Politica / La Spagna guidata da Sanchez tra economia e scelte contro la guerra

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La politica sull’immigrazione fa volare l’economia della Spagna guidata da Sánchez. Il governo fa tutto il contrario di quello che fanno i partener europei. Nel 2025 il PIL spagnolo è cresciuto del 2,9%. Nel 2026 e nel 2027 si stima che ci sarà un breve rallentamento ma che comunque la crescita non scenderà sotto il 2%.

Secondo i dati forniti dalla commissione europea, la Spagna guidata da Sánchez è uno dei paesi che cresce di più in Europa. Rispetto agli alleati dell’Europa occidentale, è crescita di molto, superando il famoso zero virgola che per paesi come l’Italia, la Francia e la Germania sembra molto difficile da superare. La Polonia ha chiuso il 2025 con un aumento del 3,2% del PIL grazie al forte aumento delle spese militari da parte del governo, incentivando l’industria bellica e creando nuovi posti di lavoro. I motivi di questi investimenti  sono dovuti alla forte preoccupazione della politica estera russa sempre più aggressiva.

I motivi della crescita economica nella Spagna guidata da Sánchez

La crescita della Spagna non è solo merito di Sánchez, ma è innegabile che le politiche del suo governo abbiano avuto un ruolo rilevante. Diversi organismi internazionali che valutano l’affidabilità dei conti pubblici hanno espresso giudizi positivi sull’economia spagnola. Diverse agenzie di rating segnalano una fase di solidità e dinamismo che distingue Madrid nel contesto europeo.

Ma cosa fa crescere davvero il PIL di un Paese? In primo luogo i consumi delle famiglie. Sono infatti le famiglie i principali attori economici: quando aumenta la loro capacità di spesa, cresce la domanda interna e, di conseguenza, il prodotto interno lordo. Su questo punto molti economisti concordano: è stato soprattutto l’aumento dei consumi a trainare la crescita spagnola negli ultimi anni.

A sostenere questa dinamica ha contribuito anche il miglioramento del mercato del lavoro. L’occupazione è aumentata, anche se il tasso di disoccupazione resta ancora elevato, intorno all’11%, un dato comunque in calo rispetto al passato ma ancora significativo nel confronto europeo. In confronto, il tasso di disoccupazione italiano, secondo i dati ISTAT, a gennaio 2026 era attorno al 5,6%, anche se il tasso di inattivi (chi non ha e non cerca un lavoro) rimane tra i più alti in Europa.

Le riforme nel tentativo di ridurre al precarietà

Tra le riforme più rilevanti va segnalato il tentativo di ridurre la precarietà, rendendo più diffuso il contratto a tempo indeterminato rispetto a quello temporaneo. Questo vale anche per i lavoratori stagionali, con l’obiettivo di mantenere un legame stabile con l’azienda anche nei periodi di inattività. Un ruolo importante lo ha avuto anche l’aumento del salario minimo, insieme agli investimenti in formazione e agli incentivi alle imprese per favorire le assunzioni. Restano però alcune criticità strutturali. Il ricorso al part-time e, soprattutto, un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti in Europa, che continua a rappresentare uno dei principali limiti del modello spagnolo.

Quali sono le misure economiche che sta adottando il governo di Sánchez in Spagna per affrontare la crisi in medio oriente?

Sánchez in una sua dichiarazione vara un piano di 5 miliardi euro. Il 20 marzo 2026, il Consiglio dei Ministri spagnolo approva il “Piano Integrale di Risposta alla Crisi in Medio Oriente“. Il piano integrale è un pacchetto di 80 misure che mobilita le risorse economiche stanziate attenuare l’impatto economico della guerra. 

Per quanto riguarda i carburanti, è stata ridotta l’IVA al 10%. Il governo ha introdotto sussidi diretti che possono arrivare fino a 30 centesimi per litro, a seconda della tipologia di carburante e del settore. Per i settori professionali più esposti, come l’autotrasporto, l’agricoltura e la pesca, è stato confermato uno sconto aggiuntivo di 20 centesimi al litro per il gasolio professionale, misura che rimarrà in vigore almeno fino al 30 giugno 2026.

