C’è una Sicilia che sussurra attraverso i gesti antichi delle nonne e i ricordi d’infanzia che profumano di casa. È questa l’essenza di “Viale Donne Speciali”, l’ultima opera del regista e sceneggiatore Rosario Scandura, che torna dietro la macchina da presa per firmare un inno alla dignità femminile e alla memoria, ambientato tra la pietra lavica di Pedara e le tradizioni di Acireale. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come nasce questo progetto intimo e corale, che punta tutto sul cuore e sull’inclusione.
Il cinema come atto d’amore: Rosario Scandura racconta il suo film “Viale Donne Speciali”: intervista al regista acese
Il titolo del film suona come una dedica. Da dove nasce questa necessità di omaggiare l’universo femminile?
Il regista ci racconta che nasce da una sensibilità profonda e dall’amore che prova per le sue nonne, per la madre e per le amiche care, per le donne in generale. In questo particolare momento storico, sentiva il bisogno di rimettere al centro la famiglia e la vita quotidiana.
Il film sembra quasi un viaggio nel tempo, tra passato e presente. Quanto c’è della sua storia personale?
Prendendosi qualche minuto risponde “Moltissimo”. Il racconto affonda le radici nei suoi ricordi degli anni ’90. È un film basato su piccoli momenti vissuti, sul rapporto viscerale con i nonni e sulla realtà di una famiglia siciliana umile. Ha voluto inserire anche un elemento di forte attualità: la denuncia verso un sistema del credito che spesso ignora il valore delle persone, riducendoci a numeri. Ma il legame con la nostra terra e i suoi profumi è ciò che ci salva dal perdere la speranza.
Parliamo della produzione: è stato un percorso lungo?
Ci sono voluti circa due anni: un anno intero dedicato alla scrittura della sceneggiatura e un altro per le riprese e il montaggio. È stato un lavoro di squadra incredibile. Gli attori non si sono limitati a interpretare un ruolo, ma hanno contribuito attivamente alla costruzione dei personaggi. A dare un’anima sonora al film ci ha pensato Fabio Abate, chitarrista storico di Carmen Consoli, con le sue musiche.
Nel cast spiccano due figure che portano un messaggio di grande purezza: lo zio Salvatore e il piccolo Saro
“Esatto”, Salvatore Zappalà è un ragazzo di vent’anni con la sindrome di Down: “vederlo recitare è stato un esempio di inclusione vera, ha realizzato il suo sogno e ci ha insegnato tantissimo sul piano umano”. Il piccolo Saro, invece, rappresenta quel genietto di 8 anni che guarda il mondo con l’anima pura.
C’è un aneddoto particolare legato alle riprese che vorrebbe condividere?
R: “La sfida più grande è stata un imprevisto: il fonico si è sentito male proprio mentre dovevamo girare la scena più importante ed emozionante del film. Non potevamo fermarci. Abbiamo dovuto improvvisare tutto, recitando quasi in silenzio, con un solo sottofondo naturale. Paradossalmente, è diventato il momento più toccante di tutta la pellicola.”
Qual è il messaggio finale che vorrebbe arrivasse al pubblico in sala?
R: “Vorrei che passasse l’idea di non arrendersi mai. Il film inizia con tante tessere che sembrano non collegarsi, ma alla fine tutto torna. È un invito a combattere fino in fondo e a dare valore ai piccoli gesti, come una carezza o il rispetto per un anziano. È un film rivolto a tutti, perché parla di ciò che ci rende umani.”
Sveva Adele Scocco
