Condividiamo la riflessione del professore Francesco Pira sull’educazione digitale degli adolescenti, dal titolo “Insieme ma isolati: la tecnologia che rende il vuoto abitabile”. A partire dai dati allarmanti sull’uso precoce degli smartphone tra gli adolescenti, Pira sposta l’analisi dell’iperconnessione dal piano del semplice divieto normativo a quello profondamente relazionale e dell’educazione digitale. Richiamando il pensiero della sociologa Sherry Turkle e l’insegnamento pontificio sulle comunicazioni sociali, l’autore invita a superare l’illusione di compagnia offerta dall’intelligenza artificiale per riscoprire il primato della presenza e della media education.
L’articolo del prof. Pira pone una sfida cruciale per genitori ed educatori: restituire agli adolescenti un’attenzione e un’educazione autentica che li sottragga alla “vetrinizzazione dell’identità” e all’isolamento digitale. “Lo sguardo resta l’unico strumento che nessun algoritmo sa replicare” ricorda Pira, indicando nel tempo condiviso e nello sguardo adulto la vera via per arginare la superficialità e la fragilità alimentate dalla cultura digitale.
I numeri dell’emergenza: smartphone prima della scuola media
C’è un dato che fotografa il nostro tempo con una lucidità disarmante. A dodici anni, nove ragazzi su dieci hanno un telefono in mano. Mi ha colpito, a questo proposito, l’articolo pubblicato su Repubblica e scritto da Giulia Boero, dal titolo “Nove bambini su dieci hanno il cellulare già a 12 anni. Gli esperti: ‘Social aumentano l’isolamento’”. Mette in luce un concetto che sostengo da anni: la vera emergenza riguarda l’età troppo precoce in cui affidiamo questo strumento e il modo in cui lasciamo che venga usato.
L’articolo ricostruisce il passaggio con precisione: “Solo un bambino su dieci, in seconda media, è senza cellulare. È la fotografia scattata dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), costruita su un campione rappresentativo di 4.750 bambini e ragazzi tra i 7 e i 14 anni nell’ambito dell’indagine internazionale Children’s Worlds. In quinta elementare, poco più della metà: il 52,7%. Il salto si consuma in un’estate, quella che separa la primaria dal primo anno di scuola media, dove la quota sale già all’87%”.
L’illusione dei divieti e la migrazione su nuove app
Con il telefono arrivano i social: “L’iscrizione alle piattaforme passa dal 31,5% degli studenti in quinta elementare al 74,8% in seconda media. Più della metà dei dodicenni, il 55,3%, li usa ogni giorno o quasi”. Un’età in cui, come osserva il pezzo, “sulla carta, molte piattaforme non dovrebbero nemmeno accogliere” gli utenti. Infatti, le regole fissano il minimo a tredici anni e in Italia, fino ai quattordici, serve il consenso dei genitori.
C’è poi un elemento che considero interessante, e riguarda le conseguenze dei divieti: “Allontanare i ragazzi dai grandi social, osserva Wired Middle East in un’analisi dedicata agli effetti dei divieti, non significa spingerli offline. Significa spostarli: verso videogiochi, chat, app minori che nessuna norma ha ancora censito. Nel Regno Unito, secondo l’Ofcom, YouTube e WhatsApp sono tra i servizi più usati dai bambini. Mentre in Australia si stimano 1,7 milioni di giovani utenti della piattaforma di gioco Roblox. Versioni di app provenienti dal Sud-est asiatico che nessuna di queste regole ha nemmeno preso in considerazione”. Quando vietiamo ai ragazzi una piattaforma e nessuno li accompagna e li supporta, quel divieto produce un solo risultato: li sposta in ambienti meno regolati, meno trasparenti, più difficili da controllare.
La vetrinizzazione dell’identità: connessi ma sempre più soli
Questi numeri vanno analizzati dentro una cornice precisa. È quella che ho definito, nelle mie ricerche, la vetrinizzazione dell’identità. Le piattaforme sono il luogo in cui gli altri, attraverso il loro gradimento, ci ridefiniscono. La visibilità, l’esposizione costante e la ricerca del consenso diventano gli strumenti con cui si esiste. E in molte classi lo smartphone è diventato il segno di appartenenza: chi ne è privo resta fuori dal gruppo. Da qui passa la fragilità di questa generazione: un’appartenenza che si conquista con uno schermo, e che uno schermo può togliere in qualsiasi momento. L’esito lo registro nelle scuole, e i miei incontri con studenti e docenti me lo confermano: siamo davanti a una generazione connessa e fragile.
