare formazione ai giovani contro l’omolesbotransfobia.” (Laura Boldrini)
Le cose stanno proprio come dice l’on. Boldrini? Cominciamo con un po’ di storia.
>Il lungo cammino della teoria del gender inizia nei primi anni del secolo scorso, quando il dr. Magnus Hirschfeld, sessuologo, ipotizza la cosiddetta teoria della bisessualità: siamo tutti un po’ maschi e un po’ femmine in percentuali diverse; il sesso biologico non è più
concepito come un binario -maschio/femmina- ma come uno spettro. Sotto la sua guida verrà eseguito il primo intervento chirurgico di
riattribuzione del sesso, come raccontato nel film The Danish Girl.
Nel 1953 il dr. Harry Benjamin (fondatore della WPATH (World Professional Assiociation for Transgender Health, l’organizzazione transgender più influente al mondo, che determina le linee guida sul trattamento di questa condizione seguite in tutto il mondo) pubblica un lavoro (Travestitism and Transexualism) inaugurando l’era del transessualismo.
Il dr John Money, endocrinologo, discepolo di Kinsey, introduce nella letteratura scientifica il termine “genere”. E, insieme allo psichiatra Robert Stoller, teorizza la distinzione tra sesso e genere. Così nasce il concetto di identità di genere.
>Negli anni ’90 la filosofa Judith Butler dà origine alla teoria Queer: il genere è un costrutto sociale, anche il sesso biologico è un costrutto
sociale; sesso e genere sono entrambi costrutti sociali. Donna non è più femmina umana adulta, ma chiunque performi femminilità, idem per il maschio.
Le parole uomo/donna, femmina/maschio non hanno più senso di esistere. Donna è chiunque si identifichi come donna, e viceversa (selfID). Uomo e donna, maschio e femmina sono emozioni interiori, non realtà materiali. Tutti noi possediamo una identità di genere staccata dal corpo sessuato. Il resto del mondo deve validare questa autopercezione, altrimenti si è transfobici.
La teoria gender
Alla base della teoria gender è il concetto che l’identità di genere può non coincidere con il sesso biologico. Il genere è un costrutto sociale, indipendente dalla biologia. Donna non è una femmina umana adulta, ma chiunque si identifichi come tale, anche in assenza di transizioni mediche o chirurgiche.
Identità di genere: quello che le persone sentono di essere, che può non corrispondere alla fisiologia o al sesso “assegnato alla nascita”. (In
realtà il sesso non si assegna, ma si osserva e si registra). Il modello affermativo (selfID), che comprende la transizione sociale
(modifiche sociali, civili, anagrafiche), la transizione medica (bloccanti puberali, cross-sex hormones) e la transizione chirurgica non può essere messo in discussione.
A conferma di quanto questa teoria sia diventata sentire comune, alla Conferenza di Pechino sulle donne del 1995 Il vocabolo gender è citato più di 300 volte. Mentre non viene registrato alcun riferimento positivo a maternità e matrimonio.
>La presenza di atleti maschi che vogliono gareggiare negli sport femminili e la pretesa di accedere a spazi privati femminili (bagni, spogliatoi) da parte di uomini che si identificano come donne sono altri esempi di questa invadenza.
Cosa dice la scienza
Negli anni ’90 viene pubblicato il cosiddetto protocollo olandese, che sdogana i bloccanti della pubertà e gli interventi chirurgici di
riassegnazione del sesso per giovani in età prepubere a cui viene diagnosticata la cosiddetta disforia di genere. Quando cioè l’identità
di genere percepita non coincide con il sesso biologico. Bastano 6 criteri (forte desiderio di essere dell’altro genere; preferenze per gli abiti maschili se donna e viceversa; predilezione per i giochi, giocattoli e compagni di gioco dell’altro sesso; rifiuto dei giochi del proprio sesso; dispiacere per la propria anatomia sessuale; desiderio delle caratteristiche sessuali dell’altro sesso) presenti per almeno 6 mesi per essere avviati alla transizione.
