C’è un passaggio netto che separa la rassegnazione da una scelta di campo. Si è consumato a Roma martedì 6 ottobre 2026. Davanti al notaio è stato siglato l’atto costitutivo che trasforma formalmente il manifesto di Più Uno. Da movimento civico a partito politico a tutti gli effetti. A stringersi la mano e a legare la propria credibilità Istituzionale a questa scommessa sono due figure inconsuete per i canoni della recente politica italiana. Non si tratta di una consueta operazione di vertice o dell’ennesimo cartello elettorale nato per ottenere consenso. E’ la risposta strutturata a una crisi di fiducia che investe le fondamenta della Nostra democrazia.
Politica / Il manifesto di Più Uno, nuovo partito
I due garanti dell’atto costitutivo: Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrieli
Ernesto Maria Ruffini, avvocato tributarista palermitano che alla guida dell’Agenzia delle Entrate ha imposto un fisco inteso non come vessazione ma come patto di cittadinanza repubblicana. La sua visione affonda le radici nell’attuazione piena dell’Art. 3 della Costituzione, concependolo come lo strumento redistributivo primario per rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza. Autore di riflessioni e saggi cruciali sull’architettura repubblicana e l’equità sociale. Ruffini incarna la dimensione del rigore amministrativo, dell’onestà intellettuale e della totale trasparenza tra Stato e comunità.
Franco Gabrielli, viareggino, autentico servitore dello Stato forgiato nella gestione delle grandi emergenze. Già Capo della Polizia, prefetto di Roma e sottosegretario delegato alla Sicurezza. Gabrielli personifica la tradizione alta della pubblica amministrazione e la capacità di guidare crisi complesse senza mai cedere alla scorciatoia populista. La sua dottrina della sicurezza sottrae il concetto alla retorica della paura e della mera punizione per elevarlo a diritto sociale ed emancipativo. Garantire legalità, ordine e serenità nei territori. Significa, innanzitutto, difendere i soggetti più fragili e marginalizzati, ricucire le periferie e rinsaldare la tenuta democratica della Repubblica.
Politica / Il manifesto di Più Uno, nuovo partito: la rottura del silenzio e il ritorno della responsabilità
«Meglio di evasore e delinquente»: oltre l’ironia dei palazzi
Davanti a chi, nei corridoi del potere e nel cinismo del retroscenismo parlamentare, ha liquidato con ironia questo sodalizio definendolo l’alleanza tra «l’esattore e lo sbirro». La replica risuonata dal palco del Salone delle Colonne — in preparazione dell’Assemblea Nazionale del 10 ottobre — è stata netta, tagliente e priva di alibi: «Meglio di evasore e delinquente».
Una battuta che non è solo una brillante contromossa retorica, ma una vera e propria dichiarazione di intenti. In poche parole, si capovolge il paradigma degradato che per decenni ha strizzato l’occhio all’illegalità diffusa, tollerato le zone d’ombra e trattato le regole comuni come un fastidio burocratico anziché come l’unico vero scudo a tutela dei cittadini perbene.
La firma, la sfida del non-voto e il cantiere del “Campo Aperto”
Non si tratta di una scissione parlamentare né di un’operazione verticistica nata nei palazzi della politica romana. La nascita di Più Uno giunge al termine di un percorso capillare. Esso, è partito dal basso oltre un anno fa attraverso una rete di comitati civici diffusi in tutte le regioni italiane. Davanti a un astensionismo che alle ultime tornate elettorali ha toccato livelli record — trasformando la maggioranza assoluta degli italiani nel cosiddetto “partito del non-voto” — questo nuovo soggetto politico sceglie di non accontentarsi di gestire l’esistente.
Si propone di ridefinire il campo dell’alternativa repubblicana e progressista, trasformando il dibattito dal perimetro chiuso delle alleanze di vertice alla mobilitazione attiva di chi si è allontanato dalle urne. La trasformazione in partito politico Più Uno, sancisce l’apertura di un vero e proprio “cantiere a cielo aperto”. Concepito per dare voce a energie civiche, amministratori locali e realtà associative finora rimaste ai margini.
“Nessuno si salva da solo” e la formula della democrazia viva
In un panorama politico saturo di acronimi freddi, sigle autoreferenziali o partiti battezzati con il nome del leader di turno, la scelta di chiamarsi «Più Uno» rompe radicalmente gli schemi della comunicazione contemporanea. Non è uno slogan gridato per catturare l’attenzione di un algoritmo, ma un manifesto concettuale condensato in due parole. Racchiude una precisa visione antropologica, etica e costituzionale della società. L’idea che una comunità non sia una massa anonima governata dall’alto, bensì un corpo vivo che si rigenera soltanto attraverso l’addizione paziente delle singole coscienze.

Significa riconoscere che la libertà individuale non esiste senza corresponsabilità collettiva; che la democrazia non è uno stato acquisito una volta per tutte, ma una pratica quotidiana che richiede la partecipazione attiva di ciascuno. Nessuno spettatore passivo, nessun salvatore della patria. Solo l’impegno concreto di chi decide di aggiungere la propria presenza e il proprio valore alla comunità.