La ricerca sull’adolescenza lo dice con chiarezza, e il pensiero di Sherry Turkle, sociologa statunitense, offre la chiave. Siamo sempre più connessi e sempre più soli, perché la connessione continua ci offre l’illusione della compagnia e ci risparmia la fatica dell’incontro reale. Turkle ha studiato per decenni il rapporto tra uomini e macchine, e la sua tesi è che gli ambienti digitali hanno modificato il modo in cui ci parliamo, ci ascoltiamo e stiamo insieme.
Il telefonino non crea la solitudine dei ragazzi: la intercetta, le dà una forma, la rende sopportabile e insieme invisibile. Il dato che dovrebbe davvero preoccuparci sta lì: quanti adulti hanno smesso di guardare i propri figli mentre usano lo schermo. L’esito è sotto gli occhi di tutti: il telefono diventa uno strumento di compagnia più che di comunicazione. Ragazzi che si parlano attraverso lo schermo; gruppi che passano la serata insieme in silenzio, ciascuno dentro la propria bolla.
L’intelligenza artificiale come rifugio privo di giudizio
Nel telefono di un dodicenne abitano chatbot capaci di conversare e di offrire conforto immediato, applicazioni che generano immagini e testi, sistemi che simulano la comprensione. Un’indagine condotta da Ipsos Bva per l’autorità francese per la protezione dei dati personali su 3.800 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni rileva che un giovane europeo su due utilizza chatbot di intelligenza artificiale per discutere di questioni intime o personali. Mentre il 51% considera più semplice affrontare temi legati alla salute mentale con un’interfaccia digitale piuttosto che con un professionista. La macchina possiede un vantaggio strutturale sull’essere umano: è sempre disponibile, ogni giorno uguale, priva di giudizio, instancabile. Restituisce sempre un’immagine benevola, e proprio per questo elimina la funzione dell’incontro: l’attrito, la correzione, la crescita.
Prestare attenzione nell’era del clickbait
Su questo arriva un richiamo decisivo. Il tema scelto da Papa Leone XIV per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali del 2027, che in Italia si celebra il 9 maggio, solennità dell’Ascensione, è “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait”. Il Pontefice sottolinea che “comunicare non è catturare l’attenzione”, e il Dicastero per la Comunicazione denuncia come la cultura digitale alimenti “la mancanza di una vera attenzione”, che “ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell’etichettare e rifiutare gli altri”. Un telefono a dodici anni diventa un problema quando prende il posto di uno sguardo adulto. Ecco perché abbiamo il dovere di invertire la rotta e di ripartire dall’attenzione.
Pira / L’educazione digitale agli adolescenti e la forza dello sguardo adulto
Al centro metterei la media education, che appartiene all’educazione civica prima ancora che alla tecnologia. Saper leggere criticamente i codici della comunicazione, riconoscere i contenuti generati, interrogare i sistemi che usiamo, chiedersi chi li ha progettati e che cosa guadagnano dal nostro tempo. Insegnarla ai ragazzi significa insegnarla anche agli adulti, perché una competenza che i genitori praticano in prima persona diventa credibile a casa. Su questa base, i divieti hanno senso quando sono coordinati. Chiedere che le piattaforme non accolgano sotto i tredici anni è corretto, ma un provvedimento isolato produce uno spostamento: i ragazzi migrano verso ambienti meno trasparenti. Servono norme uniformi a livello europeo, verifiche reali dell’età, responsabilità chiara per i fornitori di servizi e trasparenza sui meccanismi che trattengono gli utenti. Accanto a questo, il tempo condiviso resta la forma più concreta di prevenzione.
Il ruolo insostituibile della famiglia
La famiglia è il primo luogo in cui si impara a distinguere ciò che è credibile da ciò che è comodo. Ed è qui che torna utile la lezione del Papa: si passa dalla cattura dell’attenzione al prestare attenzione. Una cosa è essere visti, altra cosa è essere guardati. Ai ragazzi di dodici anni con un telefono in mano possiamo offrire la seconda: uno sguardo adulto che si ferma, che chiede, che aspetta, che accompagna. Lo sguardo resta l’unico strumento che nessun algoritmo sa replicare, e l’antidoto più potente alla superficialità delle relazioni che la cultura digitale alimenta giorno dopo giorno. Si tratta di scegliere con responsabilità e consapevolezza che tipo di umanità vogliamo diventare. La tecnologia può accompagnare, sostenere, facilitare: la direzione resta umana. Ed è nelle case, nelle scuole, nei gesti quotidiani che possiamo orientarla.
Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.
