Brexit / Il Regno Unito e l’Europa, un amore mai sbocciato

Tra le due sponde della Manica l’intesa non è mai stata convincente. Breve storia dell’appartenenza britannica alla CEE e all’UE.

Una notte storica: dalle ore 23 (locali) del 31 gennaio 2020, il Regno Unito non fa più parte dell’UE. Dopo anni di discussioni operative, parziali ripensamenti e colpi di scena, si può finalmente tirare una linea e allungare lo sguardo su una prospettiva storica più ampia.

Concentrati come siamo sul presente, non ci siamo resi conto della profondità della spaccatura tra le isole britanniche e il continente. Che non è nata di certo col referendum del 2016, e nemmeno dalla crisi economica del 2008. Ma molto più indietro nel tempo.

Vincitrice della Seconda guerra mondiale, Londra aveva sperato di mantenere le sue prerogative imperiali, che del resto l’avevano aiutata a superare la sfida mortale con la Germania nazista. Un calcolo errato. L’avanzata del nuovo impero americano, unita a quella della decolonizzazione (che dall’India alla Palestina, passando per la successiva e iconica crisi di Suez aveva mostrato tutti i limiti dell’imperialismo britannico), aveva in pochi anni ridimensionato le aspettative dei sudditi di Sua Maestà. Del resto gli elettori, stanchi e impoveriti, non chiedevano più avventure d’oltremare, bensì riforme e protezione sociale. Il Regno Unito cominciava a guardarsi al suo interno.

Da una parte, ciò portò al rifiuto delle prime ed embrionali forme d’integrazione europea: la Comunità Economica Europea, nata nel 1957 come evoluzione della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), rischiava di sottrarre a Londra il controllo delle proprie politiche industriali e commerciali di risanamento. Dall’altra, tuttavia, l’amputazione delle colonie e l’isolamento mondiale (i britannici non erano più in prima fila nel combattere il comunismo sovietico, sostituiti in ciò dagli americani) spingevano il Regno Unito a riconsiderare proprio la sua posizione europea. L’assenza di una potenza egemone nella CEE (la Germania era ancora divisa) fu un ulteriore incentivo: Londra pensò di poter influenzare l’Europa più di quanto potesse esserne influenzata.

Così, la sofferta adesione britannica alla CEE (1973) fu calibrata su complessi ragionamenti di costi e benefici, e non si liberò mai di questa ottica. Nemmeno quando la Thatcher, in pieni anni Ottanta, disse esplicitamente che il futuro del Regno Unito sarebbe stato “legato a doppio filo a quello dell’Europa”.

Le cose cominciarono a cambiare con la riunificazione tedesca e con Maastricht, atto fondativo di un’Unione Europea sempre più proiettata verso l’integrazione monetaria, da cui Londra decise da subito di autoescludersi. Con il passare degli anni Novanta e dei primi Duemila, il Regno Unito si rese conto non solo di non aver mai governato i processi europei, ma di rischiare di subirli soltanto. La centralità del progetto europeo era tornata in mano tedesca, mentre l’integrazione – non a caso – spingeva il suo baricentro sempre più a Est, secondo gli interessi di Berlino.

Da ultimo, la crisi finanziaria del 2008 e i suoi successivi contraccolpi sull’eurozona mostrarono tutta la vulnerabilità del fianco meridionale dell’UE, rischiando persino di far naufragare il progetto europeo nel suo complesso. L’insofferenza britannica giunse al suo apice nel dicembre 2011, quando la decisione del Consiglio europeo di rafforzare la cooperazione finanziaria e monetaria (dando seguito al MES, peraltro) incontrò le minacce di veto del premier David Cameron. Inascoltate.

Tutto ciò che venne dopo – ovvero il referendum usato come arma negoziale contro l’UE, e poi scoppiato in mano allo stesso Cameron – sarà solo una conseguenza del trend di sfiducia intrapreso nei decenni precedenti.

Il Regno Unito non ha mai inciso davvero nella storia della CEE e dell’UE, e forse non ha mai voluto davvero farlo. La trazione franco-tedesca ha preso il sopravvento sul resto, e se ciò è stato quasi indifferente per le potenze minori aderenti al progetto comunitario, tale non poteva essere per un Paese che del proprio orgoglio nazionale ha fatto un tratto fondante della propria identità.

Il ritorno ai fasti dell’impero, agognato specialmente dalle più vecchie generazioni (che in massa hanno firmato il successo del nuovo premier Boris Johnson) non sarà tuttavia una passeggiata. Anzi, rischia ancora di trasformarsi in un disastro, come hanno notato parecchi osservatori. Non solo per la sostenibilità economica della Brexit (rinegoziazione dei trattati commerciali e perdite di investimenti, su tutto), ma anche per la tenuta stessa del Regno. Che con il montare del risentimento scozzese e nordirlandese, presto potrebbe non essere più Unito.

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