Il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e l’elettricità nella Spagna guidata da Sanchez

Il prezzo dell’elettricità in spagna era arrivato a costare 14 euro a megawattora. In Francia, Italia e Germania aveva superato i 100 euro. Il motivo del costo così basso in Spagna è dato dal grande sfruttamento di fonti rinnovabili per generare energia. Il prezzo dell’elettricità ha comunque una certa volatilità. La volatilità è dovuto al fatto che non sempre le fonti rinnovabili come quella solare o eolica possono essere sfruttate in ogni momento. Il prezzo subisce delle variazioni. Il prezzo dell’elettricità in Spagna è arrivato anche superiore i 50 euro al megawattora, ma questo incremento rimane un costo marginale rispetto agli altri paesi europei. Per gli altri paesi europei l’incremento dei prezzi dell’elettricità ha superato i 100 euro a megawattora.

Il tasso di crescita del prezzo dell’elettricità superato il 40%, in tutti i paesi europei, compresa la Spagna; ma in questo paese l’elettricità costava già poco, dovuto soprattutto all’utilizzo di energie rinnovabili al posto di combustibili fossili. La crescita dei prezzi del gas ha prodotto meno crescita dei prezzi in Spagna perché meno dipendenti. Al contrario in Italia, il costo dell’elettricità dipende di molto dal costo del gas, proprio perché più del 50% dell’elettricità viene prodotta grazie all’utilizzo di gas naturale.

Uno dei principali punti di forza della Spagna rispetto agli altri partner europei (soprattutto l’Italia) è il successo del disaccoppiamento strutturale tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. Si tratta di un risultato ottenuto grazie ad anni di investimenti nelle energie rinnovabili.

Dove ha trovato il governo di Sanchez i 5 miliardi di euro?

Non è chiaro da quali fonti specifiche il governo di Spagna guidato da Pedro Sánchez abbia reperito i 5 miliardi necessari per finanziare il piano. Al momento, infatti, non risultano aumenti mirati della pressione fiscale in settori specifici. La Spagna si trova tuttavia in una fase di crescita economica complessiva, con un PIL in aumento di oltre il 2% annuo e un livello di inflazione moderato, condizioni che favoriscono un incremento del gettito fiscale, sostenuto dall’aumento dell’occupazione e dei consumi.

In questo contesto, l’ipotesi più plausibile è che le risorse siano state reperite attraverso un maggiore ricorso al debito pubblico. Una scelta resa più sostenibile proprio dal quadro macroeconomico positivo, che consente allo Stato di assorbire nuovi margini di spesa senza ricorrere, almeno nell’immediato, a un aumento della tassazione.

La Spagna di Sánchez unica inizialmente a dire di No a Trump

Sánchez è tra i pochi leader europei ad aver detto un “no” esplicito su più fronti: ha rifiutato l’uso delle basi militari spagnole per operazioni legate al conflitto in Medio Oriente. Ha criticato apertamente Israele e le operazioni militari nella striscia di Gaza quando gli altri paesi europei preferivano non esporsi. Ma soprattutto ha detto no alla richiesta — rilanciata in più occasioni da Trump — di portare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL. Sánchez ha criticato più volte la linea di Trump e la violazione da parte della sua amministrazione del diritto internazionale.

Ha rivendicato un’Europa forte e autonoma che non sia più subordinata agli Stati Uniti. Una scelta che lo espone a pressioni e possibili tensioni politiche con gli alleati, che tuttavia sembra disposto a rischiare. Di recente, anche Francia e Italia hanno seguito la Spagna, negando l’uso delle basi americane rispetto alle operazioni belliche relative all’Iran, in quanto non corroborate da regolamentazione internazionale.

Tra il 2024 e il 2025, parte del governo e alcuni familiare del premier, tra cui la moglie e il fratello, sono stati coinvolti in diversi scandali di corruzione. Questi scandali e una crisi immobiliare profonda che sta attraversando il paese, hanno alimentato un clima di sfiducia del governo da parte dell’opinione pubblica spagnola. In questo contesto, la sua politica estera potrebbe essere letta anche come un tentativo di recuperare credibilità. Soprattutto quando i sondaggi danno molto a ribasso il partito socialista spagnolo.

Giorgio Trombetta