Storicamente, la “disforia di genere” ha sempre riguardato solo una piccolissima percentuale della popolazione adulta e prevalentemente
maschile ( 0.005-0.014%), caratterizzata da un esordio in età infantile. Negli ultimi anni, tuttavia, è cambiato tutto, con l’esplosione
numerica di adolescenti che si sono rivolti alle cliniche di genere (nel 2018, la Tavistock Clinic di Londra ha registrato un aumento del 4400%
di richieste da parte di ragazze rispetto al decennio precedente). Come spiegare questi numeri? E come spiegare i cambiamenti demografici, che vedono appunto una predominanza di ragazze in età prepuberale (90%), la cosiddetta Rapid Onset Gender Dysphoria, laddove prima si trattava perlopiù di maschi molto giovani. Proprio in considerazione dell’esponenziale e rapidissima diffusione del fenomeno fra gli
adolescenti, numerosi studiosi hanno riconosciuto l’importanza del contagio tra pari e di quello sociale.
Qualcosa è cambiato
Negli ultimi anni molte cose sono cambiate. Non si può ignorare il fatto che, se lasciati attraversare la pubertà, almeno l’80%” dei minori con
disforia (fino al 98% dei ragazzi e l’88% delle ragazze secondo la società americana di Pediatria) vede risolversi la condizione, evitando
così di intraprendere il percorso della transizione. La transizione di genere non è una passeggiata. Come testimoniato dalle ormai numerose
detransitioners, cioè persone che dopo la transizione si pentono e cercano di fare il percorso inverso. Scoprendo che la transizione non è
così facilmente reversibile come a loro è stato detto.
Al disagio, che esiste, bisogna ovviamente dare una risposta. Innanzitutto riconoscendolo e trattandolo in maniera adeguata. (Molti ragazzi/e convinti di avere una disforia di genere hanno in realtà altri problemi, come l’autismo, l’ADHD, patologie psichiatriche). In secondo luogo aiutando i soggetti affetti da disforia di genere, e le loro famiglie, ad attraversare la pubertà, senza essere lasciati soli ma accompagnati in un percorso di sostegno.
>La frequente sottovalutazione della compresenza di patologie psicologiche/psichiatriche associate alla disforia di genere, presenti in oltre il 50% dei casi, ha sottolineato l’assoluta necessità di una valutazione approfondita. Perchè le problematiche psichiche spesso precedono la disforia di genere e non sono, come si vuole far credere, solo una conseguenza dello stigma sociale. E vanno prese in carico e curate prima di eventuali terapie di transizione.
Conclusioni
L’evidenza scientifica negli ultimi anni ha sollevato forti perplessità sul protocollo olandese, che ha fallito l’obiettivo di migliorare la
qualità di vita dei pazienti e di ridurre il rischio suicidario. Che anzi risulta maggiore dopo la transizione.
Clamorosa la retromarcia del Regno Unito, culla dei trattamenti di transizione, che dal marzo 2024 ha fermato l’uso dei bloccanti della
pubertà. Decisione presa in seguito alla pubblicazione definitiva della “Cass review”, una indagine indipendente commissionata dal servizio
sanitario inglese (Nhs) sui servizi per l’identità di genere dedicati ai minori.
La “Cass review” ha documentato che migliaia di giovani vulnerabili hanno ricevuto trattamenti che alterano la vita senza prove concrete sui risultati a lungo termine. E che la convinzione che il trattamento ormonale riduca l’elevato rischio di morte per suicidio in questa popolazione non ha trovato prove a supporto.
La dottoressa Cass suggerisce l’età di 25 anni come soglia ideale per poter dare un consenso informato pieno alla transizione. Indagini successive hanno confermato queste conclusioni, portando altri paesi, come la Svezia, la Finlandia, la Norvegia la Danimarca, dopo il Regno Unito, a rivedere in senso restrittivo la loro politica sull’uso dei bloccanti della pubertà.
“Dire la verità non è odiare” (JK Rawling).
Dott. Giovanni Viviani. Medico Chirurgo
Comitato “Pro-life insieme“
