Cammino sinodale / Come si recupera il vero volto della Chiesa e dei cristiani

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cammino sinodale

Sempre più siamo chiamati a riflettere e operare dentro un contesto culturale e sociale in rapida trasformazione. Questa condizione inedita per tanti versi pone delle differenze e delle opportunità. Anzitutto dobbiamo differenziare la religiosità di massa dalla fede della comunità cristiana.

Qui non intendo parlare della religiosità popolare che va curata e orientata, ma di quella cultura che è ancora impregnata di valori cristiani. Mi riferisco a quanto è stato scritto nel celebre saggio filosofico e storico da Benedetto Croce nel 1942: «Perché non possiamo non dirci cristiani». La trasformazione operata dalla presenza cristiana e celebrata dal Croce altro non era per lui che uno stadio del processo storico, un tratto di strada dell’evoluzione della società umana.

Questa lettura in verità risulta sì interessante, ma insufficiente e incompleta. I semi del vangelo sparsi nel tessuto sociale ancora sono visibili ma in un certo senso sono orientati sempre più verso la trasformazione ed evoluzione secondo il pensiero crociano: quindi prossimi a scomparire. Non possiamo accontentarci di questo processo che segue i suoi ritmi secondo la filosofia dello spirito. Riteniamo invece che sia necessario essere nuovamente veri discepoli di Cristo perché possano venir fuori autentiche comunità secondo il Vangelo.cammino sinodale2

Sappiamo bene come la presenza cristiana sin dai primi secoli del cristianesimo sia stata descritta così: i cristiani «Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale» (Lettera a Diogneto). È ben chiaro che la realtà cristiana si pone come sale che dà sapore, come luce che permette di vedere. È se vogliamo una presenza di servizio nella società. Ma perché questa missione possa avvenire è necessario che vi sia un passaggio necessario: passare dal vangelo creduto al vangelo vissuto. Questo passaggio è fondamentale e coinvolge la stessa concezione della fede. Da questa riposizione dipende la nostra concezione della Chiesa e il nostro agire nella storia del mondo.

La fede è una risposta ad una chiamata

La fede, alla quale ci riferiamo, non è ristretta a un semplice ossequio dell’intelletto nei confronti della verità che per noi cristiani è “rivelata”. E’accoglienza dell’alterità come trascendenza, è una risposta ad una chiamata. A tal proposito pregando con il Salmo 16 una affermazione mi ha colpito: «Ho posto il Signore sempre davanti a me» (v. 8).
Chi entra in relazione profonda con il Signore, lo sperimenterà come proprio consigliere, avvertirà dentro una attrazione così intensa da infondere la sua sapienza nuova. Tanto che perfino la notte diventa momento di apprendimento per l’interiorità del credente.fedeli in chiesa

Se ci incamminiamo in questa direzione allora comprendiamo che questo è il tempo opportuno perché avvenga questo passaggio. C’è un termine greco kairos che designa non il tempo nel suo fluire, ma   indica la peculiarità del tempo inteso come “ora” opportuna, momento giusto che chiede una decisione, una scelta. È questo l’impegno certamente difficoltoso d’inserire i semi del vangelo a partire dalla qualità della vita cristiana nell’oggi della storia.

Cammino sinodale

Da alcuni anni nelle comunità cristiane si parla di sinodalità e si è invitati a intraprendere questo cammino. In verità questo è il cammino che deve caratterizzare la Chiesa e allo stesso tempo diventa proposta di vita che coinvolge tutti i credenti in Cristo.  Non può essere ridotto a uno slogan che serve per un periodo a risvegliare un qualche interesse, quanto piuttosto la stessa vita cristiana e la comunità intera.
Si chiede a ciascuno un atteggiamento di apertura e di accoglienza di Dio e quindi dei fratelli. Non si confina in uno sterile atteggiamento da operare per benevolenza nei confronti del prossimo, quanto piuttosto percepire il soffio dello Spirito. Il cammino di noi cristiani che si chiede oggi a ciascuno di noi si configura, quindi, come liberazione dalle incrostazioni che si sovrappongono nel nostro vivere la fede. E questa liberazione non avviene isolatamente ma all’interno di un popolo, il popolo cristiano.  Ben sapendo che la parola di Dio si rivolge continuamente con l’accorato appello: « Ascolta, popolo mio,  […] se tu mi ascoltassi!» (Sal 81,9).

La conseguenza di quanto si è detto è evidente: accogliere non significa soltanto organizzare servizi, ma riconoscere in ogni persona un soggetto capace di offrire qualcosa alla comunità. Si recupera il vero volto della Chiesa e dei cristiani nel mondo. Si parla dunque di noi e del nostro essere (o non essere) popolo di Dio e non di altri. Avere il coraggio di proseguire questo cammino vuol dire che intendiamo essere pienamente nel kairos, quest’ora di grazia che ci viene donata. Nello stesso momento diventiamo proposta credibile, perché presentiamo il volto più autentico del nostro essere cristiani che riflette, nonostante la fragilità umana, lo splendore del volto di Dio.

 

Salvatore Coco