Politica / Il manifesto di Più Uno, nuovo partito: la responsabilità personale: dall’apatia all’azione del singolo
Per anni l’elettorato è stato abituato all’illusione messianica dell’ “uomo solo al comando”. Una narrazione che prometteva scorciatoie miracolose ma che ha finito per ridurre la politica a una sequenza. Speranze disattese e leader consumati a ritmo vertiginoso. Al polo opposto, questa frustrazione ha generato un rifugio comodo e paralizzante nell’alibi del «tanto non cambia mai nulla», una rassegnazione diffusa che ha progressivamente desertificato le urne e la vita civile del Paese.
Più Uno rovescia questa duplice prospettiva. Nessun leader, per quanto autorevole o carismatico, possiede la bacchetta magica per risanare da solo le profonde fratture di una Nazione. La democrazia non è un servizio a domicilio che si riceve passivamente, ma un esercizio quotidiano di corresponsabilità. Il vero punto di svolta democratico scatta quando il singolo cittadino abbandona la tentazione di restare spettatore e decide di compiere il primo passo, aggiungendo il proprio contributo — la propria competenza, il proprio tempo, il proprio voto — al destino comune.
L’efficacia dell’azione pubblica non risiede nel decisionismo solitario. Una modalità di potere che troppo spesso scambia la fretta per efficienza reale e l’arroganza verticistica per autorevolezza istituzionale. La vera tenuta di un Paese si misura invece nella capacità di mediare, di ricucire le distanze, di tessere reti di fiducia trasparente tra le persone e di costruire un consenso solido, consapevole e duraturo. In quest’ottica la leadership promossa da Più Uno non si pone come accentratrice o paternalistica, ma come forza rigorosamente abilitante: un’architettura politica che non chiede sudditanza o tifo acritico, ma che lavora per mettere ciascuno nelle condizioni ideali di esprimere appieno il proprio potenziale e incidere sul futuro della Repubblica.
Superare la logica del nemico e la guerra tra ultimi
Per troppo tempo la dialettica politica ha alimentato la logica del nemico, polarizzando il tessuto sociale. Si è creata una contrapposizione costante tra giovani e anziani, lavoratori autonomi e dipendenti, residenti storici e nuovi arrivati. Questa dinamica riduce la complessità civile a una guerra tra ultimi e penultimi. Il nome Più Uno intende ribaltare radicalmente tale prospettiva, affermandosi come principio di addizione. Promuove un modello inclusivo in cui l’altro non rappresenta una minaccia o un costo da contenere, ma una risorsa indispensabile. È uno spazio aperto e plurale, fondato sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza sostanziale e sul pieno rispetto della legalità.
Attualizzare l’Art. 2 della Costituzione e i diritti fondamentali
Questa prospettiva traduce e attualizza il dettato costituzionale. Si richiama in particolare ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale sanciti dall’art. 2. La solidarietà, in questo quadro, non coincide con una beneficenza paternalistica concessa dall’alto. Essa costituisce il presupposto democratico affinché esistano sicurezza autentica e libertà condivisa. Nessuno può dirsi realmente libero in una comunità priva di strumenti fondamentali per un’esistenza dignitosa. Ciò richiede il pieno accesso a un lavoro equo, al diritto allo studio, a una sanità efficiente e a servizi essenziali di pari opportunità.
Politica / Il manifesto di Più Uno, nuovo partito: la Democrazia come opera corale
Affermare con convinzione che nessuno si salva da solo significa scardinare alle radici l’illusione neoliberale secondo cui il benessere o il successo possano essere perseguiti recintando il proprio privilegio e isolandosi dalle sorti della collettività. L’individualismo esasperato produce città frammentate, solitudini diffuse e un senso cronico di vulnerabilità; al contrario, una Repubblica dimostra la propria vitalità quando ogni cittadino è messo nelle condizioni di concorrere all’armonia generale e alle decisioni pubbliche.
La democrazia non può ridursi a un mero esercizio elettorale a intervalli regolari né alla dittatura della maggioranza, ma deve riscoprirsi come un’opera corale, dove ogni voce conta e arricchisce la polifonia del discorso pubblico. Il valore di ciascun individuo non risiede nel censo, nel patrimonio o nel capitale di relazioni, bensì nella sua dignità intrinseca di cittadino. Riconoscere questa dignità significa promuovere istituzioni accessibili, spazi di partecipazione deliberativa sui territori e politiche pubbliche capaci di ascoltare i bisogni inespressi, trasformando l’impegno civico da dovere astratto a pratica quotidiana di riscatto e appartenenza comune.
