In Spagna, il premier socialista, Pedro Sánchez, convoca le elezioni anticipate dopo la crisi dovuta alla bocciatura in Parlamento dei provvedimenti sugli affitti e sull’emergenza abitativa. Ma alle spalle c’è un problema più profondo: Sánchez non ha più una maggioranza stabile. Mentre migliaia di persone protestano nelle piazze contro il caro-casa, la Spagna si prepara a una nuova sfida elettorale.
La casa come simbolo della crisi
Nelle principali città spagnole il costo delle abitazioni è aumentato fortemente, mentre l’offerta di case accessibili è rimasta insufficiente. L’Indice dei prezzi delle abitazioni secondo l’Istituto nazionale di statistica (INE) ha registrato un incremento del 12,2% su base annua nel secondo trimestre del 2026. Per molti giovani e famiglie, trovare un appartamento a un prezzo sostenibile è diventato sempre più difficile.
La tensione è cresciuta ulteriormente dopo il caso di Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla propria abitazione a Madrid. La donna viveva in affitto da circa 70 anni nell’immobile. Secondo il Sindacato delle Inquiline di Madrid, dopo un cambio di proprietà è stato ipotizzato un aumento del canone da circa 500 euro a 2.650 euro al mese, poi ridotto a 1.650. Dopo vari tentativi di bloccare l’esecuzione dello sfratto, Maricarmen è stata sgomberata e successivamente trasferita in ospedale.
La vicenda è diventata rapidamente un simbolo della crisi e ha contribuito ad alimentare la mobilitazione dei movimenti sociali.
Da Madrid alle Asturie, la protesta nelle piazze
Il 3 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza in circa cinquanta città spagnole. A Madrid, secondo le autorità, erano circa 70mila. Mentre, a Oviedo, nonostante l’intensa pioggia, hanno partecipato alla mobilitazione tra 8mila, secondo la stima della polizia, e circa 20mila persone, secondo gli organizzatori.
Qui, la protesta è partita dalla stazione e si è conclusa alla Plaza de La Escandalera, in cui dal 2 ottobre si trova l’accampamento abitativo. Da venerdì scorso, il numero degli accampati è triplicato. Il motto scelto faceva presagire già che intendevano andare oltre una specifica protesta. Infatti, era: «Verso lo sciopero generale: contro la speculazione e i governi che la proteggono».
Nelle Asturie, la protesta non interpella solo il premier Sánchez, ma anche direttamente il governo di Adrián Barbón, esecutivo del Principato delle Asturie. Un altro slogan della protesta è: «Gobierne quien gobierne», cioè “governa chi governa”. Insomma, a prescindere da chi sieda al governo, esigono che le loro rivendicazioni arrivino al centro dell’agenda politica.
Spagna / La risposta di Sánchez alla crisi abitativa
In Spagna, il governo Sánchez ha cercato di rispondere a questa crisi abitativa con due decreti-legge, il Real Decreto-ley 26/2026 e il Real Decreto-ley 27/2026. Le nuove direttive puntano a frenare la speculazione e tutelare il diritto all’abitare. Per proteggere le fasce più vulnerabili, gli sfratti vengono bloccati fino al 2030, mentre ai grandi “fondi avvoltoio” sarà vietato acquistare immobili residenziali fino al 2028. Sono previste anche agevolazioni fiscali per i redditi sotto i 33mila euro e prestiti statali a tasso zero per la prima casa.
Ma per entrare definitivamente in vigore i decreti dovevano essere convalidati dal Congresso. Invece, il Parlamento ha bocciato entrambi i provvedimenti. A votare contro sono stati il Partito Popolare e Vox, le principali forze della destra spagnola. Ma soprattutto ha votato contro anche Junts, il partito indipendentista di centrodestra catalano che negli ultimi anni è stato uno degli interlocutori fondamentali del governo Sánchez.
La bocciatura dei decreti sulla casa ha dimostrato che il governo non può più dare per scontato il sostegno parlamentare necessario per portare avanti la propria agenda.
Non è una caduta del governo
Sánchez ha quindi scelto di cambiare strategia. Invece di continuare a negoziare ogni provvedimento, ha deciso di chiedere agli elettori una nuova maggioranza. Per questo, la Spagna si prepara al voto del 29 novembre.
Pedro Sánchez non si è dimesso, né ha subìto un voto di sfiducia. Il suo esecutivo rimane al momento in carica, ma limitatamente al disbrigo degli affari correnti. Questo significa che potrà gestire l’ordinaria amministrazione, senza però il potere di varare nuove riforme. Ciò fino a quando dalle urne non emergerà una maggioranza in grado di formare il nuovo governo.
La grande incognita è che le elezioni potrebbero non risolvere automaticamente il problema. Anche se una forza politica arrivasse prima, potrebbe non avere abbastanza seggi per governare da sola.
Si aprono quindi diversi scenari: una maggioranza guidata dal Partito Popolare con il sostegno di Vox; una nuova maggioranza intorno al PSOE di Pedro Sánchez e alla sinistra; oppure un Parlamento ancora una volta frammentato, nel quale i partiti regionalisti e indipendentisti diventerebbero decisivi.
Dalle piazze alle urne
La vera particolarità di questa crisi è la perfetta sovrapposizione tra protesta sociale e stallo parlamentare. Da una parte c’è un esecutivo che non riesce più a garantire una maggioranza stabile; dall’altra una mobilitazione crescente su un’emergenza che tocca milioni di persone. Il 29 novembre gli spagnoli non saranno chiamati soltanto a decidere chi dovrà governare il Paese: attraverso il voto indicheranno quale risposta dare alla crisi abitativa e quale direzione far prendere a una Spagna sempre più frammentata.
Sabrina Levatino
