Riflessione / Pira, l’intelligenza artificiale e l’attesa nell’epoca delle risposte immediate

0
418
pira intelligenza artificiale attesa

Condividiamo la riflessione del professore Francesco Pira sulla percezione del tempo e dell’attesa nell’era digitale, attraverso l’analisi dell’impatto dell’intelligenza artificiale e l’uso pervasivo dei chatbot tra i più giovani. Pira esplora quello che viene definito il “cognitive offloading”, un processo in cui la delega dello sforzo mentale all’intelligenza artificiale avviene continuamente a scapito dell’attesa e dell’elaborazione profonda. Richiamando i recenti e lucidi moniti del dibattito culturale sulla necessità di non perdere la pazienza del tempo lento oltre l’immediatezza degli schermi, l’articolo lancia una sfida cruciale per il futuro. “Il punto decisivo, allora, non è scegliere tra tecnologia e umanità, ma imparare a custodire l’umano dentro la tecnologia” afferma Pira. 

L’IA può aiutarci, ma non deve sostituirsi all’esercizio dell’attenzione, alla fatica dell’elaborazione, al diritto-dovere di porci domande vere. Il punto decisivo, allora, non è scegliere tra tecnologia e umanità, ma imparare a custodire l’umano dentro la tecnologia. Ed è forse proprio qui che si apre uno spazio di speranza: nella possibilità di formare nuove generazioni capaci di usare strumenti potenti senza perdere il gusto della ricerca, la pazienza del tempo lento, la libertà del pensiero critico.

Pira / La perdita dell’attesa nell’era dell’intelligenza artificiale

La nostra esperienza quotidiana è sempre più segnata dalla velocità, dalla semplificazione, dall’immediatezza. Ogni domanda sembra dover trovare subito una risposta, ogni incertezza appare come qualcosa da colmare in fretta, ogni pausa come un difetto da correggere. L’intelligenza artificiale generativa si inserisce con straordinaria efficacia dentro questa cultura della rapidità: organizza, sintetizza, suggerisce, restituisce testi, schemi, soluzioni. Proprio per questo, però, ci obbliga a interrogarci non soltanto su ciò che rende possibile, ma anche su ciò che rischia di sottrarci.

Il valore della domanda

Mi è piaciuto l’articolo pubblicato su Avvenire, scritto da Davide Imeneo, dal titolo “ChatGPT e il rischio di perdere l’attesa, i chatbot ci disabituano (anche) a pregare”. Coglie con intelligenza un aspetto spesso trascurato del rapporto tra esseri umani e tecnologie conversazionali. Non solo la qualità delle risposte, ma il destino dell’attesa, del tempo lento, del “non-sapere”, della riflessione che matura prima di arrivare a una conclusione. L’articolo tocca una questione culturale ed educativa centrale: che cosa accade a una società quando si disabitua progressivamente al valore della domanda?

Il testo richiama, attraverso l’esperienza raccontata dalla teologa Amy Galliford, una dinamica che molti conoscono bene: l’impulso quasi automatico ad aprire ChatGPT di fronte a un’incertezza, a una domanda sospesa, a un disagio cognitivo. È significativa, in questo senso, la frase riportata nell’articolo: “la macchina solleva dal disagio, ma nel farlo mi priva della mia attesa. I suoi elenchi puntati, apparentemente ordinati, assaltano il mio silenzio”. In queste parole c’è una chiave interpretativa preziosa. La tecnologia non si limita a fornire strumenti; modella abitudini, orienta posture mentali, ridefinisce i ritmi del pensiero. Quando tutto diventa immediatamente disponibile, il rischio è che si perda la capacità di rimanere nella domanda.

L’educazione all’attenzione contro le risposte preconfezionate

La questione è particolarmente rilevante sul piano educativo. Imeneo richiama la filosofa Simone Weil, per la quale il fine autentico dello studio non coincideva con la sola acquisizione di nozioni, ma con lo sviluppo dell’attenzione. È un passaggio decisivo, perché ci ricorda che la formazione non consiste soltanto nel possesso di informazioni, ma nell’esercizio di una disposizione interiore: saper attendere, saper ascoltare, saper reggere l’incompiuto senza fuggire subito verso una risposta preconfezionata. L’articolo parla, a questo proposito, di quello “sforzo apparentemente infruttuoso dell’attesa” che l’intelligenza artificiale tende a bypassare. Eppure è proprio in quello spazio che spesso si forma il pensiero più autentico.