Politica / Il manifesto di Più Uno, nuovo partito: verso un “campo aperto”, oltre le vecchie logiche
L’obiettivo strategico dichiarato dell’iniziativa non risponde alle logiche consunte del posizionamento tattico. Non si tratta di contendersi le briciole di un centro asfittico, né di limitarsi a presidiare pigramente il recinto negoziale del cosiddetto “campo largo”. La vera sfida consiste nello sfondare verso un “campo aperto”. L’intento è rivolgersi a quell’immensa maggioranza silenziosa che oggi popola il partito dell’astensione. Con oltre la metà degli aventi diritto stabilmente lontana dalle urne, la disaffezione non è apatia. Si tratta piuttosto di una lucida sfiducia verso una politica percepita come autoreferenziale. Essa appare incapace di incidere sulla vita materiale delle persone e priva di progetti credibili, misurabili e verificabili.
Il supporto organizzativo e il superamento della raccolta firme
Sul piano operativo e organizzativo, il percorso parte con un vantaggio concreto. L’intesa e l’appoggio parlamentare garantiti dal Centro Democratico di Bruno Tabacci permettono di superare la complessa trappola burocratica della raccolta firme. Ciò consente al movimento di concentrare risorse ed energie direttamente sul confronto programmatico e sul radicamento civico.
In questo solco, la proposta promossa da figure come Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli punta dritto al cuore della crisi di rappresentanza delle democrazie contemporanee. Alla retorica urlata dei talk show e alle semplificazioni da algoritmo, il progetto contrappone il metodo della competenza, della trasparenza e del senso dello Stato. Al centro dell’impalcatura valoriale non ci sono equilibrismi di partito, ma il programma di emancipazione più avanzato della nostra storia. Il secondo comma dell’Articolo 3 della Costituzione, affida alla Repubblica il compito inderogabile di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Ripartire dall’Art. 3 significa denunciare con fermezza un ascensore sociale ormai bloccato, in cui l’accesso a un’istruzione d’eccellenza, a cure sanitarie tempestive e a un lavoro sicuro e giustamente retribuito rischia di tornare a essere un privilegio ereditario o di censo, anziché un diritto universale esigibile. La ricostruzione del patto democratico non avverrà dall’alto con annunci calati sui territori, ma attraverso una mobilitazione capillare, un’opera paziente di ascolto e ricomposizione. Una persona alla volta. Più uno.
Una sfida aperta al futuro
Con la recente formalizzazione dell’atto costitutivo e il debutto pubblico avvenuto a Roma nell’Assemblea Costitutiva, Più Uno ha inaugurato ufficialmente la propria fase costituente e congressuale con una parola d’ordine netta: «Uguali per Costituzione». L’appello lanciato dai promotori supera d’un balzo le consuete geometrie di coalizione e i recinti partitici autoreferenziali.
Si rivolge a quel vasto mosaico di energie civiche — professionisti, giovani precari, amministratori locali in trincea e cittadini comuni — che in questi anni, stanchi di slogan polarizzanti e promesse elettorali puntualmente disattese, hanno trovato rifugio nella diserzione delle urne o nel cinismo del disincanto.
La scommessa politica è ambiziosa e aperta.
Dimostrare che la competenza amministrativa, l’esperienza sul campo e una rigorosa integrità morale non sono zavorre tecnocratiche, ma le condizioni indispensabili affinché una forza di cambiamento possa tornare a essere maggioranza nel Paese e ad avere credibilità di governo.
Dalla teoria all’azione politica
Ciò che si è consumato con la nascita di Più Uno segna un passaggio politico anomalo e significativo nel panorama italiano. Non si tratta della consueta scissione parlamentare generata da correnti o appetiti di potere, ma dell’incontro inedito tra due figure l’agenda politica che intendono incarnare. Più Uno apre uno spiraglio di autentica speranza per diverse ragioni. Negli ultimi decenni la politica si è trasformata in una rincorsa mediatica priva di visione, affidata al marketing dei sondaggi quotidiani. Vedere figure che hanno servito le istituzioni repubblicane con disciplina e onore, scendere nell’agone civile dimostra che la dedizione al bene pubblico può ancora prevalere sull’opportunismo personale.
Quando il 50% degli elettori non vota, la democrazia entra in apnea. Più Uno non biasima chi si è astenuto, ma accoglie quella disillusione come una domanda legittima a cui la politica tradizionale non ha saputo rispondere. Offre finalmente uno spazio di partecipazione verificabile, misurato sui bisogni reali e non sugli algoritmi dei social network.
Perché valutarlo con attenzione da elettori?
Come cittadini ed elettori, chiamati a compiere scelte che incideranno sul nostro futuro e su quello delle prossime generazioni. Più Uno non promette ricette miracolose o scorciatoie demagogiche a costo zero, ma la fatica della competenza, la trasparenza nei conti e la responsabilità nelle scelte di spesa e di investimento. Si dimostra che non può esistere redistribuzione della ricchezza senza fedeltà fiscale, né sicurezza duratura senza inclusione e dignità per i quartieri e le periferie dimenticate. Invita ogni singola persona a farsi carico della comunità — perché il cambiamento reale si costruisce insieme, dal basso. Un passo dopo l’altro: Più uno.
Rossella Liliana Laudani