Il “cognitive offloading” e il declino del pensiero critico

Molto interessante è anche il richiamo agli studi sul “cognitive offloading”, cioè alla “delega dello sforzo mentale alla macchina”. Si tratta di un fenomeno che non riguarda soltanto l’uso dell’IA, ma che con l’IA assume una nuova intensità. Se siamo abituati da tempo a delegare ai dispositivi memoria, orientamento, calcolo, oggi deleghiamo sempre più spesso anche la prima strutturazione del pensiero: la sintesi, l’avvio di un ragionamento, la formulazione di un testo, perfino l’organizzazione di un dubbio. 

In questo senso, la correlazione segnalata nell’articolo tra uso frequente di strumenti di intelligenza artificiale e calo del pensiero critico, soprattutto tra i più giovani, merita attenzione non in chiave allarmistica, ma come segnale culturale da interpretare seriamente.

La trappola dell’ottimizzazione sociale e tecnologica

Questa trasformazione può essere letta attraverso più autori. Hartmut Rosa, sociologo tedesco, ha mostrato come la modernità tardo-capitalistica sia segnata dall’accelerazione sociale. Non solo facciamo più cose in meno tempo, ma siamo dentro una pressione costante all’efficienza, alla sincronizzazione, alla risposta pronta. I chatbot si inseriscono perfettamente in questa logica, offrendo un dispositivo che riduce tempi, incertezze e attriti. Ma proprio qui si apre il problema: una vita interamente ottimizzata rischia di impoverire quelle esperienze lente che sono decisive per la crescita umana, come l’approfondimento, la maturazione interiore, la riflessività.

Anche Sherry Turkle, sociologa statunitense, nei suoi studi sui rapporti tra persone e tecnologie, ha insistito su un aspetto analogo. Più ci affidiamo a interfacce che simulano presenza e disponibilità totale, più rischiamo di perdere familiarità con la complessità dei tempi umani. Non tutto ciò che conta, infatti, arriva in forma istantanea. Le relazioni, lo studio, la conoscenza di sé, la costruzione di un giudizio critico hanno bisogno di pause, esitazioni, rielaborazioni. Una cultura che riduce il tempo dell’attesa può finire per ridurre anche la profondità dell’esperienza.

La sfida della “negative capability”

In questa prospettiva, è molto efficace anche il richiamo dell’articolo alla “negative capability” del poeta John Keats, cioè alla capacità di restare nell’incertezza senza cercare immediatamente una spiegazione definitiva. È una nozione di grande attualità. Adesso educare al pensiero significa forse, prima di tutto, educare a reggere la domanda, a non percepire il dubbio come un fallimento, a non considerare il silenzio come un vuoto da riempire subito. In un ambiente culturale dominato da risposte rapide e continue, imparare ad abitare l’intervallo diventa una competenza preziosa.

Custodire l’umano dentro la tecnologia

Tutto questo non significa demonizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe un errore. I chatbot possono essere strumenti utili, preziosi, capaci di supportare studio, scrittura, accesso alle informazioni, creatività. Il punto non è rifiutarli, ma educarci a usarli senza rinunciare alla nostra facoltà di pensare. L’IA può aiutarci, ma non deve sostituirsi all’esercizio dell’attenzione, alla fatica dell’elaborazione, al diritto-dovere di porci domande vere.

Il punto decisivo, allora, non è scegliere tra tecnologia e umanità, ma imparare a custodire l’umano dentro la tecnologia. Ed è forse proprio qui che si apre uno spazio di speranza: nella possibilità di formare nuove generazioni capaci di usare strumenti potenti senza perdere il gusto della ricerca, la pazienza del tempo lento, la libertà del pensiero critico. Se sapremo accompagnare l’innovazione con un’educazione più consapevole alla domanda, all’ascolto e alla riflessione, l’intelligenza artificiale non impoverirà la nostra umanità, ma potrà persino aiutarci a riscoprire ciò che la rende davvero insostituibile.

 

Francesco Pira

Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.